Only the princess looks normal

Su “America 1970” di Mario Schifano (Humboldt Books, 2019).

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Foto n. 54

Grazie alla ormai solita perseveranza per le cose belle di Humboldt Books, da quest’anno è possibile avere tra le mani un libretto fotografico, America 1970, che ci racconta per immagini e scrittura di un viaggio negli USA legato ad una fatica poco nota di un grandissimo della cultura italiana del secolo scorso, l’artista Mario Schifano. L’argomento in questione riguarderebbe il progetto di un film da lui alla fine mai girato, Human Lab, un’opera che avrebbe dovuto avere una ambientazione statunitense. In uno dei contributi scritti presenti nel volume, quello di Nancy Ruspoli – collaborò con Tonino Guerra al trattamento del film – è possibile leggere qualcosa per farsi una idea di che tipo di lavoro sarebbe stato:

Un uomo riproduce a tradimento la moglie con una macchina comprata e ideata per riprodurre qualsiasi oggetto. Eva, quella specie di robot di carne, sa solo imitare, ripetere quello che vede. Mary, la moglie disperata di quella intrusione mostruosa, parte alla ricerca dello scienziato per cercare una soluzione. Vuole un figlio dal marito e vuole sapere quando morirà, quando sparirà questo suo doppio… Dopo aver trovato lo scienziato e aver parlato con lui, torna a casa più serena… La sera stessa, Eva, lasciata davanti al televisore, mentre il marito e la moglie si amano nella stanza vicina, vede sul video una scena di violenza (una donna che pugnala un uomo). La visione di questa violenza sembra eccitarla incredibilmente, si dirige verso la stanza da letto e pugnala l’uomo. Mary, la moglie, scappa. Viene raggiunta anche essa e uccisa. Solo allora Eva come un oggetto di consumo inutile si affloscia, inerte, tra un mucchio di rifiuti.

Assieme al testo di Ruspoli – una sorta di diario di quell’esperienza (15 marzo 1970-30 marzo 1970), ci sono altre due voci. Una è quella di Francesca Zanella, presidente del CSAC di Parma, dove si conserva un fondo di polaroid e stampe fotografiche dell’artista da cui provengono le diapositive di America 1970. L’altra è quella dello scrittore Giorgio Vasta, che scrive un bel pezzo breve fantasticando su una particolare fotografia scattata dall’artista.

Per quanto riguarda invece le immagini, si tratta di una selezione operata dallo stesso Schifano, il quale richiese lui stesso «la stampa su carta baritata e argentata».

Tra meccanicità e messa in scena

Cosa mostra questa serie fotografica? Sostanzialmente, sembrano emergere due tendenze che, in maniera molto semplice, potremmo identificare con il modo in cui vengono presentati due luoghi-simbolo di certo immaginario relativo agli USA.

Nel primo caso, lo spazio è quello del Pentagono. Le immagini appaiono con un’aura da “scatti rubati”, o magari più semplicemente da “documentarismo”, eccetto per una foto in posa – la numero 26 – che, data la sua configurazione (si vede Schifano riflesso) e collocazione (è alla fine della sequenza), sembra qui valere più come una firma o traccia di presenza che convalida il “quadro”. Poi, in quanto si vede, c’è una centralità dell’oggetto/dettaglio, còlto senza abbellimenti, ma allo stesso tempo traspare poca attenzione alla composizione. In un certo senso, si potrebbe parlare di una riproduzione meccanica, “anemica” di quanto visto – il che, se si considera l’opera dell’artista, con la sua passione “warholiana” per l’immediatezza della tecnologia, non dovrebbe sorprendere.

Foto n. 26

Diverso è invece quando lo sguardo del nostro incrocia lo spazio attraversato dall’uomo. Lo si può notare per esempio nelle diapositive finali, quelle relative alla visita alla NASA. Con l’apparire di qualcuno, quello che si vede ha spesso una impressione da messa in scena. C’è una resa plastica di quanto gli è attorno. Se si vuole, la si potrebbe definire una cura estetica maggiore, quantomeno in merito alla relazione tra piani visivi e proporzioni. Anche quando la presenza umana è solo una allusione, come nella fotografia della tuta spaziale. Ma se si parla di messa in scena, e ci si ricollega al proposito di quegli scatti – i sopralluoghi per un progetto di film – non sarebbe nemmeno sbagliato guardare a queste immagini come a frammenti di un discorso potenzialmente romanzesco (qualcosa che, in fondo, viene fuori nel pezzo di Vasta).

Se si accetta l’ipotesi, allora la figura di Ruspoli, che appare una costante nella serie, la si potrebbe pensare come funzione di raccordo tra le due tendenze menzionate. Una sorta di guida che, oltre a non far perdere l’orientamento all’artista durante il viaggio – mettendolo a suo agio, quando possibile, come fosse a casa – ci permette di “leggere” un possibile montaggio fra quelle impressioni.

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Foto n. 48

Schifano secondo la fotografia

Schifano fotografo non è certamente né Ugo Mulas né Luigi Ghirri. Del primo, non sembra avere la strepitosa consapevolezza intellettuale. Per esempio, nel caso dei ritratti. Oppure, nella lettura delle potenzialità del mezzo specifico, e cioè nella possibilità di avere «immagini che creano sé stesse», come dice il fotografo stesso a proposito della serie delle sue Verifiche.1 Del secondo, invece, manca del celeberrimo rigore compositivo, cifra stilistica del suo modo di vedere come costante nel tempo. Tuttavia, le diapositive americane del nostro qualcosa trasmettono, restituiscono un senso e – in certa misura – una originalità. E quindi: come interpretarle?

In merito, si potrebbe pensare ad una sorta di rovesciamento prospettico. Invece di optare per la formula tradizionale – l’argomento x secondo una determinata figura artistica – l’incognita, in realtà, diverrebbe l’uomo, mentre l’arte assumerebbe il ruolo di funzione in grado di, quantomeno, scandagliarne il mistero. Quindi: artista x secondo un determinato tema.2

Di conseguenza, una percezione del genere potrebbe sembrare anti-estetica. Ma, a tutti gli effetti, sembra forse l’inclinazione migliore per familiarizzare con un’opera come quella di Schifano, in cui un febbrile “consumismo del mondo” – tramite pittura, cinema, fotografia – restituisce una specie di lotta tra due estremi molto moderni. Da una parte, l’osservazione di un annientamento dell’idea di autore nell’opera. Dall’altra, la percezione di una superiorità valoriale della figura dell’artista nei confronti di suoi singoli lavori.

Guardando le diapositive di America 1970, queste ci rivelano l’artista in una specie di posizione che, il più delle volte, appare defilata. Tutto sommato, si tratterebbe di qualcosa di giustificabile, dal momento che – come detto – è lì per sopralluoghi per un film che poi non riuscirà a fare. Tuttavia, le foto in sé, al di là della loro potenzialità espressiva, non presentano quella mole di informazioni tipiche che ci si potrebbe aspettare da immagini aventi una funzione di documentazione. Certo, qualcuna ce n’è, ma la selezione dell’artista, nel complesso, non sembra funzionare come un possibile sistema di annotazioni per, tipo, la configurazione di possibili set. C’è invece l’impressione che Schifano sia lì, ogni volta presente ma tendenzialmente decentrato, a cercare istanti che siano rivelatori di qualcosa, come fosse un H. C. Bresson ma senza quel talento, cioè quella sinergia con il proprio oggetto. In quel contesto poi, la sua America rimane iconica: bella da vedere, necessariamente frammentaria, complicata da capire. Per questo, forse, l’artista ha bisogno di ritrarre Ruspoli. In lei, forse, vede una principessa, e quindi la possibilità di continuare a contemplare gli USA come sogno.

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Foto n. 60

«Only the princess looks normal»: come si legge nel diario a fine libro, si tratta della parola d’ordine che il direttore della Bank of America di San Francisco usa per aprire le porte dei sotterranei dell’istituto per farli visitare ai nostri (pag. 71). Sembra davvero una frase che potrebbe star bene in quadro o in un film del nostro: casuale e profonda. Nel suo collegare l’aneddotica alla favola se non al mito, potrebbe poi suggerirci qualcosa di interessante. E cioè che lo sguardo di Schifano attraverso queste fotografie americane sia stato, in fondo, quello di qualcuno che in quella realtà avrebbe magari amato vedere qualcosa di impossibile. Non tanto e non solo i segni di una fantascienza a venire, ma l’eventualità di poter trovare una persona dalle sembianze irreali, in mezzo a qualcosa di culturalmente noto, in grado di sembrargli – alla fine – la sola normale.

 

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Note

  1. Cfr. Ugo Mulas, La fotografia, Einaudi, Torino 2007, p. 146.
  2. Ho pensato a questa “soluzione” ricordandomi di un bel film di Gianni Amelio dedicato alle riprese di Novecento di Bertolucci (1976). Il titolo del film è, appunto, Bertolucci secondo il cinema (1976).
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