Allerta 2: la soglia che sospende la vita

Chiavari: breve reportage da uno stato d’allerta annunciato. Tra le righe, gli effetti di una condizione d’emergenza latente sul quotidiano degli abitanti delle città colpite dai recenti nubifragi.

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Mentre inizio a scrivere la pioggia che cade da alcune ore su Chiavari si è fatta più insistente. Dalle 21 siamo di nuovo in allerta 2, il livello massimo in Liguria. Allerta 2 significa che viene sospesa la pulizia delle strade e il ritiro della spazzatura. Le scuole e gli impianti sportivi sono chiusi, così come i parchi pubblici e i cimiteri. Sono sospese le manifestazioni ludiche e sportive, i mercati e mercatini. È la decima volta in un mese e mezzo che succede. Dieci giorni su quaranta in cui la vita quotidiana cambia, è costretta a cambiare. Nelle ore che precedono l’inizio dell’allerta la città cambia volto. Una sorta di rassegnazione guida i gesti e i passi, specialmente nelle città che hanno già vissuto un’alluvione, quelle in cui il giorno dopo le strade si presentavano come uno scenario di guerra che la presenza dell’esercito contribuiva a rafforzare. In quelle città la nuova allerta viene preparata come se si sapesse che il nemico è alle porte: non si può impedirne l’arrivo, si possono solo limitare i danni. C’è rassegnazione nell’aria, come se, colpiti una volta, si possa essere colpiti sempre. I negozi chiudono le saracinesche, fissano tavole di legno agli ingressi, appoggiano sacchi di sabbia per rafforzare le tavole. Molti negozi non apriranno domani, perché nei giorni di allerta 2 ci sono meno persone in giro, perché nei giorni di allerta 2 si può rischiare la vita, o anche solo la propria merce, aprendo il negozio.

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Nei giorni di allerta 2 cambia la quotidianità dei bambini e dei ragazzi che non possono andare a scuola. Cambia la quotidianità dei genitori che, costretti ad andare al lavoro, devono fare acrobazie per gestire il cambiamento. E chissà cosa succederebbe se, come il buon senso suggerisce, non fossero solo scuole e edifici pubblici a chiudere ma fabbriche e uffici privati.

Il sindaco di Celle Ligure, all’indomani dell’alluvione che ha colpito anche la sua città, la terza in un mese in Liguria, ha proposto l’impiego di lavoratori in mobilità o in cassa integrazione per lavori di messa in sicurezza del territorio. Non per il soccorso e il ripristino  della normalità, ma per quell’insieme di opere che è sempre più evidente costituiscano la sola vera grande opera di cui il nostro Paese ha bisogno. Il ritornello è sempre lo stesso: non ci sono soldi per la messa in sicurezza del territorio. Però i soldi ci sono per tutto il resto e il sospetto più che fondato è che non si tratti di mancanza di fondi, ma di priorità opportunamente selezionate. Per questo si pensa, come il sindaco di Celle Ligure, di affidarsi all’improvvisazione, al volontariato, alla soluzione di emergenza. La risposta è inadeguata e preoccupante. Preoccupante, perché afferma che non deve esistere alcuna forma di reddito separata dal lavoro e quindi chi percepisce una qualsiasi forma di sussidio o sostegno se la deve guadagnare. Inadeguata, perché occorre una risposta che guardi lontano e non si limiti a tamponare l’emergenza del momento, perché ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli annunci di mirabolanti investimenti le cui origini non sono certe né è chiaro il progetto che dovrebbero finanziare.

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Mettere in sicurezza il territorio, al punto in cui siamo con i cambiamenti climatici che sono sempre più chiaramente una realtà, significa ripensare lo sviluppo urbanistico delle nostre città e dei nostri comuni. Significa decementificare il territorio, avere un piano per il rimboschimento là dove necessario. Significa pensare a come ripopolare le campagne affinché ci si prenda cura di muretti a secco, rivi, boschi. Significa insegnare e imparare a convivere con un clima diverso, in cui le temperature molto superiori alla media trasformano normali piogge stagionali in tempeste che si abbattono su territori fragili per il troppo cemento e l’abbandono. Mettere in sicurezza il territorio significa compiere, prima di tutto, una rivoluzione culturale, uno stravolgimento nelle priorità che il martellamento acritico ci fa percepire come inevitabili, imparare a guardare lontano. «Il noce è l’albero che meglio spiega la cultura contadina» mi disse anni fa un anziano del paese in cui abitavo guardando la pianta nel mio orto, proseguendo: «i contadini seminavano consapevoli che molto difficilmente avrebbero goduto dei frutti perché ci sarebbero voluti molti anni prima di arrivare ad avere un raccolto di noci. Questo non impediva loro di seminare, per coloro che sarebbero venuti dopo di loro». Non ho mai saputo se fosse solo un’interpretazione dell’anziano vicino di casa, ma mi piace essermi convinta che sia il modo in cui dobbiamo pensare al nostro mondo, il modo in cui dobbiamo affrontare la soluzione di un problema, quello del dissesto idrogeologico, che non è nostro, ma è soprattutto di tutti coloro che verranno dopo di noi.

 

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