Alcune impressioni sul vento di protesta delle piazze spagnole

¿Quiénes son los indignados?

di Marcello Serra

Caro Serra, mi chiedono gli amici italiani chiamandomi come i compagni delle medie, ma che sta succedendo in Spagna? Cosa sono questi giovani riversati nelle piazze? Eh, mica facile a dirsi, soprattutto al caldo asfissiante dell’attualità madrileña. Vivo a meno di dieci minuti a piedi da plaza del Sol e, sulla #spanishrevolution, ho già avuto modo di ingannarmi un paio di volte. Deprimente? A dire il vero neanche tanto, anzi, rispetto a certe cose lette in giro ho il sospetto di andare alla grande. In ogni caso, consoliamoci tutti: per capire come le cose si sarebbero evolute ci voleva un indovino e, ancora adesso, quella del pronostico è un’arte assai rischiosa. D’altra parte, sono proprio questa imprevedibilità e difficoltà interpretativa a dare la sensazione che si tratti di qualcosa di significativo. Per dirla con le parole di Jurij Lotman, pare di essere nel bel mezzo di un evento esplosivo, dove molti sono i futuri possibili, alta è l’indeterminazione ed elevato il senso che verrà dai suoi sviluppi.

Una delle prime cose a cui ho pensato quando ho cominciato a rendermi conto dell’importanza della faccenda è stato il classico testo di Karl Mannheim sulle generazioni. Una delle ipotesi più affascinanti e insieme più criticabili del libro è che, affinché una generazione trovi il suo stile, perché si realizzi effettivamente e assuma una forma, è necessario che si verifichi un evento, una esperienza collettiva che agisca come destabilizzatore sociale e culturale e le permetta di trovare una identità differenziandosi dalle precedenti. A voler essere pedanti, l’idea è un po’ troppo generalizzante ed ancor più se presentata in modo tanto semplificato. Ma che ci posso fare? Da più di una settimana ho la sensazione che questo possa essere il caso. Ad ogni modo, che siano o meno generazionali, la novità del movimento del 15 M sta tutta nelle forme, ed è anche per questo che diventa difficile inquadrarlo, raccontarlo e dargli risalto. Tanto è vero che i giornali spagnoli gli dedicano poco spazio, la politica sostanzialmente lo ignora, mentre all’estero ci si interroga sul suo significato più di quanto non si faccia delle elezioni locali appena concluse.

La forma, dicevo, prima di ogni altra cosa (e ossessivamente presente nelle regole “inclusive” del discorso assembleare). Al riguardo, una caratteristica che salta subito agli occhi è l’assenza di ideologia nel movimento, anche nel caso in cui la si intenda semplicemente come capacità di autodefinirsi politicamente e, di conseguenza, di dare una immagine di sé. “Nessuna bandiera” è una delle parole d’ordine. In questo senso la distanza è netta non solo nei confronti delle lotte politiche degli anni 60-70, dove le ideologie erano chiare e gli obbiettivi definiti, ma anche rispetto al movimento infelicemente battezzato no-global, composto da una costellazione di entità differenti, ma dotate di identità stabili. Qui, invece, si è partiti dal nulla o, cosa che davvero è lo stesso, da una manifestazione per una “democracia real”, da una serie di rivendicazioni così vaghe e generali da riuscire a intercettare un malessere diffuso e informe. In altre parole, si tratta di un movimento che nasce sostanzialmente atelico, senza finalità precise, ma che cerca nella dinamica della propria evoluzione delle ragioni, una forma, una “ideologia”. Tanto per fare un esempio, che si trattasse di un movimento rivoluzionario e non riformista si è stabilito (!) consensualmente, con una assemblea aperta a chiunque passasse da quelle parti, e poi si è cercato di decidere che cosa intendere per rivoluzione, perché nessuno ha più autorità degli altri, e dunque neppure il dizionario, la storia o la scienza politica.

In ogni caso, si fosse pure deciso altrimenti, la forma sarebbe stata comunque rivoluzionaria, non fosse altro perché espressione di un compiuto snodo tecnosociale contemporaneo. Per la prima volta si osserva infatti, su scala massiva, non solo un certo coordinamento, ma una perfetta traduzione, quasi una sovrapposizione, tra la connessione delle reti immateriali e la comunicazione dei corpi, tra il contatto dei social network e il contagio passionale della piazza. Ed è proprio tale pratica di rete che permette una ricomposizione di quella scissione tra mezzi e fini che è stata alla base della politica del Novecento e su cui si è sviluppata la separazione tra società civile e società politica. In pochi giorni Sol si è trasformata in una specie di paesino attivista dotato, tra le altre cose, di un centro comunicazioni, una biblioteca, una cucina, un’infermeria, un orto, uno spazio infantile sorvegliato, un centro legale, un gruppo circense, una radio e, affinché di questo resti memoria, perfino un archivio. Per tutto ciò esistono delle commissioni, a cui si aggiungono quelle di economia, politica a breve termine, politica a lungo termine, femminismo, rispetto ecc. ecc.

Ma Sol è unicamente l’epicentro degli eventi, un fulcro emotivo-passionale e, almeno al momento, un hub informativo. Il movimento, che è un prodotto delle reti, non poteva che decentralizzarsi: rapidamente sono sorti dei nodi in tutte le principali città spagnole e il contagio si è esteso in Europa. Oggi 28 maggio a Madrid si sono riunite circa 80 assemblee di quartiere, molte delle quali già dotate di spazi on line di coordinamento. Per quanto riguarda l’organizzazione, è fondamentale l’attenzione alla trasparenza, che viene intesa tanto come apertura nei confronti di tutti i partecipanti, sia come panopticum difensivo nei confronti di possibili manipolazioni: si filma e registra continuamente, si tenta di render pubblici gli atti delle assemblee e delle commissioni di lavoro (anche se poi il pubblico è, giocoforza, autoselezionato). Evidentemente, in tutto ciò, l’importante non sono tanto le rivendicazioni concrete, né, dato che la sovranità è nulla, è del tutto corretto dire che si tratta di un esperimento di democrazia partecipativa. Piuttosto, ciò che conta, ed i partecipanti ne sono consapevoli, è il messaggio che è possibile far politica in un modo alternativo, un modello che segue le dinamiche aperte della rete. “Universale senza totalità” diceva Pierre Lévy per descrivere lo spazio antropologico dell’intelligenza collettiva e chissà che non sia il caso di restituirgli un po’ del credito perso a favore di autori più equilibrati, ma meno interessanti.

A questo punto ci si starà chiedendo che c’entra l’indignazione. A dire il vero, a mio parere ben poco, e per quanto molti ci si riconoscano (o credano di farlo) è forse una etichetta che svia più di quanto aiuti a comprendere. È davvero difficile immaginarsi che un sentimento aggressivo e aspettualmente puntuale abbia potuto spingere tante persone a un processo di dialogo così pacato e inclusivo. Almeno a Madrid, e fatta eccezione per qualche sporadico provocatore contrario al movimento, non si vede nessuna faccia indignata e neanche credo che sia stata l’indignazione a funzionare come motrice degli eventi. Al contrario, e in accordo con il carattere emersivo del movimento, mi pare che alla base di tutto ci sia stato (e ancora ci sia) un sentimento molto meno definito, una imprecisata sfiducia nei confronti della politica e/o i politici, un malessere, una insoddisfazione generalizzata. Il contatto personale, il potlach dei corpi accampati e riuniti ha poi spinto verso un contagio euforico, una comunità inizialmente fatica e, poi, concretamente simbolica. Ma unita non tanto da un sentimento previo di indignazione, quanto da una pratica di un farsi comune e dall’illusione di un dono di sé declinato glocalmente.

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