Agende senza parole

La Cultura di Destra e il discorso sulla scuola pubblica

«L’unica cosa che promette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio
dei nostri padri che abbiamo nel sangue; idee senza parole».
(O. Spengler, Anni decisivi. La Germania e lo sviluppo storico mondiale, Bompiani, Milano 1934, p. 4).

Al fondo di ciò che è stata acutamente definita da Furio Jesi come la cultura di destra[1], esiste sempre un ben oliato gioco linguistico; ovvero un particolare modo di utilizzare alcune parole del nostro linguaggio al fine di stabilire un controllo vivo sulle opinioni politiche delle masse. Concepito essenzialmente quale risemantizzazione in forma “tecnicizzata” di un messaggio a carattere mitologico, questo tipo di linguaggio appare costruito soprattutto da parole spiritualizzate e da enunciati performativi, capaci di dar voce a una precisa ideologia politica, in virtù di un presunto legame con un passato mitico ormai inaccessibile. Per il pensiero conservatore, un simile linguaggio totemico si configura quale unico effettivo appiglio nei confronti di una perduta eredità ancestrale; dimensione simbolica del Vero e del Genuino, chiamata a rivivificare esotericamente l’attualità necrotizzata del presente storico. Costruito a partire dalla ipostatizzazione metafisica di alcune parole-feticcio, quali Tradizione, Patria, Nazione, e ancora, Cultura, Identità, Origine, esso rappresenta la costante più significativa di ciò che, utilizzando categorie jesine, potrebbe essere definita come la “macchina mitologica” informante la cultura di destra[2]. In questi termini, Jesi considera tale cultura come una particolare costruzione simbolico-linguistica, che impiega sistematicamente delle parole d’ordine nel discorso pubblico e privato, allo scopo di blandire retoricamente le masse e ingenerare in chi ascolta un sentimento di commozione empatica con il parlante. Buona parte delle ultime ricerche del mitologo torinese appaiono orientate proprio alla disamina critica dei meccanismi che contraddistinguono questo specifico dispositivo culturale. Rifacendosi a una celebre espressione spengleriana, Jesi aveva infatti definito il particolare mantra linguistico, caratteristico del pensiero di destra, proprio nei termini di un linguaggio delle idee senza parole.

Lungi dall’essere unicamente figlio della fucina ideologica spengleriana, il linguaggio delle idee senza parole sembra affondare le sue radici direttamente in quel lungo Ottocento che fu luogo di nascenti nazionalismi e di tradizioni inventate alla bisogna[3]. Destinato in origine a fare da gran cassa al rumoroso ritornello nazionalista, esso ha continuato – e continua ancora oggi – a impiantare i suoi spinosi germogli nel giardino del secolo appena concluso. A ben guardare, infatti, buona parte dei discorsi simbolici del sentire postmoderno vengono plasmati incessantemente proprio da questo specifico modus loquendi. Al giorno d’oggi, le idee senza parole non vengono più utilizzate solamente nella rievocazione strumentale di una perduta età originaria, bensì costituiscono anche il materiale più adatto da impiegare nella costruzione di una immagine “nuovista” dei tempi a venire[4]. Per dirla con Jesi, dunque, nella nostra quotidianità «la maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale di destra»[5]. Occorrenza paradossale, certo. E perciò degna di essere considerata in tutte le sue policrome implicazioni antropologiche. In questo senso, la cultura di destra non può e non deve essere identificata esclusivamente con le forme canoniche della militanza o della appartenenza politica. Aderire alla “macchina mitologica” di destra significa piuttosto far riferimento a un orizzonte simbolico confezionato ad arte; nonché ad una precisa filosofia della storia che idealizza in modo caricaturale la concretezza del tempo storico, riducendone così la complessità ad una «pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile»[6].

Anche nel Belpaese di oggi, segnato sottopelle dal breve ventennio berlusconiano e dalla crisi strutturale del Finanzcapitalismo mondiale, il ritornello mediatico delle idee senza parole sembra ripetersi incessantemente e senza soluzione di continuità. A ogni angolo di strada si sente riecheggiare la vecchia e logora – ma quanto mai incisiva – simbologia politica della Reazione. Slogan infarciti di maiuscole a buon mercato e trasporto messianico da avanspettacolo. Una catarsi linguistica fatta di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte. Il Nostro Paese, i Nostri Eroi Nazionali, la Nostra Tradizione, i Nostri Valori Insindacabili. E ancora, Lo Sviluppo Economico, la Crisi Finanziaria, il Mercato Globale, la Rete. L’eterno clima da campagna elettorale che si respira in Italia non favorisce di certo lo svilupparsi di una riflessione meditata sui tanti problemi che affliggono un Paese ormai accartocciato su se stesso. Così, il compito di ancorare la vacuità delle idee senza parole alla complessità del presente appare sempre più arduo da affrontare; lo spazio dialettico per una consapevole partecipazione alla vita pubblica, sempre più intaccato dal lavorio mitopoietico della “macchina”.

A ben guardare, nell’Italia di oggi, quasi nessun argomento d’interesse collettivo riesce infatti a smarcarsi completamente dagli ingranaggi del dispositivo culturale di destra. Nel caso specifico, basti pensare al dibattito pubblico che si è acceso negli ultimi mesi attorno alla necessità di innovare il sistema scolastico nazionale mediante l’impiego delle nuove tecnologie digitali. Anche questa volta, le parole totemiche che informano le dichiarazioni degli addetti ai lavori sono ben note, e tutte rigorosamente da declinarsi in maiuscolo. Merito, Competenze, Tecnologia e Digitalizzazione dei contenuti didattici. Ecco il nuovo rosario scolastico delle idee senza parole, sgranato e recitato meccanicamente dai comandanti in capo che in questi anni si sono alternati alla guida del MIUR. Di certo, nessuno potrà mai dimenticare facilmente – anche se forse sarebbe il caso di farlo – le oltremodo numerose sparate dell’ex ministro Maria Stella Gelmini in relazione alla necessità di reintrodurre nella scuola pubblica dei criteri meritocratici di selezione del personale docente. Per non dire delle altrettanto fumose dichiarazioni del suo tecnico successore, il Ministro Profumo, anch’egli alfiere nella scuola pubblica delle ICT (Information and communication technology). Non si tratta, in questo caso, di impegnarsi pregiudizialmente in una battaglia di retroguardia, indirizzata contro l’introduzione di qualsiasi forma d’innovazione tecnologica nel mondo dell’istruzione. Chi scrive è perfettamente consapevole che la sperimentazione ponderata di un nuovo modello di apprendimento, integrato mediante un utilizzo misurato delle ICT, potrebbe rappresentare realmente un importante strumento di trasformazione dei modelli fondamentali del fare scuola. Tuttavia, aldilà delle inutili e poco produttive contrapposizioni tra sacerdoti del cartaceo e promotori del digitale, è invece il caso di sottolineare come anche la forma linguistica degli annunci propagandistici in materia di Merito e Digitalizzazione venga ad essere plasmata continuamente dal linguaggio simbolico delle idee senza parole. Ovvero, come quella macchina mitologica, caratteristica della cultura di destra, venga ad agire in maniera carsica anche nel campo del discorso pubblico sulla riforma dell’istituzione scolastica. Certo, si potrà sempre obiettare che parole “neutre” o addirittura “positive” quali Competenze, Merito e Tecnologia, non possono in alcun modo essere accomunate a quelle più marcatamente “negative” sulle quali hanno piantato radici i moderni nazionalismi. Niente di più apparentemente vero, a una prima riflessione. Nondimeno, però, è bene ricordare come sia proprio il funzionamento stesso della macchina a prescindere dalla forma esterna dei termini da essa impiegati. Al di là del significato lessicale comunicato dalle singole parole, pertanto, ogni qual volta si tende a sostanzializzare i criteri che ne regolano l’uso, si continua a rimanere – più o meno consapevolmente – sempre all’interno di uno specifico paradigma culturale. Per dirla con Jesi, allora, ciò che i discorsi sulla riforma del sistema scolastico pubblico rendono evidente, è piuttosto una forte consonanza di questi ultimi con la macchina linguistico-mitologica della destra. Consonanza che non si basa affatto sulla ricorrenza continuativa di specifiche parole, bensì «di scelta di un linguaggio delle idee senza parole, che presume di poter dire veramente» non preoccupandosi troppo «di simboli modesti come le parole che non siano parole d’ordine»[7].

Non sempre, in questi anni, il Ministero dell’istruzione ha mostrato di avere la consapevolezza di questa consonanza. Raggiungerla permetterebbe alle idee innovatrici in materia di scuola pubblica di creare degli effettivi percorsi di senso, travalicando il vacuo nominalismo delle idee senza parole. Anche i discorsi affrontati negli ultimi mesi sul tema della cosiddetta Agenda Digitale Italiana possono essere assunti come exempla del dispositivo culturale descritto sopra. Istituita il primo Marzo 2012 mediante decreto del Ministero dello sviluppo economico – di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’economia e delle finanze – l’ADI si propone il compito di sfruttare tutto il potenziale delle ICT allo scopo di «favorire l’innovazione, la crescita economica e la competitività» dell’Italia, «ottenendo vantaggi socio-economici sostenibili grazie a un mercato digitale unico basato su Internet veloce e su applicazioni interoperabili». Le misure attuative per la concreta applicazione della ADI nei vari comparti ministeriali sono state successivamente pubblicate in Gazzetta Ufficiale con il D. L. n. 179 del 18 Ottobre 2012 “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” – c. d. “Provvedimento per la Crescita 2.0”. Nello specifico, per quanto riguarda l’istruzione (Sez. III, Art. 11), il Decreto Legge contiene alcune norme, indirizzate sulla carta a favorire proprio la trasformazione dei vecchi modelli didattici attraverso l’integrazione delle nuove tecnologie digitali. Cominciando con la promozione della didattica in e-learning, nei casi di realtà territoriali oggettivamente svantaggiate, e proseguendo con l’adozione dei nuovi libri di testo in versione digitale e mista, le norme pensate dal MIUR mirano dunque ad avere un impatto rivoluzionario sulle forme tradizionali della didattica.

Ora, è evidente che le misure contenute nell’Agenda Digitale per l’istruzione non possono risolvere sic et simpliciter gli infiniti mali che, in questo momento, tormentano la scuola italiana. Sebbene non si possa disconoscere a priori la validità teorica di alcune delle norme presentate nel decreto, la reale applicabilità di queste ultime va comunque contestualizzata storicamente; ossia valutata alla luce del generale processo di riorganizzazione finanziaria che, nella passata legislatura, ha interessato soprattutto il comparto istruzione e ricerca. In questo senso, non è difficile richiamare alla memoria tutti quei provvedimenti che hanno scientificamente mirato allo smantellamento programmatico del sistema scolastico italiano. In nome di una catartica razionalizzazione della spesa pubblica, gli ultimi due governi si sono impegnati nei fatti a ridurre anche quei pochi fondi destinati alla scuola dal Ministero del tesoro. Da ultimo, il D. L. n. 98 del 6 luglio 2011 – c. d. “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” – ha ridotto drasticamente anche il numero delle autonomie scolastiche presenti sul territorio nazionale, rendendo più difficoltoso persino il quotidiano svolgimento delle normali attività didattiche. In questo quadro, pertanto, non bisogna necessariamente impugnare la lente del filologo per accorgersi delle vive contraddizioni che stanno dietro ai discorsi retorici sulla Digitalizzazione. Il codice espressivo delle idee senza parole si dipana, anche in questo caso, seguendo una duplice direttrice: se, per un verso, si proclama a gran voce la necessità di innovare le vecchie forme del fare scuola mediante il processo di digitalizzazione delle attività didattiche, per altro verso si continua ad avallare la politica nefasta dei tagli lineari al comparto istruzione e ricerca. Plasmato continuamente dalla dirompente carica simbolica delle maiuscole, il discorso di matrice “tecnica” sulla digitalizzazione della scuola pubblica tradisce dunque la sua essenziale prossimità alla cultura di destra. Valutato in quest’ottica, un simile approccio nei confronti dei numerosi problemi che affliggono la scuola italiana, non presenta nulla di “neutro”. O, che dir si voglia, nulla di “tecnico”. Al di là degli stucchevoli richiami alla neutralità delle competenze dei cosiddetti ministri tecnici, sarebbe allora molto più corretto sottolineare la vicinanza culturale di questi ultimi alla macchina mitologica di destra. Vicinanza che non si declina, nella maggior parte dei casi, in una vera e propria appartenenza politica, ma è garantita piuttosto dalla tipologia del linguaggio usato e dal tenore dei discorsi propagandistici pronunciati a gran voce.

Note

 

[1] Cultura di destra è il titolo dell’ultima opera pubblicata in vita da Furio Jesi. Sotto questo titolo, l’intellettuale torinese decise di riunire due lunghi saggi, usciti precedentemente nelle pagine della rivista «Comunità» tra il ’75 e il ’78, dando così forma unitaria al volume pubblicato nel 1979 per la serie Saggi blu di Garzanti.
[2]Per una chiara introduzione al pensiero di Jesi si veda L. Manera, Furio Jesi. Mito, violenza, memoria, Carocci, Roma 2012.
[3] Sul concetto di «invenzione della tradizione» in relazione alla nascita dei nazionalismi tra Ottocento e Novecento si vedano le illuminanti considerazioni Eric Hobsbawm in L’invenzione della tradizione, a cura di E. J. Hobsbawm e T. Ranger, Einaudi, Torino 2012.
[4] Come è stato notato di recente da Giuliano Santoro, la retorica della Rivoluzione della Rete, sbandierata dal duopolio Grillo-Casaleggio, rientra esattamente nella casistica delle idee senza parole (cfr. G. Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, Roma 2011).
[5] F. Jesi, Cultura di destra, a cura di A. Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011, p. 26. Per chiarire con un esempio, Jesi includeva nella categoria delle idee senza parole anche i linguaggi caratteristici di ambienti cosiddetti di “sinistra” come quello utilizzato dalle Br per stendere i loro comunicati, o ancora il linguaggio tipico di certi ambienti rivoluzionari.
[6] Ricetta: mettere il passato in scatola, con tante maiuscole… Colloquio con Furio Jesi, in «L’Espresso», n. 25 del 24 Giugno 1979.
[7] F. Jesi, Cultura di destra, p. 27.

Print Friendly, PDF & Email
Close