A due anni dalle arance macchiate di sangue di Rosarno

Vincenzo Romania [*]

Sono passati due anni da quando all’inizio del 2010, dopo 3 giorni di violenti riots, la situazione di sfruttamento lavorativo ed abitativo dei 2000 lavoratori immigrati residenti a Rosarno, nel sud dell’Italia, ha conquistato l’attenzione dei maggiori canali dell’opinione pubblica nazionale ed europea. Dopo due anni, quando torno in Calabria dai miei parenti e parlo con qualche piccolo o grande aspirante ’ndranghetista, mi racconta che lì, a 40 km da dove abito, la situazione non è per nulla cambiata. All’inizio è stato assunto qualche rumeno, per evitare le maglie del reato di favoreggiamento della clandestinità e soprattutto per evitare che la forza esplosiva della protesta degli immigrati africani si ripetesse, in forme inedite per chi da sempre è stato abituato al silenzio ed alla soggezione. Poi, come sempre accade nei fatti in cui la mafia e lo stato sono coinvolti, le maglie della repressione si sono allargate, la polizia è tornata a occuparsi di altro, e la raccolta di arance, favorita da piogge abbondanti e temperature alte, è continuata ad essere un commercio fiorente.

Il fatto in sé, per chi conosce il contesto non ha creato enormi danni economici alle ’ndrine. La ‘ndrangheta calabrese si occupa, infatti, soprattutto di affari più lucrosi e facili da gestire: traffico di stupefacenti e appalti pubblici. Ciò che ha fatto male quella volta, invece, è stata soprattutto l’avventatezza con cui una popolazione sfruttata ha richiesto allo stato il rispetto dei diritti umani, in uno spazio fisico che lo stato ha da sempre rinunciato a controllare.

Torniamo allora a quei fatti, per offrire una riflessione sistematica di come il diritto di asilo sia limitato, su scala nazionale, non soltanto da leggi e procedure, ma anche dai reticoli dell’illegalità nel mondo del lavoro.

Rosarno è una piccola municipalità (15.000 residenti) sita sulla costa tirrenica della Calabria, al centro dei principali nodi comunicativi e commerciali della Regione, a pochi chilometri dal porto di Gioia Tauro, secondo maggiore porto europeo per operazioni di transhipment. La sua posizione geografica ha favorito il sorgere di un fiorente tessuto agricolo industriale e commerciale dedito soprattutto alla coltivazione degli agrumi. Le molte aziende sorte sul territorio hanno però dovuto subire il controllo capillare della ‘ndrangheta, la potente mafia locale. Esse si sono quindi trovate ad interagire in un contesto di economia informale, nel quale la gran parte dei lavoratori veniva assunta in nero. Per tale ragione, sin dagli inizi degli anni ’90, Rosarno ha attirato tutti quegli immigrati regolari e irregolari che non erano riusciti a compiere un percorso di integrazione all’interno dei canali istituzionali offerti dallo Stato italiano. Dal 1990 ad oggi, Rosarno ha quindi rappresentato uno dei tanti sbocchi naturali di segregazione e sfruttamento della popolazione immigrata, prodotti dalle leggi nazionali sull’immigrazione.

I primi ad arrivare sono stati immigrati maghrebini presenti sul territorio già da metà anni ’80, poi a cominciare dal 2000 i lavoratori nel settore agricolo sono costituiti in grandissima parte da africani provenienti dall’aerea sub-sahariana. In quanto a status giuridico, questi nuovi arrivi sono composti da: a) immigrati irregolari che non riescono a trovare lavoro ed a rientrare nelle sanatorie nazionali; b) richiedenti asilo che lavorano in nero perché impossibilitati per legge ad avere un lavoro regolare; c) immigrati con regolare permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare che non riescono a trovare altro tipi di lavoro. La maggior parte degli irregolari non arriva in Calabria come prima meta italiana, ma vi giunge dopo diversi tentativi falliti di trovare lavoro in città del Nord e del Centro Italia, dietro suggerimento di altri immigrati. I richiedenti asilo vi giungono invece grazie ancora a reti etniche alleate con la ‘ndrangheta che accompagnano i richiedenti dall’uscita dai centri di prima accoglienza ai campi di Rosarno, spesso sequestrando loro i documenti. Altri richiedenti asilo giungono a Rosarno dopo essere stati raggirati da finte agenzie per il supporto ai documenti per immigrati.

In un contesto di scarso controllo pubblico, avendo a disposizione questa preziosa fonte di lavoro vulnerabile e non garantito, la mafia locale ha dato vita ad uno sfruttamento paragonabile all’apartheid e per certi versi anche più discriminatorio: turni di lavoro superiori alle 10 ore giornaliere, paga inferiore ai 2,50 euro all’ora, sistemazione abitativa all’interno di fabbriche dismesse prive di ogni servizio, continue persecuzioni fisiche e morali. A ciò vanno aggiunti gli omicidi di tutti coloro che non si sono adattati al controllo mafioso: 2 algerini assassinati nel febbraio del 1992; un ivoriano ucciso e due richiedenti asilo del Burkina Faso gravemente feriti nel febbraio del 1994; un africano di identità non riconosciuta, ritrovato assassinato nel 1996; tre marocchini feriti a sprangate nel gennaio del 1997; tre feriti gravi in una sparatoria nel 1999; due ivoriani gravemente feriti nel 2008 ed altri due gambizzati nel gennaio del 2010. Insieme a loro molte altre vittime invisibili, potenzialmente sparite fra i campi di Rosarno, senza che nessun parente o conoscente potesse reclamarne il ritorno.

Le condizioni di housing a cui questi immigrati sono stati sottoposti, sino allo sgombero seguito ai fatti del 2010, erano non rispettose dei più elementari diritti umani e rappresentavano, secondo la mia opinione, il punto più basso di sfruttamento degli immigrati in tutto l’Occidente. Ciò è vero a tal punto che Medici Senza Frontiere, una ONG normalmente operante in Paesi del terzo mondo all’interno dei campi rifugiati, a partire dal 2005 ha piazzato un punto permanente per fornire servizi medici e di assistenza basilare a Rosarno. Da un rapporto del marzo 2005 prodotto dalla stessa ONG, risultava infatti che: “il 55% dei lavoratori stagionali di Rosarno non ha acqua corrente nel luogo in cui vive, il 54% non ha luce, quasi il 60% non ha servizi igienici e il 91% non ha riscaldamento”. Ancora oggi, chi passa da Rosarno per prendere un treno, dopo aver superato costruzioni in muratura ben lontane dal poter essere chiamate case, incontra in sala d’atteso lavoratori stranieri in attesa di un caporale o di un treno che li rifornisca di oggetti da vendere per strada.

Mentre i primi immigrati erano riusciti a trovare sistemazione in affitto in abitazioni private, seppur di scarso livello, a partire dalla Legge Bossi Fini nel 2002 e dalla successiva introduzione del reato di clandestinità nel 2008, i locatari non hanno più affittato ad immigrati irregolari le proprie abitazioni, per non incorrere nelle conseguenze penali previste dalla legge. In più, la ‘ndrangheta ha imposto una segregazione razziale di fatto degli immigrati africani al di fuori dei centri abitati, senza che lo Stato italiano intervenisse mai a correggere questa situazione nel decennio passato.

Dal 2003 al 2009, i 2000 immigrati impiegati nei campi di coltivazione di Rosarno dormono quindi in grande prevalenza nelle strutture fatiscenti di una ex cartiera che era stata costruita con soldi pubblici e poi abbandonata, come spesso accaduto ad altre strutture pubbliche nel sud Italia. Una struttura quindi priva di qualsiasi standard di abitabilità, nella quale, per altro, le mafie locali avevano abbandonato eternit, amianto ed altro materiale tossico non riciclato.

Nel luglio 2009, per motivi non chiari lo stabile dell’ex cartiera viene incendiato. Gli immigrati che dormivano nella struttura vengono quindi sgomberati e lo Stato italiano non se ne prende ancora carico. Vanno perciò a dormire in altre strutture industriali abbandonate sul territorio. Molti di loro finiscono nei silos per la raffinazione dell’olio della cosiddetta Opera Sila, altra società pubblica fallita. Si tratta di loculi in metallo, alti 20 metri, privi ancora di ogni servizio, tranne dei bagni chimici introdotti nel 2009 dalla Regione Calabria come unica forma di assistenza ai lavoratori immigrati.

Quando scoppiano i riots del 2010, le loro condizioni di vita sono ancora peggiori ed anche l’isolamento e la discriminazione della popolazione locale è diventata pratica quotidiana. Alla fine degli scontri, si conteranno 53 feriti, molte case e beni materiali incendiati o distrutti. Gli sgomberi delle strutture che seguono a questi eventi non portano ad un miglioramento delle condizioni degli immigrati, né ad alcuna strategia politica di integrazione: molti di loro vengono trasferiti in centri di identificazione ed espulsione, altri vengono abbandonati alla loro condizione di irregolari senza lavoro e senza tetto; alcuni clandestini vengono espulsi; sorte migliore tocca a coloro che si trovano nelle condizioni di richiedere asilo. La reazione del Ministro dell’Interno Maroni, nei giorni seguenti, non sono di condanna alle organizzazioni mafiose che hanno gestito lo sfruttamento degli immigrati, né di presa di responsabilità per il mancante pubblico sulla zona di Rosarno. Al contrario, il Ministro incolpa gli stessi immigrati clandestini, vittime dello sfruttamento, di aver prodotto i disordini e le condizioni di vita nelle quali si sono trovati a sopravvivere. Secondo quanto risulta all’ufficio di collocamento locale, i lavoratori agricoli erano per 1600 italiani e solo 72 immigrati. Ciò avviene perché molti lavoratori italiani fingono di lavorare nei campi agricoli per ottenere i benefici previdenziali, con il supporto di medici e sindacati alleati con le organizzazioni mafiose.

L’opinione pubblica europea, UNHCR, ILO ed altre organizzazioni internazionali hanno reagito denunciando fortemente le responsabilità dello Stato italiano. Articoli del “Guardian” e dell’“Economist”, apparsi nello stesso mese hanno parlato di pulizia etnica.

Oggi cosa rimane? Rimangono una piccola fetta di immigrati che sono “forzatamente” emigrati al nord, da Roma in su; una piccola parte di loro a cui è stato riconosciuto il permesso per motivi umanitari; nuovi arrivati sottoposti a condizioni simili di sfruttamento. Quello che accade, ancora oggi, è che i lavoratori di Rosarno siano sottoposti a quello che le Nazioni Unite chiamano tratta a scopo di sfruttamento lavoratori, malgrado né loro né le nostre istituzioni sembrano poter o voler riconoscere questa condizione. In una fase di contrazione drammatica del welfare, nulla si è fatto e nulla si farà per migliorare la condizione di questi lavoratori. Per di più, per assurdo, scomparse dal governo le ali più intolleranti della nostra politica, è scomparso anche il dibattito sulla immigrazione.

La notizia positiva è, invece, che alcuni produttori di Rosarno, grazie alla compagna SOS Rosarno, stanno iniziando a promuovere, anche al nord, l’acquisto di arance prodotte senza sfruttamento lavorativo, né sottomissione alle mafie locali. Speriamo che queste iniziative ripongano all’attenzione pubblica questo grave ammanco nella nostra politica. E che serva a riflettere. La democrazia è infatti la possibilità di sbagliare e di imparare dai propri sbagli.

Il nostro blog ha dedicato diversi articoli e interviste ai raccoglitori di arance nella Piana di Gioia Tauro.

Qui potete ascoltare l’intervento del regista Andrea Segre, tenutosi nella Sala Cinema della facoltà di Lettere e Filosofia di Siena, dopo la proiezione del suo documentario Il Sangue Verde (2010).

L’articolo di Francesca Landro “Le arance non cadono dal cielo” ricostruisce una genealogia dello sfruttamento dei braccianti e delle relative proteste, dal 1950 – 1970 sino la manifestazione del 7 marzo 2011 di fronte al Ministero dell’Agricoltura.

“I raccoglitori di memorie” è un’intervista ad Andrea Segre in cui il regista approfondisce i rapporti tra il suo lavoro di documentarista e il racconto delle migrazioni avvenute negli ultimi anni.

Note


[*] Ricercatore in Sociologia, presso l’Università di Padova – vincenzo.romania [at] unipd.it

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