Segnalazioni

Il valore dei suoni

Una riflessione su rischi, possibilità e contraddizioni dei rapporti tra musica e rete.

Steve Albini è un chitarrista, un ingegnere del suono e in definitiva un guru per i produttori musicali indipendenti, che si è fatto notare nel più vasto mondo mediatico con un testo del 1993 intitolato The problem with Music, nel quale l’industria discografica viene aspramente criticata per lo sfruttamento di band e musicisti.

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Dopo vent’anni, Albini torna alla ribalta con un provocatorio keynote per il summit dell’industria musicale Face the Music 2014 tenutosi il mese scorso a Melbourne in Australia. In questo discorso, che è stato diffuso in rete da «The Guardian» con il titolo “Steve Albini sulla situazione soprendentemente solida dall’industria musicale“, il musicista cerca di fare il punto della situazione su come internet ha cambiato il mondo della produzione e della distribuzione di musica.

In sostanza, Albini sostiene che, nonostante i discografici siano terrorizzati dall’invasività di internet nel mondo musicale, il fatto di avere tutta la musica possibile a portata di mano non può che giovare al musicista, il quale, prendendo finalmente il proprio destino in mano, è finalmente libero dalle mire degli avvoltoi, ormai in estinzione, dell’industria musicale. Se è certamente vero che la diffusione della musica sul web ha portato a un drastico abbassamento dei guadagni dalla vendita di album e tracce, che comunque, insiste Albini, andavano in gran parte ai discografici e non ai musicisti, è pure vero, almeno secondo il musicista, che gli incassi dai concerti sono aumentati rispetto al passato. Se quindi in passato le esibizioni dal vivo servivano come promozione per la vendita degli album, oggi avviene esattamente il contrario.

Dunque, ci dice Albini, rassegnatevi a guadagnare poco o nulla dai vostri cd o album digitali, come del resto è sempre successo per i musicisti. Cercate piuttosto di diventare agenti di voi stessi, occupatevi della vostra promozione, grafica, comunicazione e quant’altro possa farvi conoscere e procurarvi quei concerti da cui verranno i veri guadagni.

A sentire il musicista dovremmo quindi gioire per la situazione attuale della cultura musicale. E in effetti non c’è mai stata a memoria d’uomo una possibilità così ampia di raggiungere musiche di ogni luogo e tempo, di ogni genere e strumentazione, di autori sconosciuti o famosi o addirittura “automatizzati”, come il misterioso Webdriver Torso.

Chiunque oggi può “uploadare” un proprio brano sui vari social media network generalisti come YouTube o su quelli dedicati alla musica come Bandcamp o Soundcloud: dal ragazzino intraprendente di diieci anni, all’accademico navigato. Lungi da me quindi il considerare l’opportunità di farsi ascoltare che la tecnologia di oggi ci mette a disposizione come qualcosa di negativo.

Bisogna però non farsi troppe illusioni sul realismo delle convinzioni di Albini, in primis perché il suo discorso, nel contesto di un summit di discografici, ha evidentemente lo scopo di essere provocatorio e quindi si preoccupa più di mettere in relazione internet con l’industria musicale che di fare un discorso veramente generale sullo stato della musica oggi.

Infatti, Albini parla di musica. Ma di quale musica? Secondo quella che io chiamo (in onore a John Landis) la Sindrome del Bob’s Bunker spesso si commette l’errore di considerare la musica che ci circonda come tutta e sola la musica esistente, ignorando la vastità delle espressioni musicali che hanno popolato il nostro pianeta e la storia dell’uomo, ognuna con le proprie problematiche e peculiarità.

Dunque è certamente possibile che il genere musicale affrontato dalla band di Albini, gli Shellac, abbia assistito negli ultimi anni a un incremento dei guadagni provenienti dai concerti, ma, anche limitandoci alle espressioni musicali che troviamo nella cultura odierna di matrice europea, non possiamo esimerci dal constatare come questo non sia avvenuto per tutti i settori del mondo musicale di oggi. In certi casi neppure esiste un versante concertistico da affiancare a quello discografico: pensiamo ad esempio ai produttori di musica dance. Dunque purtroppo l’idea di utilizzare gli album essenzialmente come promozione per i concerti decisamente non è utile per tutti.

Inoltre non tutti i musicisti sono in grado di aggiungere alle competenze del musicista, tutte quelle altre competenze richieste dal suo nuovo status di “agente di se stesso” come quello di promoter, di web designer o content manager. Insomma: essere musicisti oggi richiede una tale versatilità che spesso l’abilità musicale passa in secondo piano rispetto alla capacità di vendersi o al fatto di potersi permettere di pagare qualcuno che si occupi della nostra promozione.

Infine, si parla di internet, ma si dovrebbe parlare di tecnologia digitale di cui internet è solo una conseguenza. Oggi, e ormai da qualche decennio, il computer ha messo a disposizione di tutti strumenti raffinati a basso costo per produrre musica così che non solo i musicisti con anni di esperienza ne possono giovare, ma alla fine chiunque può produrre musica, anche senza conoscerla. Molti software/hardware sono infatti già strutturati per produrre musica secondo gli standard pop, installando così nell’utente un “inconscio tecnologico”, che lo rende felice di produrre musica “come i grandi”. Perché nel processo globale di “clientelizzazione” universale, chi produce musica è esso stesso cliente: delle case di produzione di hardware e software, delle scuole di musica, di producer e concorsi. Ma tutto ciò alla fine si risolve in una saturazione del prodotto musicale, in cui è sempre più difficile distinguere la qualità, perché la capacità stessa di dare un giudizio sulla qualità e è stata estromessa a favore di una semplice identificazione di generi e stili.

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E non abbiamo neanche iniziato a parlare di “diritto d’autore”, tema fondamentale e su cui Albini “glissa” con un vago appello alla sua morte e che inquietantemente richiama simili proclami da parte di Mark Zuckberg, il fondatore di Facebook. Non ne parleremo neanche qui, per il momento. Mi limito a terminare questo articolo con una serie di domande su cui invito a riflettere chiunque si voglia occupare di come la tecnologia abbia cambiato il mondo della musica.

Alla fine il discorso di Albini parla, più che di sostenibilità, di guadagno; guadagno come sintomo della salute dell’industria musicale, non molto diversamente dai discografici a cui si rivolge. Ma questo dipende in modo diretto dal valore dell’oggetto musicale, che viene comperato, scambiato, utilizzato. Dunque mi sembra che un’impostazione del problema sia imprescindibile dalla comprensione di quale status di valore abbia assunto oggi la musica che ci circonda e a cui abbiamo accesso attraverso la tecnologia vecchia e nuova. Chiediamoci quindi quale valore ha una particolare traccia su un cd o su un social network o un brano musicale suonato dal vivo.

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Per cosa, in ambito musicale, siamo disposti a pagare? Cosa cerchiamo? E quando abbiamo ottenuto quello per cui abbiamo pagato o che ci hanno regalato, cosa abbiamo veramente ricevuto? Cosa ci è stato dato, che non avevamo chiesto? Come identifichiamo un brano musicale e la scegliamo tra i milioni di tracce a cui abbiamo accesso? Perché vogliamo ascoltare proprio quel brano e qual è l’urgenza di questo ascolto? E infine: quanto l’esperienza del brano musicale è dipendente dal brano stesso? E quanto dal suono che ne emana rispetto a tutto ciò che la circonda, come i luoghi, le sensazioni, i ricordi e il nostro desiderio di far parte di un gruppo, di una categoria di persone che si distingue dalle altre proprio perché ascolta quel brano?

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