Politiche del contemporaneo

Vacche Magris. Guerra, terrorismo e intellettuali – #Parigi

Il contributo che segue, rientra in una sequenza aperta di riflessioni dedicate alle questioni che emergono attraverso la lettura di ciò che è accaduto nella notte del 13 novembre, avviata sul nostro sito a partire da sabato 28 novembre.[*]

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Mi imbatto, sul «Corriere della Sera» del 15 novembre 2015, in un articolo firmato da tal Claudio Magris, da non confondere, immagino, con l’omonimo noto scrittore e saggista, padre nobel delle nostre lettere – in spasmodica attesa di un’imminente benedizione planetaria.
L’articolo fa il punto della situazione dopo le stragi terroristiche di Parigi, e ci indica la strada da seguire. Nel leggerlo si prova la vertiginosa sensazione di trovarsi di fronte all’ennesima testimonianza di una triste parabola: quella dell’odierno sedicente “intellettuale” che ha deciso di abdicare completamente a se stesso, inglobando in modo furbescamente ingenuo il punto di vista del cosiddetto “uomo della strada”. Uomo della strada che a sua volta crede di possedere un proprio personale punto di vista, senza neanche sospettare che le sue idee sono invece in gran parte sapientemente manipolate e indotte dall’incessante propaganda mediatica cui è sottoposto. Il risultato di questa duplice mistificazione è che l’intellettuale si trasforma in cassa di risonanza di frasi fatte e pseudo-concetti cari a chi guida le nostre società. Ecco che allora pigrizia intellettuale, accettazione dell’esistente, tendenza alla banalizzazione – laddove invece ci sarebbe da affinare al massimo gli strumenti di analisi – e semplificazione capziosa vanno a formare la deprimente rosa dei venti di quella che un brillante saggista del primo Ottocento ebbe a definire «ignoranza delle persone colte».
Ma torniamo all’articolo dell’omonimo di Magris. L’idolo polemico sembrerebbe il fanatismo islamico dell’Isis, ma a ben guardare c’è dell’altro. Lo si capisce dalla confezione giornalistica del pezzo. Il titolo recita infatti: «Quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista». Il titolo è quasi sempre redazionale, ma in questo caso rispecchia fedelmente uno dei fili conduttori dell’articolo, nel quale si associa la violenza dei terroristi al rapporto sbagliato che l’occidente instaura con gli islamici. Gli estremi si toccano: xenofobi e i buonisti sono infatti, e allo stesso titolo, i veri colpevoli. Lo sguardo di Magris si concentra su quest’ultimi.

I buonisti infatti con le loro «timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti» rivelano «un inconscio pregiudizio razziale». E poco dopo: «Le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo». La parola centrale è «cautele». Ad essa si oppone la parola «violenza», fin da subito sottolineata nel sommario: «La violenza va repressa con la violenza ma anche, e sperabilmente, esorcizzata con l’insegnamento del rispetto reciproco». In poche parole: se possibile insegniamo ai barbari i “nostri valori”. Se non dovessimo riuscirci pazienza, la coscienza è salva: facciamoli fuori e basta.
Posto di fronte a tali originali e raffinati argomenti mi viene da chiedermi innanzitutto cosa si intenda esattamente con «pudibonde cautele». Di chi? Verso cosa? In quale contesto? Il sospetto è che sotto sotto per Magris sia cautela inaccettabile quella di chi non condivide i due assi portanti del suo pensiero. Il primo è che l’attuale dramma sia interamente leggibile all’interno dello scontro fra “loro” e “noi”, tra fanatismo islamico e democrazie occidentali; il secondo è la banalizzazione dell’uso della violenza, qui pienamente accettata e propugnata, con la mente, col cuore, e con lo stile.

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L’Isis per Magris va raso al suolo. Ecco un assaggio che ci restituisce la misura e il tono del discorso: «È inutile – anche inutilmente violento – dare uno schiaffo; o si colpisce a fondo, per mettere knock out, oppure ci si astiene». Non è Tom Cruise qui a parlare, in uno di quei tanti filmetti hollywoodiani di quart’ordine, che ci hanno insegnato a interpretare la realtà in modo manicheo – fanatico? – come divisione netta fra bene e male, e a disprezzare coloro che non accettano questi rozzi schemi; no, è proprio Rambo/Magris che ci parla. Egli sembra credere davvero che bombardando la Siria si possa estirpare il terrorismo islamico. E poco importerebbe obiettargli che coloro che hanno armato e addestrato l’esercito dell’Isis non possono essere gli stessi che lo disarmeranno e distruggeranno. Anche questa osservazione logica sarebbe facilmente rubricata infatti come “cautela” da mammoletta pacifista. Magris sposa e contribuisce a rafforzare il discorso mainstream per cui ci troviamo di fronte a uno scontro fra religioni, quando qualsiasi persona disposta ancora a ragionare pacatamente capisce che questo schema è falso oltre che pericoloso. Esso è il velo di Maya, intriso di veleno, che i potenti agitano davanti agli occhi delle popolazioni per impedire loro di comprendere cosa sta succedendo. E per spingerle a sterminarsi a vicenda.

Raggiungiamo poi un livello del discorso che sarebbe improprio qualificare come riflessione, quando l’autore dell’articolo si lancia in un duplice parallelo storico-culturale, che si potrebbe considerare innocuo se fosse solo strampalato, ma che purtroppo risulta anche capzioso e subdolo. Il succo del discorso è che bisogna distinguere fra fanatismo dell’Isis e cultura islamica che, cito, «ha dato capolavori di umanità, di arte, di filosofia, di scienza, di poesia, di mistica che continueremo a leggere con amore e profitto», esattamente come «abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e a leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo». Qui davvero ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Magris sente il bisogno di “distinguere” cose che non hanno con tutta evidenza nessun tipo di collegamento. Ma proprio nell’atto di separarle finisce per porle comunque surrettiziamente in rapporto. Ma cosa c’entra la filosofia di Averroè con gli assassini dell’Isis? E cosa hanno a che fare Goethe e Beethoven con il nazionalsocialismo di Hitler e Goebbels? Magris, commentando un banale fatto di cronaca ingigantito ad arte dai media, pontifica a proposito di un dirigente scolastico e degli insegnanti di una scuola di Firenze, rei di aver annullato, forse per motivi religiosi, una visita ad una mostra di arte sacra. I suddetti per lui andrebbero «licenziati in tronco e messi in strada ad aumentare le file dei disoccupati». Volendo pure soprassedere sulla volgarità del linguaggio da capetto ringalluzzito dalla fresca approvazione del Jobs Act, e tornando alle peregrine associazioni prima citate, mi chiedo cosa succederebbe al più scalcinato studente di quinta liceale se in sede d’esame collegasse in qualsivoglia maniera, finanche per negarne i rapporti, che so, lo sterminio perpetrato dagli spagnoli in America col Don Chisciotte di Cervantes, o i misfatti dell’Inquisizione romana con gli affreschi di Michelangelo.

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Ritorniamo al cuore del nostro discorso. Magris, e con lui tantissimi altri “intellettuali”, non sente il bisogno di domandarsi cosa ci sia dietro al paravento dell’Isis e come mai si sia rafforzato senza incontrare ostacoli. Domandiamocelo noi allora. La mia risposta è: non per un “errore” delle potenze occidentali, ma per un folle calcolo messo a punto da temibilissime élites in vista di determinati fini. Ad esempio per giustificare gli interventi militari con cui le stesse potenze si giocano la partita del dominio in Medio Oriente. Come si fa a non ricordare che impellente obiettivo dell’amministrazione Usa, almeno dal 2011 a oggi, è stato quello di abbattere ancora una volta il regime ostile di turno? E che dopo l’Iraq di Saddam Hussein, l’Afghanistan, e la Libia si era deciso che toccasse alla Siria di Assad? Questo progetto di dominio, sostenuto e alimentato dalle potenze “regionali” dell’Arabia Saudita e della Turchia, ha incontrato l’opposizione di Iran e Russia. Per questi motivi gli Usa e i vari lacchè della Nato intervengono militarmente nell’area.

Siamo di fronte a uno spaventoso rovesciamento, per cui non è vero che questi intervengono perché c’è l’Isis, ma semmai al contrario, l’Isis c’è perché loro intervengano. Ma ricordiamolo: la guerra è sempre servita a tutelare gli interessi dei potenti e a distruggere le vite di quelli che potenti non sono. Non solo tali élites non ci difendono, ma al contrario ci usano; cinicamente usano gli eccidi come quelli di Parigi per giustificare le loro guerre che hanno ben altri obiettivi: controllare immani risorse energetiche, dare nuova forma agli equilibri geopolitici mondiali. Se non si comprende subito come sia proprio il fermo proposito di fare la guerra a creare il terrorismo, e non al contrario lo scatenarsi del terrorismo a costringere i “buoni” occidentali ad imbracciare, “loro malgrado”, le armi, allora ci si condanna davvero a una penosa cecità. Ci si consegna mani e piedi al carnefice.

Oggi più che mai il pacifismo non è per nulla astratto, e non è da deridere. Esso è assai concreto nella misura in cui, guardando alla «verità effettuale della cosa», chiarisce e denuncia le dinamiche reali degli eventi e addita in un modello di sviluppo semplicemente suicida – quello capitalistico – il quadro complessivo entro cui certi processi distruttivi nascono e prosperano. Staccare questo quadro orrendo dalla parete della specie umana è compito tanto arduo quanto urgente. Esso passa attraverso la cruna dell’ago della complicazione, del ragionamento collettivo, dell’esercizio del pensiero critico e della prassi politica. Compiti e doveri questi a cui l’onesto intellettuale di oggi, inteso come uomo di buona volontà che voglia condividere e trasmettere strumenti di analisi e di previsione, non può in nessun modo voltare le spalle.

 

[*] Il contributo è stato in precedenza pubblicato su Contropiano e su la rivista Lo Straniero.

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