Politiche del contemporaneo / Theory or not Theory

Un’antropologia nel presente o un’egemonia critica?

Caterina Di Pasquale, curatrice insieme a Fabio Dei di Stato, violenza, libertà (Donzelli 2018), torna su alcune delle questioni emerse nel corso del dibattito lanciato da “il lavoro culturale”, soffermandosi sull’impianto e sulle implicazioni politiche di un volume (e di un dibattito) dedicato alla critica del potere nell’antropologia contemporanea. 

La pubblicazione su questo blog di un estratto del saggio di Fabio Dei, Di Stato si muore?, ha generato un acceso dibattito che ha visto schierarsi voci diverse anche in rete e sulla stampa. In questo dibattito sono stata sempre citata come co-curatrice del volume che include il saggio di Dei. Mai come autrice.

La posizione ‘ancillare’ che mi è stata riconosciuta aveva per me un senso, quello del rispetto di una autonomia intellettuale ben definita, riconosciuta allo scrittore del contributo ‘scandaloso’, chiamato in causa come autore e non come co-curatore.

Per dovere di contestualizzazione è giusto precisare che lo scandalo nasce dal primo contributo della prima parte del libro, dedicata alla discussione teorica intorno alle concezioni del potere nell’antropologia contemporanea. In questa prima parte – intitolata La Theory, lo Stato e la Cultura – figurano nomi noti all’antropologia accademica italiana come Mariano Pavanello, Francesco Faeta e studiosi più giovani come Luigigiovanni Quarta, Lorenzo D’Orsi e Lorenzo Urbano. Si riflette su autori come Graeber, Foucault, Laclau, Agamben, Asad e Aretxaga, per citarne alcuni. Nella seconda parte invece, dedicata alle Etnografie dello Stato e teoria critica, figurano autori come Stefano Allovio, Armando Cutolo, Piero Vereni, Anna Maria Cossiga, Simona Taliani, Silvia Cristofori, Alessandra Broccolini, Vincenzo Padiglione e me medesima.

Tutti questi studiosi, insieme a numerosi altri intervenuti come relatori e come discussant, hanno preso parte a un convegno organizzato da Fabio Dei a Pisa nel gennaio 2017. Il convegno è figlio di un seminario durato anni, che ha coinvolto studiosi di formazione e generazioni differenti, che periodicamente hanno dialogato su temi come l’antropologia politica, medica, delle migrazioni, della violenza, leggendo e discutendo la letteratura scientifica internazionale e nazionale, più o meno recente. Dal loro/nostro dialogo scaturiva l’idea di estendere il dibattito alla comunità scientifica italiana e di coinvolgerla in una riflessione aperta partendo da alcune domande e, perché no?, da alcuni fastidi. Le domande e i fastidi erano stati anticipati in una riflessione scritta proprio dal promotore del seminario, Fabio Dei.

In quella riflessione, usata come call e firmata da Dei, erano presenti i temi e toni poi confluiti nel saggio divenuto oggi pietra dello scandalo. Ma sui temi e sui toni non vorrei dilungarmi. Mi limito a dire che non è esclusivamente una questione di stile e stupisce come quella parte dell’accademia che si ritiene critica si mostri tanto sensibile di fronte al linguaggio esplicitamente provocatorio e ironico usato dall’autore.

Tornerei piuttosto a parlare di quello che è sempre stato il nostro obiettivo, mio e di tutti gli altri partecipanti al gruppo promotore di questo dibattito, e cioè il confronto a partire da un interrogativo: l’uso e abuso di alcune complesse categorie – come biopotere, nuda vita, homo sacer, ecc. – che dominano le pubblicazioni recenti in antropologia e negli studi culturali in generale, che ritroviamo – quasi fossero chiavi universali del sapere antropologico – nelle tesi di laurea, nelle inchieste, nelle etnografie, non meriterebbero una riflessione approfondita? Chi usa quale concetto, come e perché? Ulteriore questione era: non sarebbe possibile immaginare di allargare i riferimenti teorici per offrire prospettive diverse ai campi e dai campi dell’antropologia contemporanea? O abbiamo veramente bisogno di usare categorie e teorie non sempre traducibili, alle volte ermetiche per non dire oscure, che non è chiaro come possano divenire veicolo di condivisione e negoziazione intersoggettiva all’interno di questo campo di studi?

Questo è in sintesi il contesto in cui si inserisce il volume, necessario per comprendere il testo che ha destato tanto scalpore. Fino a oggi, malgrado il silenzio sul libro nella sua interezza (dunque nella sua complessità), le critiche esplicitate al primo saggio che vi compare non hanno suscitato in me sospetti, né la sensazione di trovarmi di fronte a posizioni ambigue. Le ho accolte favorevolmente, come l’utile estensione del dibattito avviato più di un anno fa. 

Almeno fino all’ultimo contributo firmato da Armando Cutolo, critico di un libro che lo vede tra gli autori. Una posizione inedita, la sua, sulla quale sarebbe stato interessante confrontarsi fin dal convegno (soprattutto per quanto concerne la terza parte dell’intervento pubblicato nel blog) e perché no, anche dopo la pubblicazione del libro nell’autunno scorso.

Preferisco sorvolare su alcune affermazioni che ho ritenuto (di sicuro involontariamente) poco rispettose della mia autonomia di studiosa. Vorrei invece soffermarmi su quello che considero un errore di principio, una sorta di fraintendimento originario. Mi riferisco ai periodi di apertura della sezione (non a caso) intitolata Reductio ad unum.

Scrive Cutolo:

Di solito non si commenta il saggio introduttivo di chi ha curato un volume in cui compare un proprio contributo. Oltre all’invito della redazione de Il lavoro culturale, mi spinge a farlo il senso di disagio causatomi dalla lettura della Premessa e del saggio Di Stato si muore? Per una critica dell’antropologia critica, entrambi di Fabio Dei. Si tratta dei due testi che aprono il libro collettivo Stato, violenza, libertà, curato dallo stesso Dei insieme a Caterina di Pasquale. L’averne firmati uno in qualità di curatore e l’altro come autore, non rende meno visibile l’unitarietà e la collocazione tattica di quella che appare a tutti gli effetti come un’unica, articolata introduzione-pamphlet.

E ancora, riferendosi al saggio di Dei:

Ma soprattutto, l’“introduzione de facto” (non saprei come definirla altrimenti) scritta dal curatore determina una logica metonimica in cui una parte (la sua) rischia di rappresentare e di dare senso al tutto. Una sorta di “inglobamento gerarchico del contrario” che fa venire in mente Louis Dumont.

Una premessa è una premessa, una introduzione è una introduzione, un saggio è un saggio. Le prime due hanno a che fare con l’impianto generale e complessivo di un libro, il terzo invece ha a che fare con una riflessione autoriale. In Stato, Violenza, Libertà non esiste una introduzione de facto, ma una premessa scritta da un soggetto in qualità di promotore e ospite di un convegno, che in un certo senso fa gli onori di casa spiegando a un ipotetico futuro lettore il progetto e il dibattito. Quello stesso soggetto è anche un autore che decide di separare la premessa dal suo saggio. Se avesse voluto scrivere l’introduzione avrebbe potuto farlo. Se non lo ha fatto, immagino ci siano una ragione e una scelta.

Pertanto, a compiere uno spostamento della parte sul tutto mi pare proprio il testo di Cutolo. È il suo contributo a suggerire una lettura totalizzante di uno dei sei testi teorici (indubbiamente emblematico dal momento che il convegno si è aperto con le posizioni che lì vengono argomentate), costringendo tutti gli altri contributi in una sorta di prigione interpretativa e valutativa. Una lettura che, se non fossi certa della professionalità di chi la propone, mi farebbe pensare a un processo alle intenzioni, compiuto svolgendo in modo esemplare il ruolo di giudice che mette al bando autori, autrici e curatore (il solo tra i due preso in considerazione dal contributo di Cutolo). Al curatore, dunque, attribuisce pensieri, tattiche e intenzionalità, non ultima quella di usare un certo tipo di violenza. È la violenza della conoscenza che include i sovversivi nel progetto egemonico per esporli come curiosità, oppure come esempi di antropologi messi all’indice.

Tutto questo si sarebbe potuto evitare, suggerisce Cutolo, se il curatore, autore della premessa e anche di un saggio, avesse presentato tutti gli altri saggi come “di solito” si fa. Questa ultima considerazione mi risulta contraddittoria. Non solo perché trovo paradossale il riferimento alle consuetudini accademiche (scrivere come “di solito” si fa) da parte di chi vorrebbe sovvertire quelle stesse consuetudini svelando le alleanze tra un certo modo di scrivere e un certo modo di agire politicamente. Ma soprattutto perché non capisco come si possa immaginare di evitare un ingabbiamento gerarchico offrendo al lettore un modello nel quale un curatore-autore incasella e spiega i singoli contributi. Speravamo fosse chiaro che ogni autore e autrice avesse pensato e scritto il suo contributo esplicitando la propria posizione teorica ed etnografica rispetto agli interrogativi iniziali. Interrogativi che provocatoriamente erano stati sintetizzati nella domanda: “Di Stato si muore?”.

Una volta chiarite le questioni relative all’impianto complessivo del volume, vorrei spendere poche parole per entrare nel merito di alcune osservazioni che mi sembra manifestino ulteriori cortocircuiti. La prima è relativa alla classica (speravo desueta) opposizione tra antropologia come teoria e antropologia come etnografia. 

Immaginare un momento di riflessione condivisa intorno a questioni teoriche, all’uso di certe categorie, al loro senso originario e alla loro ricaduta scientifica e pubblica; costruirne una genealogia o archeologia, significa per forza vestire i terribili panni dell’antropologo da tavolino che generalizza sulle (alle) spalle dei nativi? Chi si dedica alla ricerca teorica, alla storia degli studi, appartiene necessariamente alla eletta schiera degli antropologi al servizio di un qualche potere? Per capirsi meglio: appartiene a quelli che non si sporcano le mani facendo campo?

Pensiamo ancora che l’etnografia, come adozione di una prospettiva contestuale e circoscritta, debba necessariamente cozzare con una riflessione teorica e generale? Certo, si tratta evidentemente di due posture diverse. Ma una è necessaria all’altra per garantire un sistematico avanzamento trasformativo. Le teorie possono illuminare alcuni aspetti del campo e il campo offrire uno spaccato peculiare che permette di migliorare e raffinare la e le cornici teoriche. Insieme possono favorire quella comparazione di cui Armando Cutolo sente – giustamente – la necessità.

Oppure esiste un modo giusto e uno sbagliato di fare comparazione? È giusto comparare ricerche etnografiche che adottano tutte la stessa prospettiva teorica e le stesse categorie? Quindi se si comparano etnografie che riflettono sui dispositivi biometrici in India e in un’altra realtà postcoloniale va bene, se si comparano ricerche che lavorano sul consumo culturale di serie tv o di oggetti tecnologici nelle comunità migranti o nel centro di una metropoli si pratica una nostalgica antropologia interpretativa?

L’impressione è che si voglia suggerire un solo modo per essere antropologi “nel presente” e che questo modo preveda l’adesione a specifici campi e categorie (una sorta di scolastica). Come se non si potesse perseguire una antropologia critica lavorando su campi diversi con diverse categorie, o anche sugli stessi campi ma adottando altre prospettive. Per esempio, andando oltre l’affermazione che il dispositivo biometrico (così come altri dispositivi di censimento securitario) implichi la reductio a “nuda vita” dei soggetti. Magari potremmo fare ricerca con chi li esegue, anche se gli esecutori materiali ci fanno meno simpatia. Oppure cercando di capire come le persone coinvolte chiamano, definiscono e vivono queste pratiche di controllo; o ancora se, rispetto al vissuto che incorporano e dal quale spesso scappano, i dispositivi che per noi sono “nuda vita” non rappresentino invece segnali identitari meno pericolosi di altri precedentemente usati e subiti. Di esempi se ne potrebbero fare molti. Ma la domanda è: si rispetta la vocazione critica e trasformativa dell’etnografia solo se si va sul campo, su un determinato campo e alla ricerca di alcune categorie da confermare? Oppure la vocazione critica della nostra disciplina la si può adottare anche lavorando con soggetti che creano disgusto politico e che non ci seducono, trattando argomenti reputati meno rilevanti/urgenti o semplicemente meno in voga?  O tutto questo vorrebbe dire indossare i panni dell’antropologo organico?  

Riferendosi al dibattito e alle teorie che vengono discusse nel libro da Dei e da altri autori, Armando Cutolo riflette sulla diversità di contesto storico-culturale e politico che divide l’antropologia americana da quella (egemonica) di casa nostra:

Non si possono liquidare queste osservazioni come le solite argomentazioni politically correct dell’accademia americana. Se provengono da lì è perché quella élite intellettuale possiede da tempo un carattere composito e cosmopolita che da noi fa fatica ad affermarsi. Di conseguenza è teatro di scontri e tensioni politico-culturali di cui in Italia non facciamo esperienza […] finché restiamo all’interno delle mura universitarie, perché quando andiamo sul campo – nei Paesi postcoloniali così come nelle nostre periferie – le stesse questioni ci vengono buttate in faccia da quelli che si vorrebbe restassero dei pacifici informatori, sulle cui spalle arrampicarsi geertzianamente per formulare “interpretazioni di interpretazioni”

Eppure, molte delle voci ascoltate provengono da quelle “mura universitarie” e appartengono a una condizione di letterale organicità, perché facenti parte di una istituzione che rappresenta lo Stato e che in parte ne riproduce dislivelli di potere. Parlo di quella accademia dalla quale uscire per incontrare “le soggettività subalterne” nei Paesi postcoloniali o nelle nostre periferie. Ebbene, in che modo l’essere dentro l’accademia renderebbe più o meno connivente, reazionaria e nostalgica la posizione di uno studioso e più o meno radicale, critica e contemporanea quella di un altro? 

Concludendo questa mia breve risposta, aggiungerei che nell’immaginare altri modi possibili di fare etnografia e riflettere sulla stessa non si vogliono «oscurare i contesti storico-politici in cui il progetto conoscitivo antropologico ha preso e continua a prendere forma»; tanto meno si vuole rimuovere il diverso posizionamento degli antropologi e degli informatori che «sono parte di storie più ampie, di processi politico-economici globali, che si riflettono nella distinzione tra osservatori e osservati, nel riconoscere universalità a certe voci e particolarità – alterità, etnicità – ad altre» (A. Cutolo, 9 maggio 2018).

Nel proporre un dialogo e un confronto aperto e consapevole delle rispettive posizioni continuo a non vedere alcun oscurantismo. E non posso non sorridere nel vedermi attribuire implicitamente una parte da protagonista (per quanto ancillare) in un complotto egemonico: donna quarantenne, antropologa culturale, etnografa, precaria della ricerca che fino a oggi si riteneva radicalmente di sinistra.

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