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Una recensione narrativa del libro di Vanessa Roghi “La lettera sovversiva”

Pubblichiamo la recensione a “La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole” di Vanessa Roghi (Laterza, 2017) in occasione dell’evento del 17 novembre a Siena: Don Milani. La lettera sovversiva. 
Una precedente recensione, a cura di Marco Ambra, era uscita sul nostro blog a ottobre.

Certi libri, letti nell’adolescenza, ti cambiano la vita.

Ognuno ha il libro che gli è stato più caro a quindici anni.

Tre libri mi hanno strappato alle botte e al calcio di strada, preparatori ai tornelli delle acciaierie: Lo straniero e Il mito di Sisifo di Albert Camus e Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana. Quest’ultimo forse pesa più degli altri due.
Leggendolo, pensavo che fosse rivolto a me. Ovviamente non ero la professoressa, io ero il mittente. Non mi sentivo infatti tanto diverso da quei ragazzi di Barbiana. Venivo da una famiglia operaia, ero timido di fronte ai potenti e ai ricchi. Nessuno nella mia famiglia si era mai laureato e mi avevano iscritto al liceo non senza esitazioni. Lavoro sicuro alle acciaierie di Piombino o eventuale figlio dottore? Il “pezzo di carta” era lontano, la fabbrica era vicina.

I miei coetanei a quindici anni erano già nella fase in cui i genitori li formavano nella tecnica della metalmeccanica di base. E a me ormai dicevano: te studia.

Ma c’erano tanti modi per studiare. Si poteva studiare per fare carriera (e non era il caso di chi si trovava a nascere in una famiglia operaia).

Oppure si poteva studiare per uscire dalla subalternità di classe: per diventare come quei quattrinai che poi erano i nostri avversari, tradendo l’ambiente operaio che ci aveva visti crescere. Per salvarsi il culo da soli, detto in francese.
Oppure, ultima ipotesi, si poteva studiare come ci insegnava la scuola di Barbiana: per cambiare il mondo, per fare degli oppressi un fattore di trasformazione sociale.

La chiave era in due semplici parole che Lorenzo Milani aveva scritto in un cartello attaccato a una porta. Due parole inglesi, perché bisognava uscire dal piccolo mondo in cui si era cresciuti: I care. Che vuol dire mi importa, mi interessa. Ma soprattutto mi sta a cuore. Ossia l’esatto opposto del motto neofascista “Me ne frego”, emblema della miseria culturale destroide.

Mi sta a cuore: ecco il senso profondo di quelle parole, più che mi importa. Perché studiare qualcosa che è importante serve a diventare persone importanti, e si è importanti solo se qualcuno non lo è, ossia non conta nulla. Come gli operai o i contadini rispetto ai signori e ai quattrinai. Se invece ti sta a cuore, vuol dire che non impari con la testa ma col cuore, appunto, con la passione, con una chimica che ti porta a mangiare i libri, per farne carne e sangue. Per questo io dico sempre che parlare di cervelli in fuga è assurdo: i libri si studiano col cuore, mica con la testa.

Altra cosa: i libri nulla possono se non li fanno camminare sulle gambe le persone. Se ti chiudi in una stanza piena di libri, non capisci nulla del mondo. E se non lo capisci e non lo sai interpretare, non lo puoi cambiare.

Per questo Lorenzo Milani mandava i suoi studenti a fare inchiesta nel contado in cui erano cresciuti. E per questo li incoraggiava ad andare a lavorare all’estero e a imparare le lingue (perché per noi l’unico modo di viaggiare era lavorando). Vado a memoria: imparare tutte le lingue del mondo, meglio tante lingue male che una sola bene. Per conoscere uomini e problemi nuovi e irridere i sacri confini delle patrie. (Tra l’altro, dopo un’esperienza di studi universitari in cui le mie aspettative furono deluse, l’ho fatto anch’io: ero laureato ma avevo studiato lavorando, senza fare l’Erasmus e senza imparare una lingua straniera. Per conoscerne una sono dovuto andare a lavorare a Bristol, a ventotto anni, dividendomi tra cessi, cucine e magazzini. Prima non ero mai andato all’estero. La working class inglese mi ha regalato una seconda lingua. E poi ne ho imparata una terza e in parte una quarta. Sempre lavorando. Tante e male, imparate a tutto spiano).

Oltre a far camminare i libri sulle proprie gambe, viaggiando, bisogna anche incontrare persone che mettano gambe e piedi al servizio delle idee che stanno nei libri. Pensare coi piedi, lo diceva anche Soriano.

Le idee di Lorenzo Milani le ho trovate realizzate in una serie di persone che sono state importanti per me. Insegnanti ed educatori che al libro della scuola di Barbiana avevano prestato cuore, occhi, piedi e intelligenza.

C’era quello che usava il metodo della formazione permanente e aveva trasformato la propria abitazione in un cantiere culturale, dove i più grandi insegnavano ai piccoli e si faceva un doposcuola che non aveva orari né classi di età. C’era quella che ci faceva leggere i quotidiani e su una parola poteva starci delle ore o tutto il giorno, perché se riuscivamo a usare le parole potevamo smettere di essere timidi con chi deteneva il potere delle parole. C’erano anche i cattolici del dissenso e i preti operai, che ammiravano Lorenzo Milani e insegnavano facendo teatro a bambini che secondo altri si potevano correggere solo col rigore. E che ci insegnavano a fare inchiesta operaia. Ci portavano ai campiscuola in montagna e dovevamo fare inchiesta: quanti abitanti ci sono in questo posto? Quanti sono operai, quanti contadini, quanti non appartengono alle classi lavoratrici? Che titolo di studio hanno? Leggono i giornali? Appartengono a quali partiti? Facevamo dei grafici, impaginavamo un giornalino che poi regalavamo agli stessi montanari oggetto delle nostre interviste. Non erano opere magistrali, ma tornavamo a casa con un metodo di ricerca.

C’era quello che mi fece conoscere Ernesto Balducci: un prete comunista figlio di minatori che aveva mani come badili e orecchie pantagrueliche, che da piccolo aveva conosciuto la fame. Ci raccontava che i suoi compagni di banco alle scuole elementari erano stati uccisi dai fascisti a Niccioleta.

I care. L’opposto del fascista Me ne frego.

Ci stava a cuore studiare. Studiare serviva a salvarci tutti assieme da quelli che volevano fregarci. Che magari non ci avrebbero sparato, ma volevano fare di noi manodopera priva di idee. Studiare per guardarli negli occhi e dire loro: ho fatto inchiesta. So chi siete. So chi siamo. E le mie mani non le metto sotto una pressa per il vostro profitto.

La prima volta che andai a una manifestazione, scrivemmo su uno striscione una frase che poteva uscire dalla lettera sovversiva. «Mai più ossequi. Basta deferenza verso i quattrinai». Parlavamo così a quindici anni, usavamo concetti di classe per difenderci dal classismo dei ricchi, che in noi vedevano solo mani da attaccare alle macchine dopo un breve corso professionale. Con queste mani oggi mi guadagno il pane traducendo e scrivendo, e lo devo in parte a un libro che mi ha insegnato a togliere ai figli di papà le armi della cultura. Quel libro era sovversivo. Perché sovvertire significa rovesciare, portare in alto quel che sta in basso.

La scuola di Don Milani era l’opposto della scuola del mondo alla rovescia, raccontata sarcasticamente dal grande Eduardo Galeano, dove si insegnava l’autoritarismo e la disciplina e l’obbedienza e il menefreghismo. E alla fine il punto è quello: educare all’obbedienza e al rispetto per conservare le cose come stanno, oppure insegnare che nessuno ha diritto all’obbedienza, che l’obbedienza non è una virtù. Che il pane della cultura tutti hanno diritto a morderlo, che tanto ce n’è per tutti. Che pretendiamo il nostro posto alla tavola delle idee. Che ci sta a cuore un mondo migliore. Che sortirne da soli è il privilegio. Sortirne tutti insieme è la politica. 

Questi pensieri – insieme ad altri pubblicati su Potassa ieri – in parte sono stati rimossi, ma sono tornati a galla durante la lettura del bellissimo saggio di Vanessa Roghi. Una lettura che ha avuto una straordinaria durata: per ogni pagina che leggevo, mi immergevo per momenti lunghissimi – minuti, forse ore – nei ricordi del mio personale percorso pedagogico e formativo. Spero che le pagine de La lettera sovversiva possano regalare ai suoi lettori emozioni simili a quelle che ho provato io. Che la lettera di Barbiana continui a trovare nuovi lettori, timidi e impacciati com’ero io prima di infilarmi dentro a quelle pagine. E che la professoressa continui a scandalizzarsi mentre noi, invece di studiare come filettare viti o smerigliare ruggine, cerchiamo di leggere il mondo, capirlo, interpretarlo e trasformarlo.

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