Politiche del contemporaneo

“Una radicale diversità”. La costruzione dell’ “Altro” ieri e oggi

Esattamente ottant’anni fa, in questi giorni, veniva chiuso il primo numero – che sarebbe uscito il 5 agosto del 1938 – de “La difesa della razza”. La rivista sarebbe uscita ogni quindici giorni e fu l’organo ufficiale del razzismo di Stato nel regime fascista. 

A partire da un suo studio Orlando Paris riflette su alcuni aspetti del dispositivo di costruzione dell’alterità biologica e culturale cercando nel passato risorse utili anche all’interpretazione del tempo presente.

 

Scrivo questo libro per far sì che questo racconto, e mille altri simili, non siano dimenticati. Credo alla necessità di cercare la verità e all’obbligo di farla conoscere; so che la funzione informativa esiste e che l’effetto dell’informazione può essere potente. […] Vorrei (…) che venisse ricordato quel che può accadere se non si riesce a scoprire l’altro[1].

 

Con queste parole Tzventan Todorov conclude uno dei suoi testi più affascinanti: “La conquista dell’America. Il problema dell’altro”. In questo studio Todorov tratta la tematica dell’ “Altro”, o meglio la tematica della scoperta che l’“Io” fa dell’“Altro”, attraverso il racconto di una storia: quella della scoperta e della conquista dell’America. E’ in questa vicenda che, secondo l’autore, si verificò “l’incontro più straordinario della storia occidentale”, quello con l’“altro assoluto”, con il diverso per eccellenza, un incontro dagli esiti catastrofici: “il più grande genocidio della storia dell’umanità”.

Ciò che mi ha sempre colpito di questo straordinario saggio di Todorov è la capacità di analizzare un evento storico nei minimi dettagli e, contemporaneamente, di trattarlo come un caso esemplare, tenendo quindi sempre viva quella tensione con il presente, con il contemporaneo, cercando di focalizzare le linee di continuità e di frattura con l’oggi. C’è dietro questo approccio una ben definita idea delle scienze umane e del lavoro intellettuale: un’idea che possiamo definire “impegnata” o “militante” e che si rintraccia anche in altri passaggi di questo lavoro. Sarebbe “superficiale”, sottolinea ancora Todorov, “accontentarsi di condannare i cattivi conquistadores e compiangere i buoni indiani […] è necessario analizzare le armi della conquista se si vuole che un giorno essa abbia fine. Perché le conquiste non appartengono solo al passato”[2]. Un passaggio quest’ultimo che suona come un’esortazione, una dichiarazione di intenti che chiama in causa la responsabilità del sapere umanistico di fronte alle istanze che l’oggi ci pone drammaticamente davanti. Occuparsi della storia, quindi, per comprendere e sciogliere i nodi del presente, ma più in generale mettere in azione le discipline e le metodologie per provare ad arginare la brutalizzazione di un dibattito pubblico che oggi sembra definitivamente dominato da una continua propaganda che ripropone, tra le tante volgarità, il concetto di “razza” ed un odio irrazionale nei confronti dell’“Altro”.

Oggi l’arrivo dei migranti è diventato lo spazio semiotico di costruzione dell’alterità e di “rinnovate” retoriche aberranti che sono entrate pericolosamente nel sentire comune: dalla continua riproposizione del tema dell’invasione, all’accostamento tra migrazione e questioni di sicurezza, oppure quello tra migrazione e questioni di sanità pubblica (come dimenticare gli incredibili articoli dei giornali che facevano intendere una connessione tra il rischio ebola o malaria in Italia e l’arrivo dei migranti?). Per non soffermarsi, inoltre, su un approccio disumanizzante che tende a presentare i migranti non come persone, come esseri umani dotati di una propria identità complessa e dinamica, ma come rappresentanti di un’intera cultura, delle vere e proprie “culture in movimento”.[3] Retoriche, queste, che in forme diverse hanno dei precedenti e che per questo motivo andrebbero decostruite anche attraverso lo sguardo storico.

“Analizzare le armi della conquista se si vuole che un giorno essa abbia fine”, è con questo spirito che vorrei volgere lo sguardo indietro per provare ad esplorare quello che, non più di ottant’anni fa, è stato prodotto da studiosi e intellettuali italiani. Antropologi fisici, genetisti, biologi, medici, ma anche semplici giornalisti, hanno costruito approcci teorici, metodologici e retorici con il fine di descrivere la diversità umana. Sono stati di fatto i fautori di una delle pagine più nere della storia del nostro paese, scienziati e intellettuali razzisti. Vorrei soffermarmi su questo contesto prendendo in esame, con una cadenza bisettimanale, gli articoli di una delle riviste più violente del razzismo italiano, “La Difesa della Razza”[4], che inizia ad essere pubblicata il 5 agosto 1938.

Oggi, che sembrano essersi riattivati striscianti meccanismi di odio e violenza nei confronti dell’alterità, rompere la dittatura della cronaca, dell’immediatezza, per provare a riattivare uno sguardo ermeneutico mi sembra un’azione doverosa. Esaminare un caso esemplare di codificazione del discorso razzista, comprenderne il funzionamento e individuarne il congegno, può allora fornirci gli strumenti per poter decostruire e meglio comprendere i nuovi “razzismi” e le nuove retoriche aberranti. Ci permette di focalizzare le linee di continuità e di frattura con il passato. In questa prospettiva “Analizzare le armi della conquista” vuol dire analizzare la catastrofe, decostruire le retoriche, i postulati, le analisi, in poche parole cercare di esercitare lo sguardo su quello che è stato poiché questa operazione ci permettere di riflettere su noi stessi, di scoprire le somiglianze e le differenze con il presente.

 

I caratteri fisici della razza italiana “noi” opposti agli “altri”[5]

Il primo articolo su cui vorrei soffermarmi esce sulle pagine de “La Difesa della Razza” il 5 settembre 1938 a firma di Guido Landra – intellettuale, antropologo fisico e firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti – con il titolo: “Caratteri fisici della razza italiana”. L’antropologo scrive un articolo di divulgazione in cui analizza i caratteri propri della “razza italiana” attraverso un confronto con le “razze africane”, operazione in cui l’immagine fotografica gioca un ruolo tutt’altro che secondario. Un processo particolare, quello che porta alla costruzione dell’“Io” attraverso un percorso di opposizione con “l’Altro”: mediante la definizione dell’altro da “sé”, si definisce il “sé”, i propri valori, la propria immagine e la propria “semiosfera di riferimento”. Ma la definizione del “sé” e la costruzione degli “altri” non è mai neutra, rappresenta il primo passo della “conquista”: la diversità tra gli italiani e gli africani è una differenza di grado, i primi sono descritti come “superiori” i secondi come “inferiori”. Una diversità quella delle “razze africane” che è, quindi, sinonimo di inferiorità, ed è proprio il riconoscimento di questa inferiorità a giustificare il dominio sull’Altro.  

Per Guido Landra la “razza italiana” differisce dalle altre “razze” per numerosi fattori fisici alcuni dei quali riguardano l’aspetto esterno, mentre altri riguardano la particolare struttura degli organi. L’articolo inizia con l’analisi della “forma del cranio” che, per quanto riguarda gli italiani, è caratterizzata da “notevole capacità”. Per questo carattere gli italiani differiscono notevolmente dalle “razze africane”, che secondo l’antropologo razzista presentano una capacità cranica molto ridotta: il massimo di questa riduzione si osserva in quelle razze che Landra definisce “primitive”, in particolare i boscimani e i pigmei. Passando all’analisi della forma della faccia degli italiani, le differenze tra gli Italiani e le razze africane diventano ancora più evidenti: “Una tipica faccia italiana presenta un armonico sviluppo delle parti superiore, media e inferiore”[6].

Questo “sviluppo armonico delle varie parti” differisce notevolmente tanto dalla “microscopia” (faccia piccola) quanto dalla macroscopica (faccia grande) di altre razze considerate primitive. Il profilo laterale della “classica faccia italica” viene descritto come perfettamente dritto mentre nelle “razze africane” si presenta per lo più sporgente in avanti. Gli occhi italiani sono posti orizzontalmente e non sono obliqui all’esterno o all’interno come nelle razze africane, inoltre non hanno “la classica forma a mandorla che si osserva spesso tra diversi semiti, tra i quali gli ebrei”[7]. La regione nasale, dal punto di vista razziale, è

“una delle più interessanti […]. Un tipico naso italiano si presenta con il dorso dritto o con una leggerissima sporgenza nel mezzo di esso. La punta termina dolcemente e le ali del naso sono moderatamente sviluppate. Le fotografie mostrano quanto siano differenti i nasi nelle altre razze: si pensi al naso caratteristico del pigmeo, largo e basso e quasi trilobo”[8].

Passando alla colorazione dei capelli, Guido Landra sottolinea come la maggior parte delle “razze extraeuropee” presentano dei capelli molto scuri, mentre nella “razza italiana” “i tipi più caratteristici” presentano capelli chiari, per lo più biondi. Anche il colore degli occhi è molto chiaro: per l’antropologo la maggior parte degli italiani ha una colorazione azzurra dell’occhio.

razzismo biologico, la difesa della razza

“Avanguardista Tanzini Walter, da Milano (ma di origini laziali) di 17 anni, cattolico, alto m. 1,75, occhi grigi capelli biondi*”

Il primo dato che è utile sottolineare in questo articolo è il processo di “arianizzazione” della “razza italiana” che Landra cerca di attivare: il classico “tipo italiano” viene descritto come alto, biondo e con gli occhi azzurri. Altro elemento dirimente, che non può essere lasciato in secondo piano, riguarda il modo con cui Guido Landra mette in essere il confronto tra la “razza italiana” e le “razze africane”. È un confronto giocato tutto sugli aggettivi: positivi per quanto riguarda la descrizione della razza italiana e negativi quando si passa alla descrizione delle razze africane. L’italiano, secondo Landra, ha una faccia “armonica”, il naso “moderatamente sviluppato” che “termina dolcemente”, gli occhi “posti orizzontalmente”, il mento “ben marcato” e i capelli “ondulati e morbidi”; l’africano, invece, ha la faccia “microscopica o macroscopica”, il naso è “largo e quasi trilobo”, gli occhi sono “obliqui”, il mento “piuttosto ridotto” e i capelli “fortemente arricciati e lanosi”.

 

razzismo biologico, la difesa della razza

“Uomo di razza pigmea”

 

Le fotografie sono un supporto fondamentale, mettono in azione il confronto tra italiani e africani e sono citate dall’autore come fossero un richiamo diretto alla realtà: sono la prova inconfutabile a cui Landra fa appello per mostrare le differenze che lui stesso descrive nel testo. Tra testo scritto e testo fotografico, infatti, si innesca un doppio movimento: mostrando i caratteri somatici descritti nel testo verbale la figura convalida la descrizione, mentre il testo verbale indicando le modalità di lettura dell’immagine le assegna un significato. In questo approccio, il potere che viene conferito all’immagine fotografica è enorme: questa non “rappresenta” la realtà, ma riporta oggettivamente la “verità” di ciò che viene osservato nel documento prodotto. Ma la fotografia produce anche un altro effetto, completa il meccanismo di costruzione dell’alterità: è la fine di un processo di “ingabbiamento”. Dopo essere stata descritta nei minimi particolari, l’alterità, attraverso l’immagine fotografica, viene visualizzata.

 

razzismo biologico, la difesa della razza

“Capo manipolo Regaioli Aldo, da Trento, di anni 25 cattolico. Alto m. 1,77 occhi celesti, capelli biondi”

 

C’è da fare un’altra osservazione che riguarda le didascalie delle immagini fotografiche. Come si può vedere dalle immagini, prese dall’interno del testo analizzato, le didascalie dei “tipi italiani” fotografati riportano la posizione militare ricoperta dal soggetto, il nome e il cognome, la città o la regione di provenienza, la religione, l’altezza, il colore dei capelli e il colore degli occhi: “S. Capo Manipololo Regaiolli Aldo, da Trento, di anni 25, cattolico. Alto m.1,77; occhi celesti; capelli biondi”. Il soggetto italiano fotografato è quindi sì rappresentativo di un’intera “razza”, ma non si annulla all’interno di questa, mantiene la propria identità di soggetto di cui la “razza” è parte non esclusiva. Nella fotografia quello che c’è da osservare sono le sue caratteristiche facciali (dalle quali si può risalire alla razza di appartenenza), ma che sono le caratteristiche di un soggetto che ha un nome, un cognome, una religione, una propria posizione lavorativa (che in questi casi è quella del militare) e un luogo di provenienza. È presente, quindi, un’identità biologica e somatica, ma è presente anche un’identità sociale: quella fotografata è una persona. Discorso del tutto diverso è quello che si può fare sulle fotografie dei “tipi africani”. La didascalia di queste immagini riporta solamente la razza di appartenenza: “uomo di razza pigmea” e “tipo boscimano”. L’identità dell’individuo non esiste o meglio è un’identità puramente biologica: il soggetto in questo caso è pura “razza”. Quello che osserviamo non sono quindi le caratteristiche di un individuo con una propria identità di cui la razza è parte, ma osserviamo le caratteristiche pure della razza: è un processo di disumanizzazione, viene rappresentata un’identità senza persona.

 

razzismo biologico

“Tipo Boscimano”

 

Note

*Tutte le didascalie delle foto sono tratte daLa Difesa della Razza”, 1, n.3, 5 settembre 1938.

[1] Tzvetan Todorov , La conquista dell’America, Einaudi, Torino 1992, p. 299.

[2] Ivi, p. 308.

[3] Sul ruolo delle retoriche dell’immigrazione si può vedere  Alessandro Dal Lago, Non Persone. L’Esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999 e una sua intervista, L’immigrazione e le sue retoriche, pubblicata il 3 luglio 2009 su minima&moralia.

[4] Per ripercorrere la parabola di questa importante rivista si consiglia il testo di Francesco Cassata, La difesa della razza. Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Einaudi, Torino 2008.

[5] Il testo che segue è tratto da un mio saggio: Orlando Paris, Il discorso scientifico e la costruzione dell’Altro. Il razzismo biologico di Lidio Cipriani, Pacini Editore, Pisa 2017.

[6] Guido Landra, Caratteri fisici della razza italiana, “La Difesa della Razza”, 1, n.3, 5 settembre 1938.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

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