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Tra i migranti di Haiti, dal Brasile a Tijuana

Un reportage a quattro mani realizzato dal fotografo Sandro Montefusco (ricercatore alla UC San Diego) e da Giuseppe Forino (ricercatore alla New Castle University, Australia in Scienze Sociali – Disastri Ambientali) attorno al dramma degli haitiani che da diversi mesi lasciano il Brasile per raggiungere gli Stati Uniti.

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Da oltre vent’anni Padre Felipe presta aiuto ai migranti che arrivano a Tijuana da tutta l’America Centrale e Meridionale. Dopo settimane di viaggio, tra violenze e privazioni, i migranti si presentano al centro Desayunador Salesiano “Padre Chava”, a poche decine di metri dalla frontiera con gli USA. Padre Felipe cammina con passo felpato tra una schiera disordinata di persone. Volontari, medici, operatori, forze di polizia, migranti: tutti hanno qualcosa da chiedergli, e a tutti Padre Felipe impartisce direttive gesticolando con fare sornione. Ai volontari non lesina inoltre caldi e lunghi abbracci di ringraziamento. La clinica Health Frontiers a Tijuana fornisce cure mediche, cibo e assistenza a migranti, prostitute, tossicodipendenti, senzatetto o espulsi dagli USA. «Nella clinica» dice Jose Luis Borgos, professore di Global Public Health all’Università di San Diego e direttore della struttura, «si opera su numerosissimi casi di contusioni e infortuni, polmoniti e problemi intestinali di vario tipo. Si controlla anche la presenza di potenziali virus infettivi, in particolare tubercolosi, e si vorrebbe fare qualcosa in più anche per contrastare il virus Zika».

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Padre Felipe guarda con rassegnazione alcune donne che allattano i loro bambini, sedute a terra all’esterno del refettorio. Queste donne, come molti dei migranti giunti negli ultimi mesi, sono haitiane. Il «New York Times» stima che da ottobre 2015 siano oltre cinquemila i migranti haitiani che hanno raggiunto il confine statunitense dal Brasile, e altri quattromila-seimila sono attesi in questi mesi. Dopo il terribile sisma del 2010 che ha devastato Haiti sono stati molti, in particolare uomini e giovani, ad aver scelto di emigrare in Brasile grazie a un visto umanitario specifico preparato dal governo brasiliano e alle aspettative di benessere dopo i Mondiali di calcio e i Giochi Olimpici.

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Molte famiglie hanno venduto le poche cose che avevano per aiutare gli emigranti a pagare il viaggio e affrontare la vita nelle grandi metropoli carioca tramite espedienti e piccoli lavoretti. Il Brasile infatti non ha mai messo a disposizione risorse sufficienti per sostenere i migranti haitiani, mentre gli affitti sono stati spesso sproporzionati rispetto ai loro guadagni. Il creolo haitiano (lingua derivata dal francese e con forti influenze di lingue africane) risulta inoltre di difficile comprensione in Brasile, rendendo complicato l’inserimento dei migranti nel contesto sociale ed economico. I bambini nati e cresciuti in Brasile dopo il 2010 sviluppano ad esempio un mix di creolo haitiano e portoghese di difficile comprensione, mai corretto in quanto spesso non partecipano a percorsi di istruzione scolastica.

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Dopo alcuni anni di immigrazione facilitata in Brasile, in quest’ultimo anno le condizioni economiche e politiche nel Paese sudamericano, aggravatesi con l’impeachment della ex presidentessa Dilma Rousseff, si sono fatte sempre più difficili. Molti haitiani sono stati costretti ad abbandonare il Paese, chiedendo nuovamente sacrifici economici alle famiglie per recarsi negli USA. Nelle principali metropoli americane vivono infatti amici, familiari o piccole comunità haitiane che possono fungere da appoggio per trovare un lavoro e iniziare una nuova vita. I guadagni in dollari rappresentano l’unico modo per poter riscattare il debito contratto per pagare il viaggio. Inoltre, gli haitiani vedevano un’eventuale vittoria di Trump alle elezioni americane con molto timore, preoccupati dalle promesse di stretta alle immigrazioni e del rafforzamento della barriera lungo il confine con il Messico, per cui risultava necessario raggiungere il confine il prima possibile.

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Il viaggio che affrontano i migranti, risalendo parte dell’America meridionale e centrale, è fatto di privazioni, violenze, abusi, estorsioni e morte. Il confine tra Colombia e Panama è una delle tratte più drammatiche. Qui i migranti viaggiano per giorni nella foresta pluviale. In un mix di inglese e spagnolo, un ragazzo, poco più che ventenne, trova la forza per raccontare il suo ricordo più doloroso. A piccoli gruppi dovevano guadare un fiume nonostante la corrente e la piena abbondante. Aveva da poco raggiunto l’altra riva mentre una giovane madre, appesantita e impacciata dal bambino che portava tra le braccia, aveva difficoltà a proseguire e opporsi alla corrente. Con voce spezzata racconta che non ebbe il tempo di ritornare indietro che la corrente strappò alla donna il bambino trasportandolo con violenza in un ansa del fiume. Il volto del ragazzo è senza espressione, fissa il vuoto e ancora racconta che oltrepassato il fiume, salirono su di una collina e da lì videro degli animali mangiare il corpo del bambino ormai privo di vita.

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Dopo Panama e Costa Rica si deve attraversare il Nicaragua, uno dei Paesi più violenti al mondo. Un vero incubo per i migranti, che rischiano di restare vittime dei trafficanti e sono che costretti a pagare un migliaio di dollari per raggiungere il confine con l’Honduras e sperare di varcarlo. La corruzione della polizia si aggiunge al problema; infatti, dopo aver pagato, i migranti possono essere arrestati e rispediti indietro a meno di non pagare ancora ingenti somme. Tutto questo può ripetersi diverse volte, costringendo a pagare fino a tre-quattromila dollari il passaggio di confine. Spesso si trovano anche bande armate senza scrupoli capaci di estorsioni e rapine. Le donne hanno inoltre paura di subire abusi e stupri. Una ragazza haitiana racconta che le donne pagano spesso tutto quello che hanno per evitare violenza. Una sua amica spiega come queste bande le avessero derubate e poi verificato che non nascondessero altri soldi. Mima una mano che affonda nel reggiseno, e ripete poi il gesto sotto la gonna dell’altra ragazza: messe a nudo e controllate anche nelle parti intime.

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Una volta raggiunta Tijuana, i migranti devono registrarsi negli uffici sul confine. Dopo il terremoto del 2010, infatti, il processo di estradizione degli haitiani presenti sul territorio statunitense era stato sospeso per ragioni umanitarie, per cui ancora durante l’estate 2016 a molti di quelli che giungevano dal Brasile senza un visto utile per gli Stati Uniti era concesso di entrare con un processo burocratico facilitato e un visto temporaneo triennale. Questo visto consente loro di cercare lavoro, di accedere ad alcuni servizi e di viaggiare liberamente. A settembre 2016 gli Stati Uniti hanno però ripreso il processo di estradizione, apparentemente perché non sussistevano più esigenze umanitarie in Haiti. Tuttavia, resta forte il sospetto che la reale motivazione sia dovuta proprio a questa ondata di arrivi dal Brasile.

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Lo scorso ottobre, l’ennesimo uragano ha colpito di nuovo Haiti, provocando oltre mille vittime nella penisola di Tiburon e inasprendo le condizioni di vita in un Paese da decenni in ginocchio tra politiche neoliberiste, dittatori fantocci e disastri. Il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha recentemente discusso col neoeletto Trump la necessità di investimenti per rendere il confine più sicuro e i controlli più efficienti. Cosa attendersi da queste dichiarazioni, e se e come questa diaspora possa essere regolamentata o presa finalmente in carico anche dal disattento governo messicano, non è ancora chiaro. Al Desayunador Salesiano il futuro dei migranti haitiani resta incerto.

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