This guy has something to say

Chi è Benjamin Clementine, il pianista-cantautore che sta facendo impazzire il Regno Unito.

Questo articolo fa riferimento al concerto inaugurale del tour tenutosi al Barbican di Londra il primo aprile, e che sta proseguendo per moltissime città europee. 

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Nel 1933 George Orwell pubblicava Senza un soldo a Parigi e Londra, il memoir in cui raccontava la vita da una parte e dall’altra della Manica dal punto di vista di poveri e senzatetto. In Italia il libro non è famosissimo, sebbene sia appena stato ripubblicato da Mondadori, ma nel Regno Unito è un’opera così conosciuta da far parte del bagaglio culturale di ogni cittadino medio. Per questo non c’è da stupirsi che, quando Benjamin Clementine ha fatto la sua comparsa sulla scena musicale, è al libro di Orwell che tutti hanno immediatamente pensato.

In realtà la storia della fortuna di Benjamin Clementine nel Regno Unito è paradossale. Nato nel 1988 e cresciuto nella periferia nord della capitale britannica, a Edmonton, da una famiglia di origine ghanese, già a sedici anni Benjamin scappa di casa per andare a vivere con un amico nel quartiere alternativo di Camden. Tre anni dopo, diciannovenne, sentendosi «comunque uno straniero a Londra» approda a Parigi armato solo di una borsa da viaggio. Senza un soldo, appunto. È il 2008. Per cinque anni in Inghilterra di lui non si saprà più niente, fino a una sera dell’ottobre 2013 in cui compare allo show musicale della BBC Later with Jools Holland. La sua performance lascia l’audience ammutolita e gli vale i complimenti in diretta di Paul McCartney, anche lui ospite al programma quella sera. Il giorno dopo il brano che ha eseguito, Cornerstone, diventa il pezzo più condiviso di Spotify UK. Ma cos’è successo in quei cinque anni di assenza?

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Molte cose, in effetti. Per mesi a Parigi Benjamin ha dormito per strada o sui pavimenti delle camere di conoscenze occasionali, finché qualcosa è scattato in lui: si è seduto davanti alla basilica del Sacro Cuore di Montmartre e ha cominciato a cantare. Poi, siccome la gente si fermava ad ascoltarlo, ha cominciato a cantare anche in metropolitana, a cappella. Gli ci sono voluti otto mesi per mettere da parte i soldi necessari per comprare una chitarra, ma da quel momento in poi ha potuto suonare anche nei bistro. E qui è stato notato da due produttori di musica elettronica non proprio di grido, Lionel Bensemoun e Matthieu Gazier, che gli hanno trovato serate via via più prestigiose tra cui un concerto a una cena di gala durante il Festival di Cannes. E gli hanno prodotto l’EP di Cornerstone, quello che tempo dopo avrebbe suonato alla BBC.

O, almeno, questa è la storia come la racconta Benjamin stesso: il percorso tormentato di un’anima ribelle che fugge per inseguire i propri sogni e romanticamente li raggiunge. Una bella storia d’altri tempi, che riecheggia Rimbaud e le atmosfere del primo Novecento. D’altra parte tutto in lui concorre a creare un personaggio dall’aura maudit: le parole sussurrate, il look con cui si presenta sul palco (a piedi scalzi, con un trench scuro indossato sopra il petto nudo), persino la postura ricurva che assume suonando il pianoforte, seduto su uno sgabello da bar, che lo fa somigliare a un personaggio triste di Sylvain Chomet.

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Musicalmente parlando Benjamin Clementine è stato paragonato a Antony Hegarty e Nina Simone, ma le influenze di Erik Satie e del cantautorato francese sono altrettanto lampanti. Come Conor Oberst, fa parte di quella scuola di pensiero che mette al centro del proprio discorso un’onestà senza filtri, esponendo il proprio dolore allo sguardo dello spettatore. La famiglia povera che faceva «lavori da neri», il racconto di quando quindicenne ha visto per la prima volta Antony suonare alla BBC ed è rimasto estasiato da quella voce così sofferta e impossibile da incasellare: tutto partecipa alla creazione della storia. Così come il richiamo continuo alla spontaneità («I sing what I say, I say what I feel and I feel what I play by honesty and none other but honesty», dice il testo di una canzone), che viene solo in parte dalla cultura nera (il fratello maggiore che gli dice «quando parli alle persone fallo senza timore e non permettere a nessuno di darti ordini»), il richiamo al mito del buon selvaggio quando sostiene che «onestamente (Sic!) non conosco molta musica e voglio che sia così ancora per un po’ di tempo. Credo che sia questo che mi rende originale».

Originale Benjamin lo è di sicuro, basta sentirne anche distrattamente un solo pezzo per rendersi conto che la sua musica ha qualcosa di unico. Ma il sospetto che non sia così ingenuo viene facilmente. Ad esempio, già quando viveva a Camden da adolescente, era stato abbastanza smaliziato da sfruttare le sue evidenti doti fisiche per guadagnare qualche soldo lavorando come modello per Abercrombie & Fitch. Ma soprattutto una certa dose di calcolo si nota qualche anno dopo quando, dopo essere diventato una star in Francia, rifiuta di firmare un contratto con l’etichetta propostagli da Bensemoun e Gazier. Al contrario sembra sapere molto bene che il mercato discografico inglese ha tutt’altre potenzialità, e così torna a Londra e aspetta. E fa bene, perché nell’accordo con l’etichetta francese Barclay subentra il gigante britannico Virgin EMI che immediatamente lo lancia a livello mondiale.

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L’aspetto curioso è che, a guardarle da vicino, entrambe queste letture contrastanti della storia di Benjamin Clementine sembrano plausibili. C’è il primo Benjamin, quello scappa di casa ancora adolescente, vive come homeless a Parigi e viene salvato da un destino tragico dal suo straordinario talento. E c’è il Benjamin che non ha mai puntato a niente di meno che il massimo, e che nel 2014 accetta senza molti imbarazzi di essere il primo musicista a suonare dal vivo a una sfilata di Burberry, uno dei marchi inglesi più lussuosi nel campo dell’abbigliamento maschile. Le due immagini (lo sporco della metropolitana parigina e l’eleganza minimale della sfilata di moda) sembrano coesistere senza troppi conflitti.

Questa polarità mi salta agli occhi con evidenza quando, il primo aprile di quest’anno, vado a sentirlo suonare al Barbican di Londra nel concerto che inaugura il tour dell’album At least for now. Sul palco Benjamin Clementine è esattamente come te lo aspetti, forse addirittura più estremo: ha movenze irrigidite, parla in un sussurro sconnesso che fa pensare al delirio di un poeta perso nei fumi dell’assenzio. Ma al contempo è empatico e a suo agio sul palco, scherza con il pubblico che lo ringrazia per essere tornato a Londra. «London loves you!», gli urla una donna dal pubblico. Dopo un silenzio lunghissimo lui risponde «I hate London», ma lo dice con simpatia. E comunque tutti sanno, perché l’ha detto al “Guardian” non molto tempo fa, che sta cercando casa nel suo vecchio quartiere, a Edmonton.

Ma sentendolo dal vivo ti rendi anche conto che il personaggio che interpreta, sia autentico o meno, non gli è d’intralcio quando si siede al pianoforte e comincia a suonare. Ha davvero un talento magnetico che lo porta a reinterpretare con facilità i pezzi del suo non sterminato repertorio e a infilarci dentro due cover da musicista consumato, l’intima Riverman di Nick Drake e la torrenziale, violenta e lunghissima Voodo Chile di Hendrix. Tutto questo con solo il supporto di un violoncello, una batteria e un basso, anche se i pezzi migliori, quelli in cui la magia della sua musica si manifesta al massimo delle sue potenzialità, restano quelli in cui suona da solo. Il risultato sono due ore di concerto a livelli di intensità altissimi e due standing ovations, prima e dopo il rientro sul palco per i bis. Davanti al pubblico londinese, nella cornice iper raffinata del Barbican, è uno spettacolo abbastanza raro.

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Eppure c’è ancora qualcos’altro, un ultimo dubbio che sorge mentre lo guardi interpretare con aria teatrale le voci diverse che popolano le sue canzoni, quelle stridule dei falsetti improvvisi, le poesie sussurrate e le esplosioni violente di toni baritonali. Ti viene da pensare che c’è del vero, in una maniera troppo evidente per essere equivocabile, in ciò che Benjamin Clementine non si stanca di ripetere: che quando sale sul palco diventa un’altra persona. In varia misura una trasformazione di personalità sulla scena coinvolge tutti i performer, naturalmente, ma in lui si percepisce qualcosa di più profondo: viene da pensare che il palco sul quale va in atto quello spettacolo sia prima di tutto dentro la sua testa. Che quelle voci recitate, urlate, sussurrate, interrotte, non siano solo una finzione scenica ma la rappresentazione di un dialogo interiore, come una recita controllata della schizofrenia. In molte interviste Benjamin ha detto di suonare per «salvarsi dalla solitudine e dalla follia». Forse era una dichiarazione più autentica di quanto si sia portati a immaginare.

Anche per questo, forse, ciò che rimane alla fine del concerto è un senso di enorme potenzialità espressa solo in parte: Benjamin Clementine ha solo ventisei anni, ha fatto un solo disco, suona con una band di tre strumentisti. I brani non contenuti in At least for now rivelano decine di possibili sviluppi della sua musica, e nessuno di questi è pop o troppo facile. Anche se il suo personaggio è didascalico, la sua storia troppo romantica e troppo perfetta. Intervistato dal “Guardian”, Benjamin ha detto una volta, parlando di sé stesso: «ci vuole tempo perché la gente capisca che questo ragazzo non canta “Amore, voglio solo te”. Che questo ragazzo pensa davvero a quello che sta dicendo, perché questo ragazzo ha qualcosa da dire». E questo possiamo dirlo anche noi che lo ascoltiamo, e non è poco: questo ragazzo ha inequivocabilmente qualcosa da dire. Forse anche nonostante la sua incredibile storia.

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