Nella Rete

The Smartphone Society

È stato Marx a suggerire, per la prima volta, la possibilità di guardare alle macchine come a un prisma in grado di restituirci lo stato e il livello di condensazione delle relazioni di potere tra le classi all’interno della società. Definita nel primo libro del Capitale come «mezzo per l’amplificazione del plusvalore», la macchina – forma oggettivata del sapere scientifico divenuto immediatamente produttivo – funge da utile indicatore della concreta capacità di appropriazione e messa al lavoro del «sapere sociale generale» da parte del capitale, del suo grado di «incorporazione del lavoratore».

Com’è noto, all’interno dell’opera marxiana, tale processo di appropriazione e “incorporazione”, lungi dal configurarsi come meccanico, lineare e progressivo, tende a delineare un campo di tensioni e resistenze in cui macchine (capitale) e lavoro vengono a intrecciarsi in un rapporto di compenetrazione dialettica che, piuttosto che fondare la subordinazione ontologica del secondo al primo, pone invece le condizioni di possibilità della sua emancipazione.

È proprio su questa traiettoria che si muove Nicole Aschoff, giovane ricercatrice della Boston University e attenta studiosa dei processi di trasformazione del lavoro, indagando, attraverso un ponderato uso delle categorie marxiane di “macchina” e “merce”, l’oggetto tecnologico che – in accordo con la lezione deleuziana secondo la quale «a ogni tipo di società si può far corrispondere un tipo di macchina» – può a tutti gli effetti assurgere a “cristallo” della nostra epoca: lo smartphone.

Smartphone with cloud of application icons in consumer hand

The Smartphone Society

L’automobile ha rappresentato, per certi versi, il simbolo del ventesimo secolo. Il modo in cui abbiamo prodotto, consumato e concepito le automobili rappresenta una finestra sul capitalismo del ventesimo secolo – uno sguardo su come il sociale, il politico e l’economico si siano incontrati e scontrati. Se l’auto è stata fondamentale per comprendere lo scorso secolo, è lo smartphone a definire la nostra epoca. Oggigiorno le persone trascorrono molto tempo con i propri telefoni. Li controllano costantemente nel corso della giornata, tenendoli sempre a portata di mano. Li tengono accanto nel sonno, li portano in bagno, non li perdono mai di vista mentre camminano, mangiano, studiano, lavorano, attendono qualcosa o guidano. Un 20 per cento circa di giovani adulti ha persino ammesso di tenerli sotto controllo mentre fa sesso. Cosa significa tutto questo?

Hand Machines

I lavoratori della Apple si riferiscono agli stabilimenti Foxconn di Shenzen come a Mordor, angolo infernale della Terra di Mezzo di Tolkien. Come rivelato tragicamente da un’ondata di suicidi verificatasi nel 2010, l’appellativo enfatizza solo in minima parte le reali condizioni delle fabbriche ove giovani lavoratori cinesi assemblano gli iPhone. La catena di fornitura Apple collega le colonie di ingegneri informatici con centinaia di fornitori di componenti in Nord America, Europa e Asia. La compresenza di tendenze creative e distruttive incentiva continui cambiamenti nelle reti di produzione globali del capitalismo e, all’interno delle reti stesse, suggerisce nuove configurazioni del potere corporativo e statuale. Tempo addietro le catene di approvvigionamento orientate dal produttore – esemplificate dall’industria dell’auto e dall’industria pesante – erano dominanti. Personaggi come Lee Iacocca o la leggenda del Boeing, Bill Allen, potevano decidere cosa produrre, dove farlo, e a quanto venderlo. Ma, con il radicalizzarsi delle contraddizioni economiche e politiche del boom del dopoguerra negli anni Sessanta e Settanta, un sempre maggior numero di Paesi del Sud del mondo si è visto costretto ad adottare strategie orientate all’esportazione per raggiungere i propri obiettivi di crescita. In questo modo è andato gradualmente emergendo un nuovo tipo di catena di approvvigionamento in cui sono i venditori al dettaglio, piuttosto che i produttori, a detenere le redini. In questi modelli orientati al consumo compagnie come Nike, Liz Claiborne e Walmart, progettano i beni, fissano i prezzi, detenendo, in termini di mezzi di produzione, poco più che la semplice titolarità del marchio.

Per scoprire gli stravolgimenti determinati dagli smartphone nell’ambito dei meccanismi di accumulazione dobbiamo spostare la nostra attenzione dal processo nell’ambito del quale il lavoro umano si avvale delle macchine per la produzione dei cellulari al processo che rende il telefono stesso fruibile come una macchina produttiva. Considerare il telefono una macchina è, per certi versi, la strada più intuitiva. In effetti, la parola cinese per telefono cellulare è shouji, ovvero “macchina manuale”. Spesso le persone usano le proprie “macchine manuali” come si farebbe con qualsiasi altro strumento, in particolare sul posto di lavoro.

Gli smartphone dilatano lo spazio e il tempo di lavoro. L’estensione della giornata lavorativa attraverso l’uso degli smartphone è diventata così evidente che anche i sindacati e i collettivi organizzati si stanno adoperando per fronteggiarla. In Francia sindacati e imprese hanno firmato nell’aprile 2014 un accordo che riconosce il diritto alla disconnessione al termine della giornata lavorativa per oltre duecentocinquantamila lavoratori del settore tecnologico, mentre in Germania si sta discutendo un disegno di legge destinato a disciplinare le chiamate e le mail dopo il termine della giornata lavorativa.

Gli smartphone hanno inoltre facilitato la creazione di nuove tipologie di lavoro e nuove forme di accesso al mercato del lavoro stesso. “TaskRabbit” mette in connessione le persone che preferiscono evitare la fatica di provvedere alla proprie faccende con persone abbastanza disperate da accettare questo genere di lavoretti a cottimo. Coloro che cercano qualcuno che provveda alle proprie faccende, potranno cercare dei “taskers” attraverso l’app di TaskRabbit. I taskers sono tenuti a monitorare 24/7 i propri smartphone in attesa di potenziali offerte – è il tempo di risposta a determinare in ultima istanza chi si vedrà assegnato il lavoro – mentre i consumatori potranno inoltrare e disdire richieste ai taskers in movimento. “Postmates”, invece, tiene traccia dei suoi corrieri in città come Boston, San Francisco e New York, grazie a un’app installata sui loro iPhone, mentre questi si dimenano tra case e uffici per consegnare tacos artigianali e latte alla vaniglia senza zucchero. Quando viene inoltrata una nuova richiesta, la app la trasmette ai corrieri più vicini che, per ottenere il lavoro ed essere pagati, dovranno rispondere in tempo reale ed effettuare la consegna nel giro di un’ora. Per ogni consegna si vedono pagati appena 3,75 dollari ed essendo inquadrati come lavoratori autonomi non possono avvalersi della tutela offerta dalla legge sul salario minimo.

In questo modo, le nostre macchine manuali si inseriscono perfettamente all’interno dei moderni processi di trasformazione del mondo del lavoro. Gli smartphone rendono possibile l’adozione di modelli lavorativi contingenti e basati sull’autosfruttamento, mettendo a disposizione del capitale un vasto bacino di forza lavoro, al contempo esonerandolo dal far fronte ai costi fissi e agli investimenti emotivo-affettivi tipici del tradizionale rapporto di lavoro salariato.

iCommodify

Il capitale deve provvedere alla propria riproduzione e generare nuove occasioni di profitto attraverso lo spazio e il tempo. Esso deve costantemente ricreare e rafforzare la divisione tra il lavoro e la proprietà privata, aumentare il margine di profitto estratto dal lavoro vivo e colonizzare sempre nuovi ambiti del sociale per l’offerta di nuovi beni. Il sistema e le relazioni che lo compongono sono in costante movimento. La riproduzione e l’espansione del capitale nella vita quotidiana e la colonizzazione di sempre nuove sfere della vita sociale non sono sempre chiaramente riconoscibili. Gli smartphone stanno rendendo sempre più labile la linea di demarcazione tra produzione e consumo, sociale ed economico, pre-capitalistico e capitalistico, garantendo che – indipendentemente dal se si usi il proprio smartphone per lavoro o per diletto – il risultato sia sempre il medesimo: maggiori profitti per il capitale. Gli smartphone indicano dunque l’approssimarsi della fase descritta da Debord, quella della «occupazione totale della vita sociale» da parte della merce? È vero allora che, non solo il nostro rapporto con la merce è visibile, ma che «non si vede altro che quello»?

Forse potrà sembrare un’esagerazione. L’accesso alle reti sociali e la connettività digitale attraverso i nostri telefoni cellulari presentano evidentemente anche dei caratteri emancipatori. Una connessione condivisa tra diverse identità digitali potrebbe addirittura radicalizzare la resistenza alle attuali gerarchie di potere che tentano di ridurre gli individui all’isolamento e al silenzio. Sarebbe impossibile pensare a Ferguson e alle proteste contro le violenze della polizia senza gli smartphone e i social media. E, dopotutto, molte persone non sono ancora costrette a usare uno smartphone per ragioni lavorative né tanto meno sono tenute a costruire le proprie identità attraverso le tecnologie di rete. La maggior parte di loro potrebbe gettare il proprio telefono a mare anche domani, se solo le desiderasse. Il punto è che non lo desidera. Le persone amano le proprie macchine manuali.

È semplicemente un altro modo, come suggerisce l’esperto di media Ken Hillis, per «allontanare la vacuità e l’insignificanza dell’esistenza»? O, come sembra indicare la riflessione dello scrittore Rovane Gay, la nostra capacità di manipolare i nostri avatar digitali ci fornisce un palliativo contro il nostro senso di impotenza di fronte all’odio e alle ingiustizie?

O piuttosto – come sembra domandarsi il guru della tecnica Ambra Caso – ci stiamo tutti trasformando in cyborg?

Se per cyborg intendiamo un essere umano che si avvale di uno strumento tecnologico o macchinico per ripristinare funzioni perse o migliorare le proprie capacità e conoscenze, allora siamo già cyborg da tempo risalente e l’uso degli smartphone non rappresenta nulla di diverso dall’uso di una protesi, dal guidare una macchina o dal lavorare a una catena di montaggio. I nostri rapporti e i nostri rituali sociali sono da sempre mediati dalla tecnologia. L’avvento e la diffusione dei centri metropolitani – hub di connettività e innovazione – non sarebbe stato pensabile senza ferrovie e automobili.

Le macchine, la tecnologia, le reti e le informazioni non guidano né organizzano la società – sono le persone a farlo. Noi facciamo le cose e usiamo le cose a partire dalla trama di relazioni sociali, politiche ed economiche esistente e dai relativi rapporti di forza che ne derivano.

Lo smartphone è sia una macchina che una merce. La sua produzione riflette la mappa globale del potere e dello sfruttamento. Il suo uso delinea e riflette la continua conflittualità tra l’imperativo totalizzante del capitale e la resistenza posta da ciascuno di noi. Allo stato attuale, la necessità del capitale di sfruttare e mercificare è rafforzata dal modo in cui gli smartphone sono prodotti e utilizzati, ma i successi del capitale non sono mai del tutto dati e inattaccabili. Essi devono essere difesi e rafforzati passo dopo passo. Abbiamo il potere di attaccare e abbattere le conquiste del capitale, e dovremmo farlo. Forse i nostri telefoni ci saranno utili in quest’impresa.

[L’articolo di Nicole Aschoff è già apparso su Jacobin. La traduzione è a cura di Pasquale Schiano]

La fabbrica di  Shenzhen. Foto di  Liam Young.

La fabbrica di Shenzhen. Foto di Liam Young

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