Terzo settore in fondo

Una lettura di Cronistoria semiseria di un operatore sociale precario” (Edizioni Spartaco, 2014) di Marco Ehlardo, con una testimonianza di Tamara Ferrari. Introduzione di Carlo Ciavoni, 

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“Crisi dei rifugiati” titolano giornali e telegiornali, e non ci si deve stupire dell’ignoranza generalizzata che dilaga in merito a questi argomenti. Anzitutto perché i cosiddetti rifugiati prima di poter ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero la protezione internazionale, devono farne richiesta attraverso determinate procedure – e quindi molti dei migranti che arrivano in Europa sono sì rifugiati di fatto ma non rifugiati dichiarati, unico modo per godere della protezione. Non tutti i migranti potranno godere della protezione internazionale o sussidiaria, perché non tutti fuggono dai loro paesi a causa di guerre, persecuzioni o maltrattamenti: c’è anche chi – e sono i cosiddetti migranti economici – migra alla ricerca di migliori condizioni di vita (ma di questo ne parleremo in seguito); e in secondo luogo proprio perché non si parla mai di queste lunghe procedure, in cosa consistono, ma solo, vagamente, di generici centri di accoglienza quando invece ne esistono diverse tipologie.

Non si parla delle procedure e quindi nemmeno delle donne e degli uomini che dedicano il loro tempo affinché queste possano portarsi a termine, di coloro che gestiscono i centri di accoglienza previsti per i richiedenti asilo in attesa del colloquio con la commissione territoriale che deciderà se riconoscer loro o meno la protezione, di coloro che li aiutano a capire cosa è meglio dire per far valere i propri diritti. Ed è proprio attraverso una di quelle Onlus che si dedica all’aiuto dei richiedenti asilo affidati ai centri di accoglienza che si svolge la storia raccontata da Marco Ehlardo in Terzo settore in fondo. Cronistoria semiseria di un operatore sociale precario (Edizioni Spartaco, 2014), il punto di vista di uno di quegli operatori (precari) che supportano i richiedenti asilo nel loro percorso in Italia. Un romanzo breve più che un saggio, ma con il pregio di saper spiegare in modo semplice come funziona l’asilo in Italia e cosa ci gira attorno.  Mauro Eliah, protagonista del libro, coordina un piccolo team (Anna, Vladimir e Mohamed) impegnato in una sorta di lotta contro i mulini a vento (in questo caso le istituzioni, e le organizzazioni del terzo settore) di Napoli e dello Stato italiano.
La narrazione che segue le giornate-tipo di Mauro alle prese con l’organizzazione della Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno – e quindi con dirigenti, assessori, ragionieri del Comune, funzionari di polizia non proprio esperti (e nemmeno sensibili) in materia di migrazione – è leggera ma profondamente seria, ironica, sferzante, ma di un’amarezza che difficilmente se ne va dalla bocca del lettore.

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Le emozioni che si susseguono appartengono a una vasta gamma, c’è spazio per il sorriso, l’indignazione, la rabbia, l’amore, la tristezza, l’impotenza, la fame di giustizia. C’è spazio soprattutto per una riflessione, maturata sul campo, su come l’Italia gestisca (male) i richiedenti asilo: «L’Italia è un Paese che con i richiedenti asilo ha un approccio schizofrenico. A parole rispetta la Convenzione di Ginevra. A parole rispetta l’articolo 10 della Costituzione, capolavoro di accoglienza e protezione, ma mai applicato e mai trasformato in una legge organica sull’asilo. Siamo gli unici e soli nell’Unione europea» (p.22). In Italia per i richiedenti asilo non vale la “presunzione di rifugiato”, anzi vale il contrario, e una volta che il richiedente ottiene la protezione non ha più alcun aiuto dallo Stato che invece lo lascia preda di una normativa sul lavoro «che sembra scritta da Kafka in persona» (p.23). Tuttavia in Terzo settore in fondo non ci sono soltanto “cattivi”: continuando a leggere farà la sua apparizione anche qualche “buono” il quale cercherà di controbilanciare quella che altrimenti sarebbe una disanima disastrosa.

Ad intrecciarsi alla storia principale ce n’è un’altra, quella della scomparsa e della ricerca di Thomas Compaoré, giornalista e attivista del Burkina Faso, richiedente asilo affidato al centro di accoglienza di cui si occupa la Onlus di Mauro che avrebbe dovuto sostenere l’intervista con la commissione per poter ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato proprio il 20 giugno. Non si sa dove sia andato, forse alla ricerca di lavoro, di quel lavoro nero, sottopagato, che sfrutta la condizione irregolare dei migranti che viene chiamato “caporalato”. Il mistero si infittisce pagina dopo pagina fino all’imprevedibile – o prevedibile, a seconda della conoscenza delle dinamiche nelle quali possono trovarsi i richiedenti asilo e i migranti – finale. Un altro aspetto importante che emerge dal libro di Ehlardo è come sono considerati in Italia i migranti economici. Essi non fuggono da nulla se non dalla miseria, e per questo non hanno diritto ad alcun tipo di protezione. Ma siamo sicuri sia giusto? Perché non istituire anche un “asilo economico” (p.44)? Cercare migliori condizioni di vita non dovrebbe essere un diritto per tutti? Una riflessione su questo tema da parte degli Stati e di tutti i loro cittadini è doverosa.

Leggere Terzo settore in fondo, più di qualsiasi approfondimento giornalistico o saggistico, rimane il miglior modo per capire a fondo sia la situazione dei richiedenti asilo in Italia sia quella di chi con loro ci lavora, gli operatori sociali che, nonostante le difficoltà, dedicano tutta la loro vita e passione a questa causa. Terzo settore “in fondo”, perché come nella notte di Céline, non si sa dove questa avventura ci porterà; forse più vicino alle nostre paure, per smascherarle. Forse, se solo ne avessimo voglia.

NZO

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