Sismografie

Terremoto, spazio e comunità

 Per una rilettura del sisma della Campania e della Basilicata del 23 novembre 1980.

 Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6.9 della scala Richter colpiva Campania e Basilicata. 36 anni dopo un altro terremoto, quello che tra il 24 agosto e il 30 ottobre ha coinvolto vaste zone di Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche, ha riproposto problemi e situazioni già vissute e mai risolte. In questo contributo Gabriele Moscaritolo analizza vari aspetti sociologici e soggettivi legati al terremoto del 1980, con particolare attenzione alle relazioni tra memoria individuale e spazi comunitari collettivi. La memoria delle catastrofi potrebbe infatti rappresentare un settore di ricerca utile anche a interpretare i disastri attuali e le loro conseguenze e Sismografie si propone di dare ulteriore spazio, nelle prossime settimane, a questi temi.

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All’indomani del sisma del 24 agosto 2016 si è riproposto un dibattito che spesso ricorre, con toni simili, ogni volta che un terremoto colpisce il nostro paese. Oltre alla puntuale descrizione dell’evento infatti, ad intervenire sono spesso le voci di autorità ed esperti che affrontano temi come la tempestività dei soccorsi, l’adeguatezza delle costruzioni, il rischio idrogeologico ed eventuali responsabilità di crolli “simbolo”. Fra dichiarazioni, riflessioni e polemiche dal 1980 in poi il caso “Irpinia” è iniziato a comparire in qualità di esempio negativo per eccellenza, da non ripetersi e da allontanare come uno spauracchio e, anche in questa occasione, non sono mancati i richiami a tale evento[1].
Del sisma del 23 novembre 1980 infatti la memoria nazionale ci restituisce una rappresentazione basata principalmente su due fasi principali: l’immane tragedia delle prime ore, ingigantita dai ritardi e dall’inefficienza dei soccorsi, e il periodo della ricostruzione divenuto presto sinonimo di spreco, corruzione e clientelismo. Su quest’ultimo aspetto bisogna dire che si tratta in buona parte di una rappresentazione mediatica che ha iniziato a formarsi dalla seconda metà degli anni ‘80 con la comparsa di alcune inchieste giornalistiche le quali, stimolando la Commissione Parlamentare d’Inchiesta del 1991, hanno fatto dell’Irpinia un esempio classico di spreco all’italiana. Tali vicende fornirono inoltre un’argomentazione spesso utilizzata dall’allora nascente partito della Lega Lombarda e ancora oggi, quando si parla di ricostruzioni post-sisma, vengono riprese in forma di stereotipo pronto e collaudato.

Un altro aspetto ricorrente sul il dibattito post – Amatrice riguarda i soggetti coinvolti: a condurre la discussione è stato quasi esclusivamente l’approccio delle cosiddette hard sciences (ingegneria, sismologia, ecc.) che, come ha sottolineato Giuseppe Forino da un lato forniscono fondamentali strumenti di sapienza tecnica e di policy ma dall’altro raccontano solo una parte della complessità di un disastro. Sulle pagine di vari blog, tra cui questo, diversi studiosi hanno ribadito l’importanza dell’approccio delle scienze sociali nel vastissimo ambito di studi dei disastri: Vito Teti ha sottolineato come per i luoghi colpiti la ricostruzione non riguarda la sola riedificazione del patrimonio edilizio bensì “la memoria dei paesi, la possibilità di mantenere la rete di relazioni e legami che li costituisce, la capacità di rigenerarne e re-inventarne l’identità”; Stefano Portelli invece, richiamando la nozione di displacement urbano, ha posto l’accento sulla necessità di tenere unità la popolazione poiché “la dispersione spaziale provoca un disorientamento profondo, che riduce le capacità delle persone di superare le situazioni di crisi”.

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Spazio sociale, memoria e comunità diventano così concetti essenziali da considerare ogni volta che dopo un disastro, superata la prima emergenza, si avvia la fase di ricostruzione “materiale” durante la quale le popolazioni colpite sono costrette a ridefinire il loro rapporto con lo spazio vissuto. Concentrandomi su questi aspetti vorrei qui riportare a titolo esemplificativo alcune testimonianze e le riguardanti due comuni del “cratere” irpino mettendo in luce proprio come l’esperienza delle popolazioni possa modificarsi sostanzialmente a seconda delle scelte compiute e come oggi, a distanza di 36 anni, quelle decisioni si riverberino sul rapporto fra spazio e comunità[2].
Conza della Campania e Sant’Angelo dei Lombardi sono due comuni dichiarati “disastrati” all’indomani del sisma del 1980. Se la natura ha unito il destino di queste comunità, distruggendo rispettivamente il 95% e l’80% del loro patrimonio edilizio, la mano dell’uomo ha deciso di indirizzare il loro futuro su due diverse strade: l’antico centro di Conza, arroccato su di un colle, è stato abbandonato e ricostruito ex novo su di una piana poco distante mentre a Sant’Angelo il criterio seguito per la ricostruzione del centro storico è stato “com’era dov’era”.

Dopo il 23 novembre la popolazione conzana trascorse la primissima emergenza in un cantiere che a valle lavorava alla costruzione di una diga e già dopo alcuni mesi fu alloggiata nel nuovo insediamento provvisorio che sorgeva poco distante. L’area urbanizzata per l’occasione fu realizzata secondo criteri urbanistici veramente validi, era un modello di convivenza urbana straordinario, tutti gli spazi erano ben sistemati… i prefabbricati anche se piccoli erano accoglienti, vivibili […] si aveva un’idea di privacy, di intimità, di famiglia non chiusa perché poi erano contigui e quindi in un certo qual modo riproponevano quella dimensione del vecchio paese, il vicinato ecco con tutti i ritmi (Luigi L.).
La vicinanza, la frequenza dei contatti quotidiani e l’unione della comunità sono aspetti ricordati da molti abitanti i quali, sebbene consapevoli che non avrebbero mai più rivisto il loro vecchio centro, ricordano i 10 anni trascorsi nel villaggio in maniera positiva:

Si stava bene nei prefabbricati… ecco questa è stata una bella esperienza… perché abbiamo vissuto più vicino alle persone tutti…perché eri subito fuori eri subito insieme, eravamo tutti uguali e esser tutti uguali è importante… non c’era il ricco non c’era il povero… esser tutti uguali …sentirsi fratelli…sentirsi una famiglia… è importante… (Gerardina M.)

A Sant’Angelo dei Lombardi invece, centro più popoloso, sia durante la prima emergenza che durante la fase degli insediamenti provvisori sorsero ai margini del centro distrutto diversi campi che ospitavano la popolazione sfollata.

Avevamo perso questo punto d’incontro che era la piazza […] mancavano poi punti di ritrovo… non c’erano più i circoli, i club… non ce ne so stati più… allora i punti di ritrovo erano a casa delle persone nei prefabbricati principalmente… la vita sociale ha stentato molto a riprendersi (Michele V.).

L’individuazione delle aree su cui ospitare i primi campi e gli insediamenti provvisori fu qui sicuramente una faccenda più complicata poiché il numero dei senzatetto era superiore e lo spazio intorno alla zona distrutta più limitato. In ogni caso la comunità si trovò divisa in tanti villaggi satellite e, senza i tradizionali punti di ritrovo come la piazza o i circoli che sorgevano intorno ad essa, il periodo dei prefabbricati non viene ricordato positivamente. Dopo circa 10 anni per i conzani era finalmente giunto il momento del trasferimento nella “nuova” Conza che, progettata con criteri anti-sismici, proponeva degli spazi molto diversi da quelli vissuti fino a quel momento.

Un momento buio nella mia mente è questo qua legato al trasferimento nella attuale Conza della Campania perché in quel momento Conza non era un paese, era un insieme di case dove non c’erano strutture per la comunità […] quella che ci dicevano è la piazza non era una piazza, non c’erano ricordi associati a quei luoghi, per noi era il nulla quindi ci si ritrovava ognuno nella propria nuova abitazione bellissima prontissima in questo paese con le strade larghe (Antonella P.)

Ciò che molti sottolineano di questo passaggio è proprio lo stridente contrasto fra vecchi e nuovi spazi ai quali ci si abituava con difficoltà. Bisogna dire ovviamente che da allora il nuovo centro è stato oggetto di numerosi interventi che ne hanno fatto un paese molto più accogliente e vivibile ma, soprattutto per le generazioni più anziane, gli spazi perduti restano un mondo a cui aspirare

Però ci sentimmo più isolati perché mo’ ognuno tene lo recinto attuorno a la casa, tene i cancelli […] io perché sono così il cancello mio non lo chiudo mai… qualche vota litigammo pure co’ mio marito […] tengo quello ricordo de Conza vecchia, ci cridite? (Grasso A.)

Anche a Sant’Angelo lentamente i villaggi prefabbricati andavano scomparendo e il centro storico recuperato. Qui il passaggio nelle nuove abitazioni, sorte comunque lontane dal centro, è avvenuto in maniera più graduale e meno omogenea. Elisa ricorda come il trasferimento nella nuova casa

[…] è stato traumatico… quando ci siamo trasferiti noi sentivamo l’eco nelle stanze perché erano troppo grandi per noi, erano sovradimensionate… e consideravamo gran parte della casa, come disabitata, era vuota, e ricordo che non riuscivamo mai ad ammobiliarla abbastanza (Elisa F.)

Allo spaesamento domestico si aggiunge quello dello spazio pubblico perché se il centro storico è stato ricostruito filologicamente nella sua materialità lo stesso non è avvenuto per la sua socialità dal momento che molte persone non sono tornate a vivervi trasferendosi in abitazioni più distanti:

Adesso insomma è abbandonato quasi a sé stesso, la gente va fuori, le case sono state dislocate dal centro… e quindi la gente non viene proprio in piazza (Carmine M.)

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Per ragioni di spazio non posso approfondire molti aspetti tuttavia, ciò che vorrei sottolineare, è che a distanza di 36 anni dal disastroso sisma dalla memoria delle popolazioni emerge con chiarezza come queste esperienze segnino profondamente la vita e la quotidianità di queste comunità e come nei due comuni, da diverse decisioni e fattori contingenti, si siano avviati due corsi che attraverso tappe diverse hanno prodotto differenti modalità di vivere lo spazio. Aldilà dei possibili giudizi su tali esperienze ciò che conta credo sia la giusta attenzione da riservare a questi aspetti poiché si rivelano importantissimi per il destino delle comunità colpite da terremoti. Il sisma del l980 da questo punto di vista costituisce un serbatoio di conoscenze ancora inesplorate; il gran numero di piccoli centri colpiti infatti, ognuno con una propria storia e uno specifico contesto politico, culturale e ambientale ha potuto scegliere il proprio corso da seguire ed ha generato un vasto ed eterogeneo insieme di esperienze che oggi possono esser osservate con occhio attento e costituire degli insegnamenti per il futuro.
Questo nuovo sguardo può permetterci di cogliere i diversi aspetti della complessità sociale che viene investita da un disastro e può farci rileggere la storia di questo terremoto non più come esempio negativo e da riproporre in forma di stereotipo, ma come esperienza da cui attingere in vista delle future emergenze e ricostruzioni che il nostro paese dovrà affrontare.

Note

[1] Tra le varie dichiarazioni che hanno richiamato l’esempio Irpinia rimando all’intervista rilasciata dal procuratore antimafia Franco Roberti: Antimafia in campo, parla il procuratore: “Non si ripeterà lo scandalo dell’Irpinia”, “la Repubblica”, 28 agosto 2016

[2] Per un approfondimento di queste riflessioni rimando ad un mio lavoro più approfondito: Moscaritolo G.I., Come entrare in un paese nuovo. Spazio e comunità nell’Irpinia post-sisma, in Mela A. Mugnano S. Olori D. (a cura di), Territori vulnerabili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana, Franco Angeli, Milano 2016, pp. 109-122.

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