Fare ricerca

Studiare i commons

Un antropologo nella pianura emiliana.

commons pianura emiliana

L’immagine romantica, ancora piuttosto diffusa nell’immaginario comune, dell’antropologo immerso nella ricerca in contesti lontani, esotici e isolati, non corrisponde più da tempo alla varietà di situazioni in cui vediamo all’opera gli antropologi di oggi. Eppure gran parte della “cassetta degli attrezzi” di questa disciplina – prima fra tutte la cosiddetta osservazione partecipante – si è formata proprio attraverso le ricerche condotte sugli Altri in luoghi remoti e periferici rispetto ai Paesi di provenienza dei ricercatori. L’allontanamento – in senso ampio, non solo geografico e linguistico – che comporta la ricerca sul campo ha anzi assunto il ruolo di un vero e proprio rito di iniziazione per l’antropologo che, staccatosi dal proprio contesto di appartenenza, cerca di immergersi in un mondo nuovo e sconosciuto. 1

Se quindi oggi troviamo tanti antropologi intenti a fare ricerca in contesti vicini, occidentali, spesso urbani e tecnologicamente avanzati, diventa lecito porsi alcune domande. Il bagaglio metodologico “classico” rimane valido anche in ambienti più familiari, o contribuisce piuttosto a rimarcare una differenza netta tra the West and the rest, dove agli antropologi spetta esclusivamente la ricerca dell’insolito e dell’esotico? Gli interrogativi che l’antropologo si pone sul campo sono gli stessi o emergono problemi diversi, che esigono risposte diverse? La specificità dell’antropologo rispetto ad altre discipline e professionalità non rischia in questo modo di scomparire? Non c’è il rischio di sconfinare nel terreno proprio dei sociologi, degli psicologi, degli economisti o degli storici? È possibile, insomma, fare antropologia anche a casa nostra?

Queste sono alcune delle perplessità e delle sfide che hanno accompagnato la mia ricerca durante gli anni del dottorato. Ho conseguito il PhD nel 2017 all’Università di Bologna, all’interno di un programma di dottorato multidisciplinare piuttosto eclettico, in cui giovani ricercatori con un background in antropologia si confrontavano con storici e filosofi della scienza, filosofi del linguaggio e psicologi cognitivi. La scelta di dedicarmi a una “antropologia sotto casa”2 è arrivata dopo che avevo già ricevuto la mia iniziazione al campo durante una prima esperienza di ricerca in Israele e Cisgiordania: in quei luoghi nemmeno troppo esotici mi apparivano molto più evidenti il senso e l’utilità del bagaglio teorico e metodologico che mi portavo appresso. La mia formazione mi si presentava invece più problematica da applicare nel momento in cui il campo di ricerca mi era familiare. Qui non c’erano, almeno all’apparenza, linguaggi, usi e comportamenti sconosciuti da decifrare e rendere intelligibili.

La scelta del campo era motivata dall’oggetto specifico della mia ricerca: un’indagine di lungo periodo sui rapporti tra uomo e ambiente in un contesto moderno, occidentale, che avesse però al contempo alcune caratteristiche peculiari. Lo studio di una curiosity dei miei luoghi di origine, nella fattispecie un gruppo di commons rurali situati nella bassa pianura emiliana – le cosiddette partecipanze agrarie emiliane – ha così definito i confini della ricerca.3

Interdisciplinarità

Mi sono subito reso conto che sarebbe stato impossibile comprendere appieno un fenomeno così stratificato come quello delle partecipanze – istituzioni che per quasi un millennio hanno influenzato le comunità umane e l’ambiente rurale nel quale sono sorte – affidandomi solo ed esclusivamente alla ricerca sul campo e all’osservazione partecipante, il metodo classico dell’antropologia. La complessità del tema mi ha costretto a confrontarmi con discipline e metodologie diverse: dalla teoria economica alla ricerca storica, dai dibattiti giuridici agli studi sulle popolazioni, e così via. Approfondendo una letteratura così varia mi sono anche accorto di quanto il tema dei commons in Italia non fosse confinato al solo piano teorico ma si caricasse molto facilmente di valenze politiche, spesso generando anche qualche ambiguità concettuale.4 Si tratta di temi “caldi”, che interessano da vicino un pubblico ampio e la cui importanza viene enfatizzata o minimizzata a seconda degli schieramenti.

Per avere una comprensione migliore del campo ho quindi dovuto far dialogare il più possibile l’antropologia con altre discipline, sforzandomi di comprendere prospettive e linguaggi molto diversi tra loro. Il grado sempre più elevato di specializzazione delle discipline, l’uso di linguaggi settoriali e tecnici, unitamente alla scarsa capacità di comunicazione delle conoscenze tra diversi ambiti del sapere che purtroppo ancora affligge l’organizzazione delle nostre università, hanno costituito le sfide principali della mia ricerca. L’attualità e la complessità del tema dei commons dovrebbe al contrario spingere la ricerca in una direzione il più possibile interdisciplinare, e ciò mi ha portato a interrogarmi riguardo al mio ruolo di antropologo e ai modi in cui si possa produrre una conoscenza chiara e accessibile a un pubblico più vasto, cercando di trovare linguaggi semplici e condivisi.

Posizionarsi sul campo

Scegliere di fare ricerca in un ambiente conosciuto mi ha permesso di superare facilmente alcuni tra gli ostacoli più comuni e noti tra gli antropologi. La possibilità di ridurre notevolmente i tempi di viaggi e spostamenti, la conoscenza pregressa del contesto culturale e delle persone con cui ho interagito, oltre al fatto di non dover passare anni ad apprendere la lingua e le norme sociali locali, sono indubbi vantaggi per il ricercatore.5 L’assenza di ostacoli linguistici e culturali ha facilitato notevolmente la raccolta dei dati, garantendomi di gestire al meglio le limitazioni di budget e di tempo della mia ricerca. Inoltre la conoscenza del dialetto e della toponomastica orale locali mi ha permesso di ricostruire lo stretto legame che questi commons hanno intessuto nel corso dei secoli con l’ambiente circostante e con le percezioni che di esso hanno avuto le comunità locali.6 Essere già in contatto con i miei collaboratori mi ha consentito di avere accesso in tempi brevi agli archivi delle partecipanze, dei comuni e delle parrocchie, fatto tutt’altro che scontato, se pensiamo a quanto spesso la burocrazia della pubblica amministrazione e la scarsa collaborazione delle istituzioni private rendano lento e faticoso l’accesso ai fondi archivistici.

Ci sono però criticità con cui ho dovuto fare i conti, come il rischio, sempre presente, di non riuscire a cogliere e a mettere in discussione la visione del mondo e gli assunti impliciti locali, dal momento che faccio parte della stessa cultura e società che li ha prodotti. Il mancato distacco iniziale tra me e il contesto della mia ricerca ha quindi avuto delle conseguenze metodologiche ed epistemologiche che non possono essere ignorate o considerate superficialmente.7 È qui che il posizionamento dell’antropologo diventa estremamente rilevante. Il mio status ibrido di insider/outsider mi ha permesso, tramite la mia presenza e le mie domande, di suscitare curiosità e interesse da parte delle comunità che stavo studiando.

Verso un’antropologia pubblica e applicata

Compito di un’antropologia dei commons dovrebbe essere quello di far riflettere un pubblico sempre più ampio sui modi di appropriazione e gestione del territorio. È un compito più che mai urgente, anche in un contesto moderno e familiare come quello di cui mi sono occupato: il rischio di una visione dell’ambiente relegato a elemento fisso, neutro e muto che fa da sfondo alla vita sociale è infatti quello di vederlo riemergere prepotentemente solo in occasione dei gravi disastri ecologici. L’antropologia dovrebbe al contrario mostrare l’importanza delle pratiche locali virtuose per la gestione del territorio, in mancanza delle quali le aree più marginali sono destinate all’abbandono, all’impoverimento del paesaggio e allo spopolamento, e gli esempi in questo senso non si contano.

Sono convinto che l’antropologia possa trovare un terreno fertile di applicazione pratica anche in Italia. Perché ciò avvenga è però necessaria in primo luogo una sana autocritica del nostro modo di fare antropologia: dobbiamo chiederci per chi e per quali motivi facciamo ricerca, per chi e a chi scriviamo, quale linguaggio usiamo, quali scopi vogliamo raggiungere, se le nostre ricerche vogliono accrescere un sapere teorico che non uscirà mai dall’accademia o se piuttosto vogliono proporre concrete possibilità di cambiamento, modi alternativi di guardare al mondo e risolvere o sollevare problemi che i nostri interlocutori sentono come prioritari.8 Lo studio di un tema come quello dei commons, poiché costringe il ricercatore ad affrontarlo da più prospettive possibile, dovrebbe anche favorire il superamento di quel fenomeno di “enclosures accademica” ancora fin troppo presente e radicato. Se vogliamo che le nostre ricerche abbiano un valore anche al di fuori dell’accademia, cioè dove si svolge la vita quotidiana delle persone, allora dobbiamo imparare a farci capire in modo chiaro da interlocutori diversi, coinvolgerli e motivarli in prima persona a interessarsi ai problemi locali che li riguardano.9

commons pianura emiliana

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Note

  1. Cfr. David M. Hayano, Auto-ethnography: Paradigms, Problems and Prospects, «Human Organization», n. 38, 1979, pp. 99-104; Muhammad Aurang Zeb Mughal, Being and Becoming Native: a Methodological Enquiry into Doing Anthropology at Home, «Anthropological Notebooks», n. 21 (1), 2015, pp. 121-132.
  2. Cfr. Lorenzo Mantovani, “L’antropologia sotto casa. Spunti per una riflessione sul ruolo pubblico dell’antropologo in un contesto rurale bolognese”, in Ivan Severi, Nicoletta Landi (a cura di), Going Public. Percorsi di antropologia pubblica in Italia, Bologna Studies in History of Science, University of Bologna, Bologna 2016, pp. 43-64.
  3. Si tratta di istituzioni collettive che gestiscono risorse che, a causa delle loro stesse caratteristiche, non possono essere facilmente privatizzate. Esempi tradizionali di commons sono i pascoli, gli alpeggi, le aree di pesca, i boschi, le aree incolte e paludose, ecc., ma il concetto negli ultimi anni si è esteso sempre più, fino ad abbracciare le aree urbane, le infrastrutture di trasporti e comunicazioni, Internet e la stessa biosfera. Cfr. Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006; Nil Disco, Eda Kranakis (ed.), Cosmopolitan Commons. Sharing Resources and Risks across Borders, The MIT Press, Cambridge 2013. Sulle partecipanze in particolare si veda Euride Fregni (a cura di), Terre e comunità nell’Italia Padana. Il caso delle Partecipanze Agrarie Emiliane: da beni comuni a beni collettivi, Edizioni Centro Federico Odorici, Brescia 1992.
  4. Cfr. Lorenzo Coccoli, Dai Commons al Comune: temi e problemi, «Fogli di Filosofia», n. 5, 2014, pp. 3-15.
  5. Marilyn Strathern, “The Limits of Auto-Anthropology”, in Anthony Jackson (ed.), Anthropology at home, Travistock Publications, New York 1987, pp. 59-67.
  6. Lorenzo Mantovani, Philology and Toponymy. Commons, Place Names and Collective Memories in the Rural Landscape of Emilia, «Philology», n. 2, 2016, pp. 237-254.
  7. D’altra parte, non si dovrebbe nemmeno esasperare la differenza tra un’antropologia dei mondi esotici e un’antropologia sotto casa. I problemi metodologici ed etici che l’antropologo si trova a dover affrontare non sono dissimili nei due contesti, ad esempio riguardo alla scelta del campo e dei propri collaboratori e interlocutori, ai metodi di ricerca, alla raccolta ed elaborazione dei dati, e così via. Cfr. Angela Biscaldi, “Vietato mormorare”. Sulla necessità della ricerca antropologica in Italia, «Archivio Antropologico Mediterraneo on line», n. 17 (1), 2015, pp. 13-18.
  8. Cfr. Nancy Scheper-Hughes, Making Anthropology Public, «Anthropology Today», n. 25 (4), 2009, pp. 1-3.
  9. Cfr. Angela Biscaldi, op. cit.; Fabio Dei, Sull’uso pubblico delle scienze sociali dal punto di vista dell’antropologia, «Sociologia», n. 2, 2007, pp. 1-15.
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