Milleuna

Stella del non-senso: un ritratto di Aleksandr Vvedenskij

Chi era Aleksandr Ivanovič Vvedenskij? Un «činarauto-rità del nonsenso», un «činar» – avto-ritet bessmyslicy. Poeta della nuova percezione del mondo, persuaso che la poesia potesse permettere di intravedere la realtà alla luce di un sistema di pensiero altro, libero dai filtri della logica corrente.

 

Splende la stella del nonsenso
lei sola senza fondo.
Di corsa entra un signore morto
e in silenzio rimuove il tempo.
(Vvedenskij, Intorno forse Dio)

 

Conosciuto in vita unicamente come scrittore per bambini, Aleksandr Ivanovič visse gli anni più bui della Russia Sovietica, quando ogni espressione artistica discorde dall’altisonante spartito staliniano venne soppressa, soffocata, uccisa. La sua opera per adulti, e quella di diversi artisti vicini a OBERIU, il gruppo d’avanguardia a cui Vvedenskij apparteneva, venne tenuta nascosta per lunghi anni. Dissonante dalla linea letteraria sovietica per linguaggio, forma e contenuti, venne immediatamente censurata, e rimase sconosciuta e inedita fino a metà degli Sessanta.

Chi siamo noi? Noi, oberiuty, siamo onesti lavoratori della nostra arte. Noi siamo i poeti di una nuova percezione del mondo e di una nuova arte. Noi siamo, non solo i creatori di una nuova lingua poetica, ma anche i demiurghi di una nuova percezione della vita e dei suoi oggetti. (…) Qualcuno ancora oggi ci eleva al rango di “zaumniki”. Difficile determinare di cosa si tratti: di un vero e proprio equivoco, o di una disperata incomprensione dei fondamenti della creazione verbale? Nessuna scuola ci è più ostile della “zaum’”. Noi, persone reali e concrete fino al midollo, siamo i primi nemici di coloro i quali castrano la parola, riducendola a un ibrido debole e privo di senso.

Così, il 24 Gennaio 1928 a Leningrado, presso la Casa della Stampa, Aleksandr Vvedenskij, Daniil Charms, Nikolaj Zabolockij, Kostantin Vaginov e Igor Bachterev annunciarono la nascita del gruppo OBERIU, Ob”edinenie real’nogo isskustva [Unione dell’arte reale], forse l’espressione più originale e innovativa della letteratura russa degli anni Venti, unione dei «lavoratori di tutti i campi dell’arte che accettano il suo programma artistico e lo realizzano nella propria opera». Rimasta a lungo poco conosciuta nella stessa terra d’origine, diventerà nota in tempi più recenti come l’ultima avanguardia letteraria russa del Novecento.

Vvedenskij, presentato nel manifesto OBERIU come «l’estrema sinistra della nostra unione», nacque a Pietrogrado all’inizio del secolo. Si nutrì dell’arte di Malevič e Filonov, del teatro di Igor Terentev, dei versi di Puškin, Blok, di Velimir Chlebnikov, per citarne solo alcuni. Ben presto elaborò un proprio linguaggio artistico, a partire dai concetti di Tempo, Morte e Dio, basato su un uso estremamente innovativo della lingua.

Non si trattava della «zaum’», (neologismo formato dal prefisso «za» oltre, e dal sostantivo «um» mente, intelletto), la lingua trans-mentale ideata da Chlebnikov e Kručenych, ricca di neologismi e nuove combinazioni fonetiche. La nuova lingua poetica OBERIU, e quella di Vvedenskij in particolare, si proponeva di creare un nuovo sistema di associazioni semantiche a partire dalla lingua russa «concreta». Sperimentare le potenzialità evocative della parola attraverso associazioni di pensiero insolite, con il fine di suscitare percezioni della realtà inconsuete, molteplici e sincroniche, superando il linguaggio della poesia, della prosa, del teatro, così come erano stati concepiti fino ad allora.

Nella terra suona la musica,
I vermi recitano i versi
I fiumi ripetono le rime,
Gli animali, bevono i suoni delle canzoni.

La nuova concezione dell’arte OBERIU, con i suoi mondi sorprendenti, i suoi personaggi insoliti, la sua fine ironia, suscitò l’interesse della sfera della letteratura per l’infanzia, l’unico ambito letterario che consentì agli oberiuty di vivere della propria arte.

All’indomani del debutto, Vvedenskij, Charms e Zabolockij iniziarono a collaborare con le riviste per l’infanzia «Ež» (Riccio) e «Čiž» (Lucherino). Nate a Leningrado alla fine degli anni Venti, «Ež», diretta da Samuil Maršak, e «Čiž», diretta dai giovani Nikolaj Olejnikov e Evgenij Švarc, furono pensate per deliziare bambini e ragazzi con una letteratura allegra, leggera, lontana da qualsiasi ideologismo politico, ricca di non-sense, giochi di parole e simpatici enigmi.

C’era una volta un cavallino,
C’era una volta un cavallino,
C’era una volta un cavallino,
E il cavallino aveva una coda.

Ma mentre gli oberiuty si proclamavano poeti di una nuova percezione del mondo, di una nuova lingua poetica e di una nuova arte, il Narkompros, [Commissariato del popolo per l’istruzione] delineava con linee, toni e colori sempre più netti e decisi, le fattezze della lingua letteraria sovietica: non vi doveva essere alcun margine per interpretazioni fantasiose, la lingua doveva essere chiara, semplice, immediata; il messaggio uno, la chiave di lettura universale.

Con l’inizio degli anni Trenta, sotto il cielo grigio della Russia di Stalin, l’atmosfera iniziò a farsi sempre più opprimente, la censura iniziò ad avanzare con ritmo incalzante. Anche l’aria diventò sovietica. Le riviste per l’infanzia, che fino ad allora erano riuscite a preservare una preziosa autonomia, divennero ben presto uno strumento politico, atto a modellare finemente i lineamenti culturali dei giovanissimi cittadini dell’URSS.

 

Lo zio Borja dice
CHE
È molto arrabbiato
PERCHÉ
Qualcuno a rovesciato per terra
Una boccetta piena di inchiostro,
E sul tavolo ha lasciato
Una pistoletta di legno,
Una trombetta di latta
E una canna da pesca.
È forse questo gatto grigio
Il colpevole?
O è questo cane nero
Il colpevole?
O quei polletti
Che svolazzano nei vicoletti?
O ciccione come un catino
È arrivato qui un tacchino,
Che in ufficio ha rovesciato
Una boccetta piena di inchiostro
E sul tavolo ha lasciato
Una pistoletta di legno,
Una trombetta di latta
E una canna da pesca?

Kto? [Chi?] una delle tante opere per l’infanzia scritte da Aleksandr Vvedenskij, impreziosita dalle illustrazioni minimaliste di Lev Judin, fu condannata come «zaum’»: insensata, priva di morale, e quindi anti-rivoluzionaria.

Era il millenovecentotrentuno, quando in concomitanza con l’uscita della prima ristampa di Kto?, nelle pagine del giornale per ragazzi «Smena» l’editore Serebrjanikov, responsabile del settore della letteratura per l’infanzia, descrive gli oberiuty (Vvedenskij e Charms in particolare) come «letterati teppisti, bohémien, borghesi» i quali, non avendo trovato un posto nella letteratura per adulti, invece che «autodistruggersi» si sono intrufolati nella letteratura dell’infanzia per portare avanti la propria attività.

Qualche mese più tardi tutti i poeti del gruppo OBERIU vennero arrestati della Ghepeù (GPU), la polizia segreta, poiché appartenenti «ad un gruppo letterario antisovietico, che scrive e diffonde versi obiettivamente contro-rivoluzionari».

Trecento-settanta ragazzi,
Bruni biondi e rossi,
Volano giù dal monte sulla slitta,
Sugli sci vanno veloci.

Se mi deste degli sci,
Se deste a me una slitta, amici,
Tutti i bruni i biondi e i rossi
Supererei io oggi.

Peccato invece che,
sono di nuovo occupato a scrivere poesie.

In una lettera scritta in seguito al primo arresto, Vvedenskij scriveva di sentirsi «disarmato», diceva – «ho gettato le armi della mistica, del formalismo e della contro-rivoluzione, ma le nuove armi del marxismo non le ho ancora impugnate. Questo è chiaro e palese anche nelle mie opere per bambini».

Eppure, i suoi versi continuavano a impreziosire di tinte tenui le riviste sovietiche per l’infanzia. I suoi libri per bambini continuavano ad essere stampati con una tiratura di migliaia di copie. Kto?, tradotto nelle varie lingue dei paesi dell’Unione Sovietica, viaggiò oltremare e approdò in Giappone.Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Char’kov, dove continuò a scrivere sia opere per l’infanzia che (segretamente) opere per adulti.

La poesia di Vvedenskij, «a-logica» «zaum’» «anti-rivoluzionaria», si proponeva di scardinare la lingua poetica da un’impostazione di pensiero consueta e monosemica. Inaudite associazioni di idee generano rose di campi semantici bizzarri che dipingono una realtà (solo apparentemente) inesistente. La sua lingua, che sembra attingere da un misterioso immaginario individuale, restituisce visioni di una realtà tanto fantastica quanto concreta, quasi a creare un effetto di straniamento che stimola alla percezione di un mondo circostante inatteso, mai contemplato in precedenza.

PRIMO (Parla in versi russi)
Entrate nella casa dei matti.
Amici miei, miei principi.
Felice lei ci aspetta.
Felici noi ci aspettiamo.
Una lanterna accendiamo qui,
Una lanterna, come uno zar, pende.
Le volpi da noi corrono
Stridule squittiscono.
Qui tutto è transitorio.
Intorno i fiori stridono.
SECONDO. Io ho ascoltato questi versi. Sono finiti da tempo.
TERZO. Siamo rimasti in pochi, e ci rimane poco tempo.

Nekotoroe količestvo razgovorov [Una certa quantità di dialoghi] è una delle pièces teatrali scritte da Vvedenskij alla fine degli anni Trenta e pubblicate postume. I suoi protagonisti Primo, Secondo e Terzo, non hanno un nome proprio, né un volto, e si muovono in ambienti altrettanto sfuggenti, accennati appena da brevissime didascalie ricche di «ieroglify» [geroglifici].

Tre persone erano chiuse nella stanza. In cortile stava la sera.
Una musica suonava. Una candela era accesa.

La candela, il mare, il cavallo, lo specchio, la musica, gli uccelli sono alcune di quelle semplici parole, che nella poesia di Vvedenskij vibrano di significati altri e acquisiscono la valenza di «ieroglify». Si fanno archetipo di un nuovo sistema di pensiero, attraverso il quale il poeta caratterizza l’universo dei suoi personaggi. Calate di volta in volta in contesti semantici diversi, suscitano nuove e molteplici percezioni della Morte, dello scorrere del Tempo, e di Dio.

Il padre (morto nel I atto, e ricomparso nel II atto sotto forma di cuscino) smette di parlare in versi e inizia a fumare una candela tenendola tra i denti come se fosse un flauto.

Il tema del Tempo, indefinibile, inafferrabile, assurdo nella concezione comune che lo vede scorrere su di un’infinita linea retta, ridicolo nei tentativi umani di definirlo, percepibile dall’uomo in modo concreto forse solo in quell’attimo che separa la vita dalla morte, il tempo, tema onnipresente nella poesia di Vvedenskij, è l’elemento chiave che contraddistingue la sua opera da quella degli altri artisti OBERIU.

Ecco, abbiamo ingannato la notte, disse TERZO. Ed ecco che è finita. Andiamo a casa.
Sì, disse PRIMO. La scienza lo ha dimostrato.
Certamente, disse SECONDO. La scienza lo ha dimostrato.
Senza dubbio, disse TERZO. La scienza lo ha dimostrato.

Vvedenskij, alludendo alla Critica alla ragion pura di Kant, definiva la sua poesia come una «concreta critica poetica alla ragione». Nel Seraja Tetrad’ [Quaderno Grigio] (1932-1933) scrive che il Tempo, la Morte e Dio sono concetti inaccessibili alla ragione umana, e ritiene che solo attraverso la poesia sia possibile creare un nuovo sistema logico-linguistico in grado (forse) di suscitare nella mente di chi legge, nuove percezioni relative a ciò che la ragione umana non è in grado di concepire.

La poesia realizza semplicemente un miracolo verbale, e non reale. È in grado di ricostruire un mondo, sconosciuto. (…) In questo modo ho formulato quasi una critica poetica alla ragione, in maniera più concreta che astratta. Io ho iniziato a dubitare che casa, dacia e torre, per esempio, vadano associate al concetto di edificio. Forse spalla va associata a quattro. Io questo l’ho messo in atto nella poesia e l’ho dimostrato.

Era il 1941 quando Vvedenskij venne arrestato per la seconda volta. Non obbedì all’ordine di lasciare la città di Char’kov, evacuata, e con le truppe naziste della Wehrmacht alle porte. Ancora una volta venne accusato di essere fautore di attività antisovietiche. Morirà qualche mese più tardi, all’età di 37 anni, durante il trasferimento dal carcere di Char’kov a Kazan’. Il suo corpo non verrà mai ritrovato e le circostanze della sua morte non saranno mai chiarite. Come lui, così Charms e altri artisti vicini a OBERIU, vennero arrestati, internati e uccisi.

E mentre loro cantavano, una musica meravigliosa e eccezionale affascinava tutto e tutti. E sembrava ci fosse ancora posto sulla terra per percezioni diverse.

Breve è la storia di OBERIU, triste il suo epilogo.

Solo a metà degli anni Sessanta l’opera per adulti di Aleksandr Ivanovič Vvedenksij (e degli oberiuty) appare nel panorama letterario russo, ed europeo, grazie alla cura di Galina Viktorova, sua moglie, e di Ja. Druskin, prezioso amico e custode coraggioso. Dopo oltre vent’anni dalla sua morte, Druskin, insieme a T. A. Lipavskaja, decisero di aprire una vecchia valigia, archivio ignoto dell’ultima avanguardia letteraria russa del Novecento. Dopo qualche anno mostrarono i manoscritti ad alcuni giovani filologi: Michail Mejlach e Anatolij Aleksandrov. Iniziò così il lungo viaggio negli abissi dell’universo poetico dell’amico Šura e di OBERIU.

Esiste un filo nell’universo poetico di Vvedenskij che unisce la sfera della letteratura per l’infanzia e quella per gli adulti. L’ironia sottile, la potenza evocativa del suo linguaggio, l’immaginazione senza confini a cui i suoi racconti lasciano spazio, nutrono la fantasia di adulti e bambini seguendo un processo narrativo raffinato, fresco, sempre nuovo: sorprendente.

Come onde i cavalli corrono veloci
I ferri scalpitano.
Audaci cavalli pieni di ardore
al galoppo scompaiono.

Ma come capire dov’è la scomparsa
E tutti noi siamo forse mortali?
Cosa mi dici tu, attimo
Potrei forse coglierti, io?

Prima della nascita di OBERIU, Vvedenskij, Charms, Druskin, Lipavskij, T. A. Lipavskaja avevano costituito una sorta di unione letterario-filosofica non ufficiale, all’interno della quale si chiamavano «činary» termine, pare, coniato da Vvedenskij. La parola «čin» [grado], è da intendersi non nella sua accezione ufficiale, ma in quanto “rango spirituale”, “dell’anima”. Curioso scoprire che la parola «čin» è comune alla radice dell’arcaico verbo «činit’» fare, creare.

Come fosse un miracolo i figli stavano intorno a quel cuscino insulso, e aspettavano con insensata speranza una risposta alla loro detestabile e selvaggia, imponente domanda: Che cos’è il Sudorez? Ma il cuscino ora svolazzava, ora come una candela spiccava il volo in cielo, ora come il Dnepr correva per la stanza. Il padre stava seduto sopra lo scrittoio come un Melampiro dei boschi, mentre i figli come se fossero ombrelli stavano appoggiati ai muri.

Aleksanrtr Ivanovič Vvedenskij (Pietroburgo 1904 – * 1941) era un «činar’-avto-ritet bessmyslicy», činar’- auto-rità del non senso.

PRIMO. Allora mi sono alzato e di nuovo sono andato lontano.
SECONDO. È chiaro, che sono andato con il pensiero.
TERZO. I pensieri i pensieri loro erano circondati.
PRIMO. Erano circondati da luci e suoni.
SECONDO. I suoni quelli si sentivano, le luci ardevano.
TERZO. Io mi son seduto sotto il cielo e ho cominciato a meditare.
PRIMO. A meditare su cosa.
SECONDO. Sulla carrozza, sull’addetto alla sauna, sui versi, sugli avvenimenti.
TERZO. Non potevo capirci niente.
PRIMO. Allora mi sono alzato e di nuovo sono andato lontano:

 

 

[L’autrice dei disegni è Chiara Foddis.]

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