Asylum / Le immagini in questione

Soggetti in marcia. Alcune riflessioni sull’attraversamento di confini

C’è una moltitudine che cammina lungo un’autostrada. In marcia verso una meta provvisoria, ma pur sempre ultimo tratto di un lungo viaggio affrontato in condizioni ostili e con i mezzi più disparati. 

Il gergo politico e massmediatico li ha etichettati e stigmatizzati con diversi appellativi: profughi, immigrati, clandestini. Sono siriani, soprattutto, o almeno così si dice, ma anche iracheni, palestinesi, afgani.

Ci viene ripetuto che scappano dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, con la speranza di trovare condizioni migliori, per costruirsi un nuovo futuro o solo per dare una tregua alle proprie sofferenze. E se anche lì nel mezzo vi sono individui che non ricadono in nessuna di queste casistiche, tutti quanti sono accomunati da un desiderio, quello di raggiungere un luogo che è ancora – ai loro occhi – migliore rispetto a quelli di origine o di transito.

Per curiosità o per necessità, questi soggetti reclamano dunque un diritto, quello della libertà di movimento per le strade del mondo, come tanti altri se ne vedono in ogni angolo del pianeta, magari definiti turisti.

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Vedendo le immagini trasmesse in questi giorni dai notiziari, giunte subito dopo il monumento alla tragedia delle traversate mediterranee rappresentato dal corpo del piccolo Ayal esanime sulla battigia, i governi e i popoli europei, con le dovute e conosciute eccezioni, hanno improvvisamente aperto confini e fatto cadere diffidenze, lanciandosi in offerte di ospitalità e accoglienza quasi senza distinzioni.

Eravamo abituati a una retorica dell’invasione, un concetto che richiama un movimento lento e inesorabile e che, senza alcuna progettualità apparente, sfrutta l’inerzia numerica per minacciare la struttura sociale e le tradizioni autoctone e prendere infine il sopravvento sulle popolazioni europee; ora, questa immagine-monumento sembra aver aperto un orizzonte discorsivo sulle migrazioni in cui sia possibile transitare, o quantomeno stazionare provvisoriamente, verso una retorica dell’accoglienza e della compassione.

L’inevitabilità cadenzata e continua che circoscrive il campo semantico dell’invasione è quanto traspare dall’iconografia di numerosi manifesti politici che hanno avuto come tema l’accoglienza, i suoi rischi economici, o addirittura la sua pericolosità per l’incolumità delle popolazioni “invase”.

La sua resa usuale si risolve in un coacervo omogeneo che inquadra i migranti come “morti viventi”, di solito rappresentati dall’alto o inquadrati di spalle, per impedire qualsiasi possibilità di empatia con loro, qualsiasi incrocio di sguardi.

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La costruzione di questo terrore a bassa intensità, quasi un rumore di sottofondo che periodicamente invade i teleschermi con le cronache degli sbarchi, dispiega la sua efficacia proprio evitando la sovrapposizione con quello ad alta intensità rappresentato dalla “minaccia terroristica”, con il quale intrattiene un rapporto antitetico: dove il secondo è puntuale, efficace, nascosto e loquace, il primo è continuo, dispersivo, sorvegliato, afono.
Le immagini che arrivano dal confine tra Ungheria e Austria, già limes europeo dell’Età Moderna contro il pericolo turco costituito dall’alterità dell’Oriente ottomano, tornano a prima vista a fornire lo sfondo simbolico per le strategie discorsive con cui le destre xenofobe agitano timori e inquietudini di disordine sociale Eppure, a ben guardare, ne sovvertono totalmente il senso, con una torsione paradossale a livello di immaginario.

Questo “quarto (o quinto, o sesto) stato” contemporaneo sembra essersi appropriato dei tratti denigratori che gli sono stati via via imputati per risemantizzarli in un’ottica soggettiva, riaffermando la dimensione positiva di elemento portatore di novità e di processi di creolizzazione, ossia di negoziazione e traduzione discorsiva continua delle identità.

La bassa intensità dell’azione ritrova così una sua propria progettualità, trasformando la lentezza inerziale in ostinazione e sacrificio. Camminare lungo un’autostrada, prima che infrazione della legge, diviene il simbolo di questa consapevolezza, intraprendendo un viaggio attraverso la via più veloce, dove esiste solo il punto di partenza e il punto d’arrivo: una strada fatta esclusivamente per i veicoli a motore, che non devono teoricamente sostare durante il tragitto e dalla quale si possono seguire solo delle deviazioni sporadiche e predeterminate.

Un prendere voce in prima persona, non tanto attraverso le interviste rilasciate, quanto piuttosto nel costituirsi come soggetto molteplice e organizzato, obbligando di fatto gli organi di informazione a fornirne una rappresentazione frontale.

Un ritrovare infine il proprio ruolo di attraversatore di confini, di operatore di trasformazioni geopolitiche e di “traduzioni” interculturali, costituendosi progettualmente come forma di vita nella quale si riflettono le contraddizioni di una società, del suo assetto politico e dei suoi rapporti con l’esterno.

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Una moltitudine di soggetti che si discosta dalla facile retorica compassionevole di cui i media e i commentatori fanno a gara in questi giorni e dalla ragione umanitaria che sempre più guida la nostra reazione di fronte al dolore degli altri.

Vogliamo vivere, ci dicono, ma non ad ogni costo e sotto ogni condizione, senza il peso della commiserazione o l’illusione di un’Europa già di per sé punto d’arrivo, approdo sicuro dopo la lunga traversata di mari, di monti, e di terre ostili.


Questa “fiumana”, come recitava una prima versione del celebre quadro di Giuseppe Pelizza da Volpedo richiamato in precedenza, dismette dunque la propria condizione di assoggettamento assoluto per mettere in atto un’opera di soggettivazione, il costituirsi cioè pienamente come soggetto, un “essere di parola” con il quale interloquire e non solamente preoccuparsi di smistare, un occhio al PIL e uno alle quote di distribuzione, magari su base etnica.

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Sarà forse per questo che i governi del vecchio continente hanno deciso improvvisamente di affrontare la questione migrazioni in termini di apertura e non più solamente di chiusura o disinteresse: la faglia politica aperta da questa marcia rischia di innescare un movimento a cascata che sembra prudente, in una prospettiva governativa, catturare e neutralizzare, prima che diventi rivoluzione.

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