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Perché Smetto Quando Voglio è una commedia per cinici

Il regista Sydney Sibilia racconta tristi luoghi comuni: università, tagli alla ricerca, contratti a tempo determinato e mancati rinnovi, assenza di occupazione, conseguente assenza di denaro. Il racconto dell’impossibilità di impiegare in maniera concreta il tempo che si è passato tra i libri, credendo in qualcosa che forse, da sempre, è stato una proiezione di incertezza. Si tratta della descrizione di una zona limbica che condividono tutti coloro che aspirano o hanno aspirato ad un impiego nel mondo accademico. Niente di diverso da un luogo comune, appunto.

smetto quando voglio

Fotogramma dal primo capitolo di Smetto quando voglio

Tuttavia, non si deve pensare che il quadro presentato nella saga Smetto Quando Voglio (attualmente incompleta del terzo capitolo, probabilmente in uscita nelle sale nell’autunno 2017) sia un insieme di banalità, di situazioni assurde e grottesche, di personaggi irreali. Lo spazio filmico permette di condividere qualcosa in più del cliché del laureato disoccupato, costretto a un destino europeo o a rimanere in Italia per lavorare in un ristorante o come benzinaio. È un linguaggio nuovo, sapientemente declinato per disegnare il futuro che abbiamo scelto. In fondo, ci vuole un certo orgoglio (e anche un po’ di coraggio) nell’ammettere che la responsabilità del non riuscire a progettare a lungo termine sia l’unico regalo che la precarietà ci ha lasciato in sorte.

Il motivo per il quale “la banda dei ricercatori” di Sibilia costituisce una rappresentazione esasperata di quanto ormai appare come un processo naturale, è sintomatico di un nuovo paradigma esistenziale in cui l’utopia è pensare di costruire la propria vita per tappe, con la conclusione automatica di una famiglia, una casa e un lavoro. Non funziona proprio così nelle logiche di chi non riesce a trovare normale che l’arte di reinventarsi sia ormai l’unica poliedrica capacità che si possa sperare di avere. Una skill di sopravvivenza o uno schema di codificazione del mondo, poco importa se sei consapevole del fatto che è questo il modo per non cadere in depressione o nella più pericolosa apatia. Il problema è quindi cercare di capire perché oggi siamo costretti a ragionare in questa modalità, a cercare di entrare in contatto con l’altro soltanto attraverso un percorso che si sviluppa già in un’ottica di rinuncia in cui la negazione è la cifra di definizione di qualsiasi rapporto. Si è precari perché ci è stato imposto di esserlo, nonostante tutto, ma accettare la realtà non vuol dire abbandonare il tentativo di modificarla dall’interno, anzi.

Il calcolo percentuale sui giovani che abbandonano il proprio Paese di origine per insoddisfazione e il tasso di disoccupazione si configurano come i fattori principali di un’infelicità che, ancora una volta, rappresenta il tentativo di un’imposizione esterna. È soltanto la prospettiva mediatica che continua a consigliarci che non è attraverso una scelta individuale e consapevole che davvero si possono modificare le cose. E questa è anche la chiave della buona riuscita di Smetto Quando Voglio, perché racconta la storia di una scelta fuori dalla dimensione lavorativa stabilita dalla norma. Perché nessuno, nella realtà, potrebbe mai accettare che un gruppo di ricercatori possa sintetizzare una droga e spacciarla, mimetizzandosi nell’ambiente malavitoso, studiando i caratteri dei fruitori, gestendo un traffico che paradossalmente si configura come l’unico strumento che riesce a dare un seguito a quegli studi abbandonati per assenza di futuro e non soltanto di impiego o di risorse.

Sibilia suggerisce che l’unico modo per riuscire a completarsi non è più nello schema del lecito ma in qualcosa che va oltre la norma e che, tuttavia, non si costituisce come illecito. Infatti, la smart drug prodotta dalla banda, non essendo indicizzata fra le sostanze ritenute illegali, non comporta una corrispettiva infrazione di un codice (se non si considerano ovviamente i reati di detenzione e spaccio) ma, allo stesso tempo, garantisce un riscatto per l’individuo. Metaforicamente, si potrebbe interpretare questo tentativo maldestro di sintetizzare una sostanza psicotropa partendo da elementi legali, come la chiave per riuscire ad appropriarsi degli oggetti che l’individuo ha preso in consegna dal passato, per riuscirli infine a rielaborare in una nuova versione, inedita e inascoltata, in qualcosa che nessuno è in grado di mettere a tacere perché, finalmente, impossibile da confrontare con qualsiasi cosa ci sia stata in precedenza.

Ecco perché Smetto Quando Voglio non narra il fallimento di una generazione ma la sua rinascita. Certo, una rinascita controversa perché presuppone che la lezione nietzscheana del pastore che morde la testa del serpente per tornare a guardare la sua realtà con occhi pieni di entusiasmo ma vuoti – perché non ancorati ad alcuna certezza – sia il solo modo per sperare di sopravvivere ad un modello che prescrive soltanto insoddisfazione. Controversa perché abbandonare il futuro già determinato dal caso, dalle circostanze e dal luogo comune della crisi (in accezione negativa, stavolta) presuppone un profondo cambiamento del proprio linguaggio. Impone di abbandonare il proprio sistema di lettura del mondo per iniziare a leggerlo davvero, perdendosi nella realtà così come ci si perderebbe all’interno di un libro; determinare una separazione fra ciò che si può pensare e ciò che si può dire; cercare di superare quei confini che impongono l’impossibilità di trasformare qualsiasi cosa si possa immaginare in qualcosa di concreto e tangibile, in una soluzione di continuità e garanzia per se stessi.

Il linguaggio filmico, in questo caso, riproduce infatti, in maniera particolarmente verosimile, quanto accade nel processo di lettura, in quel periodo in cui si sospende qualsiasi giudizio perché si ritiene che la letteratura costituisca un territorio esperienziale in cui si destruttura quella normale modalità di fruizione del linguaggio. Risulta particolarmente utile, in questo caso, citare Michel Foucault che, in più luoghi, si è espresso sui rapporti che si stabiliscono tra l’ordine del discorso, il linguaggio della letteratura e il linguaggio della follia. E se l’autore è colui «che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione del reale»(M. Foucault, L’ordine del discorso, Einaudi, Torino 2004, p. 14), lo è proprio perché permette di descrivere una medesima pratica, impiegando un medesimo linguaggio che paradossalmente non è lo stesso che viene abitualmente utilizzato. La letteratura è «una distanza scavata all’interno del linguaggio, una distanza incessantemente percorsa e mai realmente superata» (M. Foucault, La grande straniera. A proposito di letteratura, Cronopio, Napoli 2015, p. 60.) e la sfida dell’individuo è proprio quella di riuscire a situarsi in questa distanza, per rendere la sua stessa vita una narrazione, qualcosa che possa essere plasmato, attraverso un linguaggio immateriale ma performativo.

Occorre poi riuscire a legare le parole all’esperienza e questo è il passo successivo che consente di tornare dalla narrazione all’esistenza: Sibilia traduce questo tentativo in un dispositivo che, esternando un certo tipo di discorso che si caratterizza in maniera controtendenziale, approfondisce un nuovo modo di stare all’interno delle dinamiche specificatamente umane. Una convenzione fatta di immagini e linguaggio in cui l’attore e lo spettatore riconoscono il rispettivo ruolo di esistenza all’interno di un terreno finzionale. In questa dinamica, lo spettatore si sente legittimato nel riconoscere ciò che sta guardando come una commedia, perché è questo il processo che naturalmente si attiva durante un tipo di percezione in questa prospettiva. Tuttavia, proprio come avviene per la letteratura, la particolarità del linguaggio presente all’interno di questi primi due film è che la potenzialità della fruizione artistica non si esaurisce soltanto nella visione, né impone una riattivazione meccanica successiva per continuare a trasmettere il suo messaggio. Infatti, questo linguaggio continua ad esistere in quella che si potrebbe definire, in maniera piuttosto grossolana, la nostra parte cinica, che Sibilia stimola, esasperando le vicende personali di un gruppo di ricercatori, risolvendo, nello stesso tempo, la loro precarietà.

Si tratta di una soluzione finale che richiede un salto continuo che tuttavia riesce a garantire l’equilibrio, nella certezza di non potere più restare fermi in quel futuro di cui gli altri continuano a parlare. Il titolo dei film è una frase che può essere completata nei modi più diversi. Per questo, Smetto Quando Voglio di pensare al futuro per costruire continuamente il mondo, per sovvertire alle logiche che non appartengono più all’individuo contemporaneo, senza per forza rimpiangere qualcosa che, in fondo, non si è mai avuto.

Imparare a cambiare. È questo l’unico mantra che i luoghi comuni contemporanei dimenticano spesso di elencare.

Fotogramma dal primo capitolo di Smetto quando voglio

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  • figaro

    La qualità principale di un titolo come “Smetto quando voglio” è che – come alcuni titoli della grande “commedia all’italiana” – riesce a riassumere ambiguamente insieme la trama (usando un’espressione che comunemente usa chi ha a che fare con la droga o con ciò che dà dipendenza) e il punto critico che emerge come una metafora (smetto quando voglio di provare a fare il ricercatore universitario, che è come la droga: fa male, dà dipendenza, ti impone relazioni squallide con individui esecrabili, e porta inevitabilmente al fallimento umano, sociale, economico).
    Quando il cinismo va a braccetto col realismo scatta il meccanismo della commedia: la gente ride di sé, perché in fin dei conti siamo dei poveracci, e ce lo possiamo dire nel buio di una sala cinematografica. Quando si riaccendono le luci tutto ritorna a posto.
    Il merito del film di Sibilia potrebbe esser quello di far passare qualche orribile notte insonne alla generazione che ha creato e poi distrutto l’attuale università italiana, selezionando una classe di successori che conservassero non l’istinto innovativo e rivoluzionario delle loro origini, ma il peggior senso della conservazione fondato sul mantenimento coatto dell’ignoranza.
    Sono sicuro che tutti i giovani ricercatori precari hanno riso lacrime amare quando sono andati a vedere il primo film (il secondo ancora non l’ho visto). Temo invece sinceramente che abbia fatto ridere anche quelli che all’Università sono entrati trent’anni fa e che impongono sevizie e “riti di passaggio” di ogni tipo, loro che di passaggio hanno giusto visto qualche libro.