Reparto Agitati

Verso Obbiettivo180: due passi tra Slavich e Basaglia

In occasione del lancio dell’incontro nazionale OBBIETTIVO180, salute mentale e diritti di cittadinanza in Italia a quarant’anni dalla Legge 180, pubblichiamo una riflessione dello psichiatra Piero Cipriano, a partire dal testo All’ombra dei ciliegi giapponesi (Alpha beta verlag, 2018).

1 settembre 2018, Venezia
In occasione di
ISOLA EDIPO
Una rassegna dedicata ad
arte, cinema, letteratura, musica, cibo e attualità
all’insegna della cooperazione,
del rispetto dell’ambiente, della persona e della sostenibilità

siete invitati a partecipare a

OBBIETTIVO 180
salute mentale e diritti di cittadinanza in Italia 
a quarant’anni dalla Legge 180
 
In una stagione profondamente segnata dal ritorno di una cultura securitaria, antidemocratica e istituzionalizzante, nel quarantennale dalla Legge 180, abbiamo pensato fosse importante dare vita a un incontro nazionale rivolto a medici, infermieri, operatori, utenti, familiari e società civile. Pensiamo sia necessario aprire uno spazio di discussione e confronto tra tutte quelle reti e quelle esperienze che in Italia oggi lungo tutta la penisola promuovono una cultura inclusiva in cui i servizi alla persona siano parte integrante delle città, al fine di dare vita a un laboratorio itinerante condiviso e partecipato per il consolidamento dei diritti di cittadinanza attraverso la tutela e la completa applicazione della legge Basaglia.
 
L’incontro è promosso di COPERSAM – Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, DSM Trieste Centro Collaboratore OMS, Edizioni Alpha Beta Verlag/Collana 180, FORUM SALUTE MENTALE, UNASAM, stopopg, IMPRESA A RETE, Festival dei Matti, Centro Sperimentale Pubblico “Marco Cavallo” di Latiano, Mah, Boh, L’officina delle possibilità, 180 Amici L’Aquila, Cittadinanza e Salute e Forum Veneto Salute Mentale.
 
Ospite d’onore, a chiusura della giornata, sarà il regista e fotografo Raymond Depardon a cui verrà consegnato il “Premio per l’Inclusione Edipo Re alla carriera”.
 
A conclusione della giornata di dibattito, verrà proiettato il film documentario: San Clemente*

San Clemente è il nome di un ospedale psichiatrico ubicato in una piccola isola al largo di Venezia. Qui passano le loro giornate pazienti dai trascorsi diversi, seguiti da vicino dalla cinepresa di Depardon nei loro scambi e negli incontri con dottori e familiari. Siamo nel 1980, l’ospedale è sul punto di chiudere e Depardon, dopo un primo reportage fotografico, torna a San Clemente per documentare il percorso in atto che investe i luoghi, i corpi e i volti delle persone.

La giornata verrà accompagnata dalle installazioni video a cura di Studio Azzurro, dedicate a una ricostruzione visiva della storia che ha portato in Italia alla chiusura dei manicomi.

*Il 2 settembre, in occasione dell’incontro CRITICA DELLE ISTITUZIONI, dedicato alla creazione partecipata di una cartografia dell’uso della contenzione e delle buone pratiche tra centri d’accoglienza, SPDC, Rems, ospiziecase di cura, verrà proiettato in anteprima italiana, sempre alla presenza del regista, “12 Jours” l’ultimo film documentario di Raymond Depardon presentato a Cannes nel 2017, dedicato ai servizi psichiatrici in Francia.

I due incontri e le due proiezioni di Raymond Depardon sono realizzati in collaborazione con Le Giornate Degli Autori.

All’ombra dei fenomenologi radicali: Slavich e Basaglia

Franco Basaglia dopo tredici anni di limbo universitario a Padova, è pronto per la discesa agli inferi. “Troppo anarchico” secondo Pier Aldo Rovatti per dirigere il manicomio di Bologna, più prestigioso, certo, ma lui è troppo “fuori dalle righe”, inviso al partito comunista. E’ il 1961, quando mette piede in un manicomio collocato al limite del mondo occidentale, a Gorizia. Inizia così la sua anti-carriera. La sua carriera da apolide. Da esule.

Peppe Dell’Acqua mi ha dato l’opportunità di leggere il racconto goriziano di Antonio Slavich quando non era ancora All’ombra dei ciliegi giapponesi edito Alpha beta verlag nel 2018. Era, mi pare, la fine del 2015 quando mi chiese di farne un primo editing. Impossibile rifiutare la prospettiva di un viaggio nel tempo, seppure mediato da un manoscritto non definitivo, essere con loro due, sapere come Slavich ha vissuto quegli anni insieme a Basaglia. Soprattutto se, negli anni della disillusione, ti sei reso conto di essere vittima di una metamorfosi kafkiana, di essere un Gregor Samsa svegliatosi un giorno, di soprassalto, con la consapevolezza di non essere (mai stato) specialista di salute mentale, ma specialista di soggetti anormali e pericolosi, specialista di devianti, incaricato di controllare gestire custodire la devianza. Per uno che ha rimpianto di non aver avuto vent’anni nei Settanta, essere lì, quando questa rivoluzione accadeva, è un dono. Avevo da poco letto Il regno, in cui Carrère narra di Luca il medico, che narra le gesta di un Cristo che non ha mai conosciuto, fa una narrazione di seconda mano, a partire dal punto di vista di chi davvero l’ha visto in azione. Quando ho iniziando col manoscritto di Slavich, e ho provato a renderlo solo un po’ più fluido (alleggerire la prosa di Slavich) ho avuto l’impressione di essere diventato un po’ l’evangelista Luca che immagina com’è, essere con Cristo a miracolare.

Perché Basaglia è stato una specie di Cristo, a modo suo, e ha fatto qualche miracolo, chiudere un manicomio e poi tutti i manicomi d’Italia, dopo due secoli dalla loro invenzione, dopo che questi luoghi hanno colonizzato il mondo intero creando un’apparentemente inscalfibile macchina dell’internamento, non lo potete negare: se non vogliamo definirlo rivoluzione perché vi spaventa questa parola allora diciamo che è stato una specie di miracolo. Poi, fatto il miracolo, Basaglia l’eroe, come Cristo, muore. Ucciso da un’impresa durata vent’anni. E è rimasto il suo primo sodale, Antonio Slavich, che si è messo buono a raccontarci com’è andata questa storia. Prima a scrivere e poi, per stanchezza, a dettare al figlio.

“Nessun ruolo ebbe il caso, nell’incontro con Franco Basaglia”, così inizia. Conosce Basaglia all’università di Padova, e dal 59 al 68 si daranno sempre del lei, Slavich e Basaglia sembrano Sancho Panza e Chisciotte dalla trista figura.

“Gradualmente, ma con frenesia e a dispetto di ogni prudenza da parte nostra, l’ospedale di Gorizia doveva subire una profonda mutazione, non certo per passare alla storia, ma anche solo per diventare appena vivibile, per i malati e per noi, a cominciare da Basaglia, perché potessimo trovare un provvisorio significato al nostro lavoro di psichiatri, messo in crisi nelle nostre certezze accademiche da quel bagno di realtà”.

Appena si procura a rate una 500 usata Slavich trova più sensato fare i suoi colloqui pomeridiani altrove, anziché in reparto, invitando i pazienti del reparto C (che su un’automobile non erano più saliti dal giorno in cui erano stati caricati sull’autoambulanza, decenni prima), specie i più silenziosi, a fare una passeggiata nella colonia agricola. Fra quei corpi grigi e in apparenza stuporosi la notizia si diffonde all’istante e molti gli domandano, timidamente, al mattino, di esserne anche loro beneficiari nel pomeriggio.

Più avanti Slavich racconta come reagiscono, internati e infermieri, al primo tentativo di aprire le porte:

“Slavich, consultato Basaglia e avutone il consenso, informò gli infermieri della sua intenzione di aprire il portone di grata arrugginita del cortile. Qui oziava quasi tutta la centuria dei silenziosi cronici, chi seduto o sdraiato per terra, chi immobile per ore in piedi, chi invece ambulante su e giù, su e giù all’infinito lungo il lato lungo del cortile. Slavich si era appostato su una delle panchine vuote all’esterno del cortile, da cui godeva di un’ampia panoramica sul portone spalancato ben vigile, pronto a scattare per ogni evenienza pericolosa. Gli infermieri, oziando pigramente al sole in perfetta consonanza coi loro sottoposti internati, osservavano la scena con un misto di curiosità e ironia. Qualcosa, in effetti, accadde e, a ripensarci, fu davvero istruttiva. Meno di un minuto, e il primo che passò davanti al portone spalancato lo richiuse, con un gesto quasi meccanico, una spinta gentile e silenziosa che fece scattare la serratura (non erano previste maniglie). Con la sua chiave universale Slavich riaprì subito il battente, ma un attimo dopo fu richiuso ancora, da un altro. Due o tre tentativi, non di più: Slavich rientrò, richiudendo lui stesso il cancello alle sue spalle, e si avviò a fronteggiare gli infermieri per discutere con loro su quanto era avvenuto – in sostanza, per rendere conto del fallimento della sua iniziativa”.

“I pochi infermieri erano persone mature che ne avevano viste di tutti i colori, e ascoltavano curiosi, senza ostilità, quanto il nuovo dottorino cercava di spiegar loro, ovvero che certi ammalati, rinchiusi da molto tempo, contraevano facilmente l’abitudine, per esempio, di star chiusi in sé stessi e camminare avanti e indietro in silenzio: perciò la porta aperta li disturbava; ma insistendo nel tenere aperto si sarebbe fatto loro soltanto del bene. Ma il caporeparto, gonfio d’odio ideologico, verso Basaglia e verso chiunque pretendesse di cambiare il mondo, ebbe occasione di esprimersi: Sono loro che vogliono star chiusi, così si sentono protetti. La stessa cosa succede con le cinghie e le camicie di forza: sono loro che chiedono di essere legati, sennò diventano furiosi, e poi di chi è la responsabilità? Mia, no di certo!”

Leggo questa parte del manoscritto e ripenso ai miei anni trascorsi in questo secolo Ventuno, io che negli ultimi quindici anni ho lavorato – sempre – in SPDC restraint, io che volevo, intorno al 2008, quando ebbi la consapevolezza della metamorfosi in cui ero caduto, perfino smettere con questo mestiere e darmi alla narrativa, lasciare la carne per la carta, in quegli anni ho provato a scordare il mestiere assurdo che avevo scelto o che mi era capitato e mi sono messo a scrivere romanzi, assolutamente impubblicabili, tanto erano carichi di rabbia. Scrivere per non pensare alle porte chiuse all’impasticcare al legare. Non immaginavo che non era mio destino fare il romanziere ma che avrei dovuto prima narrare i crimini di pace della psichiatria di questi anni in cui ero stato gettato. Eravamo fermi o ritornati agli anni Sessanta, maledizione. Gli infermieri dei posti in cui lavoravo mi dicevano le stesse cose (di cui scriveva Slavich) quando slegavo o li istigavo a non legare: sono loro che chiedono di essere legati, mi dicevano, e non lo sapevano (e io non lo sapevo) che eravamo replicanti di una storia già vissuta, di gesti già compiuti, di parole già dette. Era la storia che, ritornando una seconda volta, volgeva in farsa.

Dicevo: Basaglia arriva il 16 novembre del 1961 in questo manicomio ai confini del mondo occidentale, posto proprio lungo la cortina di ferro. Trappolate seicento anime. Con sé ha il bagaglio culturale della fenomenologia che fa di lui el filosofo, come lo chiama sprezzante il cattedratico padovano Giovanni Battista Belloni, un vecchio arnese che, appunto per questa bizzarra peculiarità, esclude Basaglia dalla carriera universitaria.

Ma che tipo di fenomenologo è Basaglia? Che fenomenologi sono Basaglia e Slavich? Ecco, parliamo un po’ di questa fenomenologia, che per colpa dei fenomenologi – i più superbi sulla piazza, peggio se possibile degli psicanalisti – da qualche tempo non ho più in grande stima. Dovrei, per rendere l’idea di cosa è ‘sta sfaccima di fenomenologia, riportare ciò che scrive Alberto Fragomeni. Chi è Alberto Fragomeni? Alberto Fragomeni è uno che scrive e che pensa che non gli va di essere il paziente che scrive di se stesso che è o è stato un paziente, si deve insomma essere rotto le palle di fare lo scrittore psichiatrizzato, se non che Peppe Dell’Acqua gli chiede, proprio per il glossario di questo libro che sto recensendo – recensione?, non trovo altra definizione, in realtà non è una recensione, dato che io non sono in grado di fare una recensione, e poi, di una cosa che ho contribuito io stesso a scrivere, figurarsi, che recensione autoreferenziale, no no, non se ne parla – di definire la voce fenomenologia, e Alberto Fragomeni giustamente non ne ha voglia, anche perchè è una cosa complicatissima dire che cos’è la fenomenologia, pure Vanesa Roghi che di mestiere fa la storica mi chiese mesi fa di spiegarle cosa intendo per fenomenologo radicale, ma io mica lo so cos’è un fenomenologo radicale, figurarsi un fenomenologo e basta, dunque bene ha fatto Alberto Fragomeni a rispondere picche a Peppe Dell’Acqua, non scrivo la voce fenomenologia in questo glossario, gli ha detto, però ti dico cos’è la fenomenologia, secondo me. E sapete come se n’è uscito, il genio di Alberto Fragomeni? Si è immaginato – che ridere – l’incontro tra Husserl e Jaspers, a Napoli, dove questi parlano in napoletano, Jaspers (l’allievo) rincorre Husserl (il maestro) nei corridoi dell’università:

Mastro Ussérl, Mastro Ussérl!

Ué uagliò, che tieni?

Facitim nu piacer’, maestr’: tenit cinq minut ‘e tiemp p’ mi fa capì stu fatt ‘ra fenomenologgia, ch’ stong nu poc’ confus’…?

Carlett’, mannegg’ a capa toja! Statt’ calm, che non fa nient se n’a capisc, a fenomenologgia, che è ‘na cosa tropp gross’ pe’ te, ch’a stai già facend’ bbuona. Jamm bell’, jamm! ‘Na tazzulella ‘e cafè a vuoi?

Ecco, se la fenomenologia non l’avete capita adesso, significa che non siete portati per la materia.

Comunque, ricusato Jaspers, che separa il comprensibile dall’incomprensibile, dove l’incomprensibile è di matrice organica per cui non curabile (un altro modo per rinunciare alla cura), Basaglia ha con sé, nel prontuario degli attrezzi fenomenologici, altri campioni, più affidabili. Ha Edmund Husserl. E l’opportunità socratica di fare epoché, sospendere il giudizio. Socrate è colui che non sa. E la fenomenologia, scrive Rovatti, è “una specie di eredità socratica”. Ha la daseinsanalyse di Binswanger, l’analisi dell’esserci con cui ha imparato a considerare la persona schizofrenica pari a quella non schizofrenica. Quando pronuncerà, anni dopo, quando la rivoluzione è fatta e si trova in Brasile per cercare qualcos’altro da se stesso e dalla vita e non lo sa che tra poco morirà, la nota frase: “Non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”, è Binswanger, che evoca. Un Biswanger che non è più Biswanger, perché Basaglia è passato oltre. Soprattutto però ha la lezione di Minkowski. La preziosa nozione di intuizione, di matrice bergsoniana, con cui superare il piano dell’immedesimazione, e puntare al bersaglio grosso dell’essenza di un individuo. Il metodo di Minkowski, quanto a trattamento psicoterapico, è decisamente più proficuo dell’indagine psicanalitica, ossessionata dalla risoluzione del conflitto inconscio. Ed è un metodo che Basaglia porta laggiù, nell’inferno del manicomio, tra i miserabili. Avete per caso sentito dire di uno psicanalista dico uno – uno soltanto eh! – che abbia portato la sua psicanalisi in manicomio? Non parlo ovviamente degli psicanalisti alla Félix Guattari, che a La Borde a Cour-Cheverny non metteva in discussione il manicomio, ma utilizzava la psicanalisi per avallarne la persistenza (il manicomio francese era/è un manicomio malato che si è curato, che è guarito, perciò non è necessario che muoia).

La fenomenologia, farsi fenomenologo, diventare il filosofo, è stato il modo per rompere con l’università, e subire l’onta della retrocessione dalla seria A dell’accademia alla serie B del manicomio. Ma il manicomio diventa un’opportunità, e cavalcare questa opportunità significa provare a rompere, anche, soprattutto, la macchina del manicomio.

L’arrivo a Gorizia, l’impatto con il caposala che gli chiede di firmare il registro dei legamenti, il primo no di una lunga serie – e mi non firmo, risponde al caposala – la puzza di urina e di merda che gli ricorda quella del carcere che l’ha visto detenuto per circa sei mesi, la scoperta che il manicomio è pieno di miserabili, che chi ha non ci finisce in manicomio, solo chi non ha approda in questo luogo. Il luogo dell’esclusione sociale. I vomitati dalla società, direbbe Claude Lévi-Strauss. I dannati della terra, secondo l’altro psichiatra inquieto, Franz Fanon.

In un luogo dove la violenza è così radicale, a cosa serve l’epoché? A cosa serve la cultura fenomenologica se si fa alibi per un diverso comunque inesorabile abbandono dell’internato al proprio destino di esclusione? Il fenomenologo scrittore estetico alla Mario Tobino?, o il fenomenologo descritto da Slavich nel suo manoscritto goriziano?, o il fenomenologo-da-setting-pulito che ancora esiste e insiste in questi nostri anni? E’ il fenomenologo che non si contamina che viene ripudiato da Basaglia.

Ancora Slavich, a questo proposito:

Nessuno di noi ha mai potuto (né voluto) rinunciare alla percezione fenomenologica del mondo che ci circondava. Solo che dal 64-65 in poi, semplicemente, non se ne parlò e non se ne scrisse più, anche perché non sentivamo il bisogno, quando si trattava di descrivere le cose nuove che ritenevamo più utili, di iniziare pateticamente con un Già Husserl e Binswanger – e ricadere così nel ridicolo di tante pubblicazioni accademiche dell’epoca, che dovevano iniziare con un Già Kraepelin affermava. Sparirono, dunque, dai nostri scritti i trattini, tipo essere-nel-mondo. In compenso, nel mondo ci stavamo entrando davvero, fuori dalle cliniche e dalle ontologie, prima dentro il manicomio (che anche quello era mondo, purtroppo) e poi, dal decennio successivo, contestualmente dentro e fuori, nel territorio. Non si trattava di superare o negare dentro di noi alcun pensiero o magistero: si trattava di arricchire, allargare, integrare altri saperi e punti di vista, purché servissero in quella fase al nostro lavoro. D’altronde, cosa facevano allora i pochi fenomenologi italiani? È pur vero che gli psichiatri italiani sono fenomenologi che a volte hanno dimenticato di esserlo, come affermano Colucci e Di Vittorio, ma ancor più vera è la formulazione opposta: che i fenomenologi italiani, in psichiatria, sono fenomenologi che quasi sempre hanno dimenticato di essere psichiatri.

Il capostipite in Italia, Danilo Carniello (a Brescia), Bruno Callieri (a Guidonia), Luigi Frighi (nella clinica psichiatrica di Roma), Adolfo Bovi (a Ferrara), Ferdinando Barison (a Padova) erano tutti direttori o primari di manicomio, e il mondo lo vedevano attraverso le finestre dei loro studi, prospicienti i cortili luridi affollati di manichini grigi e striscianti. Ma non si erano mai ribellati al loro ruolo, avevano sempre trovato questi luoghi naturali, perché esistenti di fatto, e i loro malati jaspersianamente incomprensibili, tranne qualche caso da descrivere à la Binswanger. E quando il clamore diventava eccessivo chiudevano la finestra e si prendevano il capo fra le mani a coprire pensosi le orecchie, chiusi sulle sudate carte piene di trattini, chiusi nel loro dasein disumano, senza ex-sistenza e senza tempo. Spiace anche a chi scrive questa invettiva, feroce ma ormai innocua […] Il fatto è che la superiorità morale dei fenomenologi rispetto agli psichiatri normali non risiedeva nella purezza delle idee, ma nella credibilità delle pratiche che ne conseguivano, quelle possibili innanzitutto, ma anche quelle impossibili fino a prova contraria”.

Ecco il caratterino di Antonio Slavich. Avrei voluto essere lì, a Gorizia, quando litigavano, questi due.

Chiaro che, l’unico modo per continuare a essere fenomenologo – in manicomio – senza fare la patetica fine di quelli sopra descritti, è farsi fenomenologo radicale. Chi è il fenomenologo radicale? E’ colui che esercita nei luoghi dell’esclusione più radicale. In manicomio, se no dove? E lì, radicalmente, non osserva descrive comprende e accondiscende. Ma contesta. E, soprattutto, agisce per cambiare lo status quo. Allora, come si esplicita il radicalismo fenomenologico, e in definitiva terapeutico, di Basaglia a Gorizia? Per cominciare attraverso la trasformazione dell’epoché husserliana in: mettere la malattia mentale tra parentesi. Dove gli stolti o in malafede hanno trovato in quest’affermazione l’unico appiglio per definire Basaglia un antipsichiatra che nega l’esistenza del disturbo psichico. Quando mai. Niente di più falso. L’antipsichiatria è per Basaglia un bambino mai nato. Agli stupidi che lo contestavano dicendo che il folle era in realtà un rivoluzionario lui rispondeva che la parola rivoluzione, così come la parola vita, sono parole molto serie. Non le si può sciupare così. In realtà significa: finché osserveremo il folle dentro l’artefatto del manicomio, dentro questo contenitore, non potremo mai comprendere cos’è questa sua follia, mettiamola tra parentesi dunque, ne parleremo dopo, quando questi contenitori li avremo aboliti. Epoché dunque esercitata all’interno del manicomio significa sospensione del manicomio stesso. Significa portare alle estreme conseguenze il metodo minkowskiano di farsi vuoto e non pieno del proprio sapere di fronte al malato.

In che modo Basaglia porta la democrazia nel manicomio di Gorizia? In che modo nel manicomio di Gorizia il direttore diventa il malato? In che modo Gorizia diventa un manicomio dorato ma pur sempre un manicomio che non muore e alla fine degli anni Sessanta Basaglia va via? Perché avviene la diaspora dei goriziani? Perché vanno a gestire altri manicomi in Italia, per deflagrare altri manicomi, perché non bastava agire in uno soltanto ma bisognava fare una dieci cento Gorizia?

Be’, non posso dire tutto in questa non-recensione. Posso solo giurare che è una storia esaltante, questo sì. E istigarvi a leggere, questa estate, sotto l’ombrellone o sopra un dirupo, non gialli non noir non polizieschi non narrativa leggera o buoni saggi insomma ma il libro postumo di Antonio Slavich, e dopo di questo perfino Le conferenze brasiliane.

 

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