Focus / Sismografie

Esserci a Paganica (L’Aquila), II anno d.T.

di Fabio Carnelli

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Processione di San Giovanni Paganica, 25 giugno 2011

«Non c’è paganichese fuori da Paganica» e «Qua deve diventare parte di Paganica» [1], mi dice un membro della giunta comunale dell’Aquila indicandomi a braccia spalancate Paganica 2 [2], una delle diciannove New Town costruite attorno all’Aquila dalla Protezione Civile dopo il sisma del 6 Aprile 2009; siamo davanti alla “Tendamica”, in mezzo a un’area verde delle 29 piastre del Progetto C.A.S.E. ad una cena organizzata da alcuni abitanti dei M.A.P. di Paganica, una sorta di “villaggio di casette di legno per single” 2 nato il 5 Luglio 2010 a pochi passi dalle “casette di Berlusconi” [3].

Emerge fin da subito come nel cratere aquilano sia problematico fare mente locale, riuscire ad afferrare dove siamo e cosa abbiamo intorno, ridefinire –e ridefinire nominando– il proprio esserci in quel luogo, di fronte ad una rivoluzione di senso che, attraverso l’abitare, sta cambiando anche la Storia e la Vita delle persone.

Prima del sisma qui eravamo in piena campagna a Paganica, nella frazione più popolosa dell’Aquila, 7000 abitanti, 7 km ad est della città capoluogo, sulla strada che prima di arrivare al Gran Sasso scorre in mezzo al paese e sfiora con una curva la Piazza, da cui si inerpicano vie, vicoli e rue che salgono al rione Colle; un centro storico fatto prevalentemente di case in pietra spesso costruite “arraiutasse” [4], immerse in un vicinato-famiglia fatto di case, cantine, stalle e pagliai divisi fra famigliari e parenti consanguinei e affini, fra vicoli, muretti, panchine e scalette, luoghi così impregnati di pratiche da avere dei nomi, una toponomastica popolare legata ai soprannomi delle famiglie, con la quale nominare, vivendoli e storicizzandoli, case, portoni, fonti e interi rioni.

Attorno, dalla fine degli anni ’70, come in buona parte d’Italia, un progressivo costruire di case (a blocchetti o in cemento armato, da uno a tre piani) per ogni nuova famiglia, che, riuscendo ad accumulare del capitale economico grazie al regolare stipendio mensile, abbandonava la casa paterna per fondarne un’altra, mantenendo però spesso un forte legame con il centro storico e riproponendo talvolta le stesse dinamiche del rione [5] che lasciava; recentemente, da una decina d’anni a questa parte, il centro storico veniva popolato anche da migranti macedoni e, da qualche anno, da una sorta di riflusso di cittadini paganichesi, spinti a tornare nelle case paterne anche a causa dell’attuale crisi economica.

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Piazzetta del rione Colle Paganica-Zona Rossa, settembre 2011

Oggi, a ormai due anni e mezzo dal terremoto, il centro è per buona parte “Zona Rossa”, inagibile e chiuso da transenne che nascondono alla vista macerie ancora da rimuovere, crolli, crepe e oggetti diventati testimoni involontari di una cesura storica, come i panni del 5 Aprile ancora stesi o le luminarie di una Pasqua mai celebrata, mentre l’erba ormai alta due metri si sta riprendendo quello che a molti è stato tolto; in realtà, esiste un continuo e invisibile movimento di transenne, e di persone che entrano ed escono dalle loro case, si prendono e riprendono i propri oggetti, controllano lo stato delle loro case, innaffiano i fiori o danno una pulita davanti alla propria porta, si siedono sulle scalette davanti casa, soli, come in attesa. Nonostante questa presenza e la messa in sicurezza di una parte dei rioni Piazza e Colle, camminando per i vicoli agibili e non, si prova la sensazione di “entrare a casa di qualcun altro”, di invadere uno spazio “espropriato”, come si legge negli occhi delle poche famiglie che sono tornate, in uno stato di perenne allerta ad ogni passo o rumore che rompa il silenzio che domina, come se la Zona Rossa si fosse estesa anche ai corpi di chi ancora ci vive.

La stessa sensazione [6] si respira addentrandosi a Paganica 2 e a Paganica Sud, fra le varie piastre disposte a mo’ di corti, i cui vuoti sono stati riempiti da aree verdi con panchine, giochi per bambini, un campetto da calcetto e la “Tendamica”, dove si incontrano perlopiù bambini intenti a giocare e qualche anziano seduto sulle panchine, mentre la maggior parte dei residenti arrivano in auto, posteggiano sotto la propria piastra e rientrano a casa; qualcuno ne parla come di “loculi”, “ripostigli”o di “scenografie”, dove “si campa”, qualcun altro è soddisfatto di questa nuova casa [7], confortevole e provvista di ogni arredo (lenzuola comprese): «io penso che in nessuna parte dove hanno avuto il terremoto sono stati trattati così eh, no no, lì per lì hanno fatto i campi con le tende, ma le tende erano tutte nuove, incartate, i letti incartati, nuovi, da mangiare lo facevano loro e si mangiava bene… poi in albergo non le dico, secondo l’albergo, certo, noi siamo capitati bene, no, non siamo trattati male, poi hanno fatto subito di corsa ’ste case, lavoravano anche la notte, con la pioggia, col gelo, con la neve, lavoravano pure la notte…e sì, per la casa mi trovo bene, sì, per la casa sì, è solo lontana per fare la spesa, per andare a messa, quello pure», afferma Rita, una signora sui 60 anni che vive a Paganica 2.

Per buona parte dei residenti delle C.A.S.E., la lontananza dal centro e la dispersione di parenti e amici – oltre allo spazio ridotto dell’appartamento – sembrano essere i principali problemi, nonostante l’assegnazione sia avvenuta dopo un censimento dei fabbisogni abitativi e nonostante i “criteri prioritari di localizzazione” per l’assegnazione degli alloggi siano stati «la prossimità con i luoghi di provenienza» e «la creazione di una continuità e integrazione con i centri abitati» [8]; a ben vedere, Paganica 2, per esempio, sorge a 1,5 km dalla Piazza, accanto ai M.A.P., che legano la New Town al paese.

La distanza dal paese, oltre che fisica, sembra essere una distanza socio-culturale, legata alla ricomposizione forzata e arbitraria di spazi, soggetti, case e relazioni e alla modalità con cui è stata decisa e costruita; per esempio, la scelta di costruire “condomini”, assegnati senza rispettare appartenenze [9] e relazioni, espropriando terreni agricoli non edificabili e costruendo un numero maggiore di alloggi di quanto fosse necessario per la frazione (“per metterci aquilani, per giunta”) ha creato da una parte, una sorta di “spaesamento” [10], dall’altra la percezione di essere, come sempre, sfruttati e assediati dal comune dell’Aquila [11], pur non essendo il Comune l’unico responsabile della scelta.

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Progetto C.A.S.E. Paganica, 2 aprile 2011

Tutti sanno dove le persone sono state dislocate ma tutti si lamentano di non saperlo [12]: allo stato attuale sembra non si stia ricostruendo quella quotidianità che si è persa con il terremoto [13], quell’habitus depositato in una storia condivisa legato all’abitare la propria casa, il proprio luogo, la densità delle proprie relazioni, il proprio Sé: tutto si è improvvisamente interrotto; e questo non solo a causa del terremoto: sembra che la prima ricostruzione nella storia dei terremoti italiani affidata alla Protezione Civile, insieme ad un’enorme macchina burocratica commissariale che ancora legifera in uno stato d’emergenza permanente che vige tuttora, stia realmente modificando l’orizzonte locale di senso e il proprio esserci come soggetti dei paganichesi e degli aquilani del cratere.

Le dinamiche in gioco sono molte e molto complesse: per comprenderle ed “esserci” a Paganica, come in tutto il cratere aquilano, occorre fare un’analisi approfondita di quello che è successo e sta avvenendo, riflettendo da una parte sugli aspetti peculiari dell’abitare e sui percorsi delle persone dal terremoto ad oggi, dall’altra sulle dinamiche politiche di gestione dell’emergenza e della ricostruzione e sulle strategie con le quali i vari soggetti hanno ripensato al proprio esserci nel mondo e al proprio esserci come cittadini, privati dal 6 aprile di una propria casa e allo stesso tempo del proprio spazio di Vita e di cittadinanza.

Proprio ora, quando le abitudini si stanno normalizzando e i primi effetti del “modello l’Aquila” si possono toccare sui corpi e sulla vite, è compito anche nostro rimanerci all’Aquila o andarci – se non l’abbiamo ancora fatto – non abbandonarla alla fisiologica rimozione che colpisce le catastrofi del nostro Paese, accettando il paradossale invito dell’allora capo della Protezione Civile, che letto ad oltre un anno di distanza suona emblematico: «Oltre ai tanti tour promossi tra le macerie che non dovrebbero più essere lì ad attendere i visitatori e la loro indignazione, mi piacerebbe che qualcuno pensasse a proporre un tour per vedere con i propri occhi le piastre antisismiche e le costruzioni del Progetto C.A.S.E. […] si potrebbe scoprire che il Progetto C.A.S.E. ha lasciato all’Aquila, in pochi mesi, abitazioni comparabili a quelle degli altri italiani, che hanno problemi di manutenzione e di buon funzionamento di qualche apparecchio e qualche macchinario, che possono dare il gusto di tornare a casa, sia pure per qualche anno e non per sempre, che qualche volta riservano la non cercata emozione di qualche rottura, che non danno però mai il senso di essere accatastati alla rinfusa in una provvisorietà spinta, dura da vivere e condividere. Si potrebbe scoprire che non sta scritto che un terremotato debba vivere in condizioni di precarietà, per continuare a desiderare e a sognare la ricostruzione della sua casa, della sua città. Anche questo, a mio avviso, potrà essere un segno che la ricostruzione è cominciata davvero. Lo aspetto» [14].

Note

 


[1] Conversazione privata avvenuta il 20/9/2011.

[2] Al 21 settembre 2011, secondo la Struttura di Gestione dell’Emergenza, la popolazione assistita è pari a circa 35.000 persone: 12.215 persone sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione, 13.328 persone sono alloggiate nel Progetto C.A.S.E., 7.118 nei M.A.P., 1847 in affitto e altre strutture comunali, 627 in strutture ricettive (105 fuori provincia) e 168 nelle caserme a L’Aquila. Qualche nota per orientarsi nel nuovo lessico aquilano:

  • I C.A.S.E. sono i Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili: 4449 alloggi per 185 palazzine prefabbricate in legno, cemento, ferro e cartongesso, appoggiate su altrettante piastre antisismiche, pensate per ospitare in comodato d’uso 15.000 persone, come da art. 2 del decreto n. 39 del 28 aprile 2009 e successivi decreti e ordinanze.
  • I M.A.P. sono i Moduli abitativi provvisori: casette di legno ad uno o due piani, inizialmente non previste per il territorio comunale dell’Aquila, progettate in parte dal genio militare. I M.A.P. di Paganica sono stati previsti dal decreto n. 28 del 17/9/2010; al momento, proprio a Paganica, stanno completando gli ultimi M.A.P.
  • La Tendamica è invece una tensostruttura richiesta dalla Parrocchia alla Protezione Civile e montata a Paganica 2 alla fine della primavera 2011; attualmente è gestita da un comitato di cittadini del Progetto C.A.S.E. presieduto dal parroco di Paganica e utilizzata come luogo di socializzazione per bambini, cene e assemblee, nonché per la messa.

[3] Espressione con la quale molti paganichesi chiamano le palazzine del progetto C.A.S.E. L’espressione sembra essere usata, secondo le opinioni politiche e personali, sia per lodare l’operato del Governo sia per sminuirlo: nel primo caso si loda l’intervento della Protezione Civile personalizzandolo nella figura del Presidente del Consiglio, secondo un meccanismo ormai consolidato del fare – e subire – politica degli ultimi vent’anni; nel secondo caso si sottolinea la propria estraneità alla casa, la propria volontà di non appaesarsi nell’appartamento assegnato. In entrambi casi per gli abitanti sembra necessario usare una parafrasi per riferirsi alle C.A.S.E., forse per reagire a quell’occupazione del campo semantico della parola “casa” per cui l’acronimo C.A.S.E. sembra essere stato creato, come è evidente nell’operazione mediatica e virale “dalle tende alle case”, di cui il governo si è servito per imporre la propria scelta di gestione della seconda fase dell’emergenza. Cfr. A. Puliafito Protezione Civile SPA, Yahoopolis, 2009; F. Erbani Il disastro, Laterza, 2010; A. Ciccozzi Catastrofe e C.A.S.E. in AAVV, Il terremoto dell’Aquila. Analisi e riflessioni sull’emergenza, a cura dell’Osservatorio sul terremoto dell’Università dell’Aquila, 2011.

[4] A Paganica ci sono testimonianze sull’uso di questa pratica per la costruzione dell’intera casa fino agli anni ’80 e per la realizzazione o riparazione di parti della casa anche nei mesi successivi al terremoto; a tal proposito, relativamente a dei piccoli centri del Chietino, G. Perrucci scrive: “La costruzione della casa, nella società tradizionale, impegnava individui validi di ogni età e sesso e non solo gli appartenenti alla famiglia del proprietario, ma anche lontani parenti e amici…in queste occasioni la sola ricompensa consisteva nei pasti quotidiani forniti gratuitamente da chi riceveva l’aiuto” in Antropologia della casa, a cura di G. Castelli Gattinara, Carabba, 1981.

[5] Come ad esempio via S. Vincenzo, nata negli ’80 ai margini del rione S. Antonio, che, anche nel post-terremoto, ripropone un abitare che si potrebbe definire simile a quello del rione Colle.

[6] “Andare al Progetto C.A.S.E. sembra come entrare in casa di qualcun altro” dice Giovanni, un signore sui 60 anni che vive a Paganica Sud, l’altra New Town, costruita nel territorio di Paganica e formata da 4 piastre. Tutte le citazioni presenti sono parti di interviste avvenute a Paganica.

[7] Secondo la recente ricerca (l’iniziativa C.as.a) della prof. L. Calandra, il 29% degli abitanti di Paganica 2 rimarrebbero a vivere nel Progetto C.A.S.E.; i risultati della ricerca sono stati resi pubblici durante l’incontro “Laboratorio Città” tenutosi il 10 settembre all’Aquila.

[8] R. Turino (a cura di), L’Aquila, il Progetto C.A.S.E. Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili. Un progetto di ricostruzione unico al mondo che ha consentito di dare alloggio a 15.000 persone in soli nove mesi dal terremoto del 6 aprile, IUSS Press, 2010.

[9] È opinione comune a Paganica che “avrebbero potuto ricollocare le persone rispettando i rioni di provenienza”.

[10] Letteralmente, se consideriamo che il centro storico e la piazza non vengono più utilizzati e mancano quindi punti di riferimento fondamentali (nell’opinione degli abitanti) di quello che era il paese, di ciò che faceva Paganica un paese.

[11] “Paganica l’hanno tratta come una periferia, all’atto pratico l’hanno trattata come una periferia…come un po’ da sempre” mi dice Alessandro, un ragazzo sui 30 anni che vive a Paganica. Il fatto stesso che a Paganica sia presente l’unico deposito macerie di tutto il cratere – che a breve verrà fornito di opere di urbanizzazione secondaria, andando a consumare altro territorio- mentre le macerie di Paganica non sono state ancora rimosse, alimenta fortemente questa percezione di assedio.

[12] “Io non ci posso star più a Paganica, a me non me ne tiene più si sta’ a Paganica, non me ne tiene proprio più, non me ne tiene proprio più fisicamente, cioè anche perché non te pensa’, cioè, ci stanno amici miei che io non li vedo mai e che ne saccio perché? Chi sta a Paganica 2, chi sta…” mi dice sempre Alessandro.

[13] Se non in occasioni festive; l’estate 2011 a Paganica ha avuto tre settimane di feste organizzate da varie associazioni, tutte rigorosamente all’interno del paese. Importante è stata anche la riproposizione della Festa di S. Giovanni, organizzata spontaneamente da alcuni ragazzi proprio nel centro storico, ai margini della Zona Rossa.

[14] G. Bertolaso in R. Turino (a cura di), L’Aquila, il Progetto C.A.S.E., cit., Iuss Press, 2010.

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