Sismografie

Territorio e democrazia

Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano

All’Aquila, inizia oggi un seminario itinerante nei luoghi del cratere aquilano organizzato dalla Società Geografica Italiana.  Durante il seminario verrà  presentata la raccolta di saggi curata da Lina Calandra Territorio e democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (ed. L’Una).

 Il libro raccoglie una serie di contributi nati dall’esperienza di Laboratorio Città, una «proposta metodologica di comunicazione e partecipazione all’interfaccia fra scienza, politica e società», un’esperienza di ricerca-laboratorio tuttora in corso all’Aquila, volta a raccogliere quegli strumenti interdisciplinari indispensabili per agire e avviare dei processi di partecipazione nel doposisma aquilano.

Pubblichiamo di seguito degli estratti dal volume:

Il grande dolore che ha colpito il territorio aquilano con il terremoto del 6 aprile 2009, ha trovato immediatamente nel racconto scritto, fotografico e soprattutto televisivo una forma di “conforto” (nonché di “spettacolarizzazione”) più o meno efficace, veritiera, obiettiva a seconda dei narratori e dei protagonisti delle storie raccontate. Ma nel vasto panorama delle narrazioni del sisma aquilano, è mancato -salvo poche eccezioni- “un racconto del territorio” ed in particolare delle ripercussioni che le profonde linee di confine tracciate oggi su di esso hanno sui singoli e sulle comunità: linee che demarcano il prima e il dopo attraverso l’istituzione delle “zone rosse”; che delimitano, invertendoli, il “dentro” e il “fuori”; che drammaticamente fanno emergere i “vuoti” lasciati dal disfacimento del tessuto sociale; che istituiscono contesti di senso ancora privi di significati condivisi (p. 37).

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Quello che l’uomo-abitante vive è un doloroso senso di perdita e l’abitare prende la forma di un semplice “stare” in un posto al quale non si appartiene e lo “stare” implica che il luogo venga vissuto come pure localizzazione. Quello che si sviluppa è una sorta di “rigetto topico”, di rigetto per il luogo, che altera anche la percezione temporale: quando ci si limita a “stare in un posto”, la dimensione temporale che il soggetto vive è quella di un eterno presente perché quel posto non ricorda nessuna storia passata e perché in quel posto non si pensa di vincolare per il futuro la propria esistenza (poster 34-35).
La mancanza di passato comporta l’assenza di memoria e la mancanza di futuro, l’assenza di speranza» (p. 33).

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In questo tipo di atopia, per esempio, è possibile che quotidianamente un soggetto si allontani raramente da dove abita, ma viva il suo luogo di domicilio come altro da sé, come indifferente rispetto a sé perché i suoi luoghi familiari, di solidarietà, di prossimità, di identità, sono “altrove” (p. 33).

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Non si tratta solo di ricostruire la propria casa, ma di riformulare la problematica della ricostruzione a partire dai dove del proprio vissuto focalizzando l’attenzione sulla qualità dei legami che ognuno intrattiene con tali dove. È questo il dibattito che si ritiene necessario alimentare (p. 22).

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Quelle che si sono poste e si continuano a porre, oggi, sono le basi per future incapacità di governo del territorio da parte degli abitanti. L’Aquila, oggi, si caratterizza per una complessiva scarsa qualità dei luoghi della quotidianità, ossia luoghi che non sono più capaci di “farci sentire bene dove siamo”, di orientare il comportamento dei singoli e della collettività verso la socialità, il senso di appartenenza, l’attenzione per gli spazi pubblici (p. 21).

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È evidente che la geografia debba assumersi le sue responsabilità. Essa è chiamata in causa sia come disciplina che come dispositivo ermeneutico, a dispetto della svalutazione del suo sapere a livello istituzionale e nonostante lo scarto tra la crescente domanda sociale riguardo le problematiche territoriali, ambientali, paesistiche e l’assenza (o debole presenza) dei geografi nel dibattito pubblico e nei contesti decisionali. Rispetto ai temi della cittadinanza, dell’ingiustizia spaziale, della democrazia – in particolare in riferimento alle situazioni di emergenza e post emergenza – la geografia, oggi, in Italia è piuttosto carente sia come disciplina che come discorso nonostante non manchino certo le occasioni empiriche per testare/attestare la sua pertinenza scientifica, la legittimità sociale di categorie cognitive e di corpus teorici e metodologici.
Il sisma aquilano, appunto, rappresenta una di queste occasioni perché esso mette in luce come sia sempre più evidente nella vita reale delle persone il pressante bisogno di geografia (p.36).

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Quello che è successo e continua a succedere a L’Aquila certamente coinvolge discipline quali la sismologia, la geologia, l’ingegneria, l’architettura, l’urbanistica ma anche – e per aspetti fondativi della vita dei singoli e della collettività – le scienze sociali, la geografia. Per l’effetto drammatico che esso ha avuto di tracciare un confine tra il prima e il dopo sul piano sociale e territoriale, il terremoto potrebbe davvero rappresentare una preziosa occasione pre riflettere “geograficamente” sulla democrazia a partire dai suoi presupposti comunicativi, quelli che secondo J. Habermas sono, insieme ai diritti di partecipazione, alla base della formazione discorsiva e legittimante della volontà politica. È la perdita di capitale comunicativo che sviluppa e alimenta l’incapacità dei singoli e delle comunità di governare cognitivamente e praticamente il territorio e che, di riflesso, blocca la possibilità di riorientare i comportamenti verso l’interesse, la cura, la responsabilità per i propri contesti di vita. Il racconto geografico si propone come momento di (ri)attivazione di dinamiche comunicative, partecipative e quindi come momento di prassi democratica (p. 37).

Il focus è sulla qualità politica dell’abitare e la questione è quantomeno duplice: da una parte, capire quali sono le qualità dei luoghi e del territorio che sostanziano il funzionamento democratico e ciò, evidentemente, nella prospettiva di evidenziare forme di governance che consentano ai singoli di realizzarsi effettivamente come cittadini; dall’altra, capire come la qualità dei luoghi praticati e come il territorio in generale siano capaci di condizionare il comportamento politico dei singoli, compreso quello elettorale di voto d’opinione, voto comunitario, voto di appartenenza, voto di scambio (p. 45).

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Da una parte ci si chiede se e come l’identificazione territoriale sia indispensabile alla democrazia rappresentativa ma anche come lo spazio sia matrice attiva del comportamento politico, quali siano le conseguenze delle disuguaglianze spaziali e territoriali sul funzionamento democratico e, più specificatamente, sui comportamenti elettorali. Dall’altra parte, ci si interroga sul significato da attribuire alle crescenti rivendicazioni di democrazia locale, di partecipazione: si tratta del segno di un liberalismo economico ormai imperante, del risveglio della società civile, del resistere di comunitarismi locali o di gruppi di pressione? E ci si interroga, inoltre, su come i “localismi” possano diventare protagonisti, non tanto economici o sociali, quanto politici per acquisire rilevanza nella negoziazione di un nuovo contratto politico (p. 45).

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L’obiettivo di Laboratorio città è di fare dei territori aquilani un “laboratorio di democrazia” flessibile, aperto, in progress, che di volta in volta coglie o crea, a seconda delle situazioni, occasioni per porre pubblicamente temi e problemi a partire da analisi e studi del territorio; per realizzare con le istituzioni percorsi di partecipazione con obiettivi chiari e risultati attesi espliciti; per praticare forme e metodi di comunicazione tra abitanti, territori, istituzioni, amministratori, politici, esperti, ricercatori (p. 13).

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