Tra Mirandola e Baghdad: sismi, guerre e la tela di Penelope dell’umanitarismo (parte prima)

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Da sinistra: l’ambasciatore israeliano in Italia, il Ministro degli
Esteri israeliano Avigdor Lieberman e Walter Arbib.

“I miei valori e il mio desiderio di aiutare gli altri sono stati determinati da molti fattori, incluse le mie esperienze personali vissute dall’altro lato della tragedia. La mia sfortunata esperienza personale in Libia mi ha spinto ad aiutare gli altri. Per un certo verso, siamo sopravvissuti perché altri hanno fatto sacrifici e ci hanno dato l’opportunità di raggiungere il successo. […] Riparare il mondo sembra un compito travolgente. […] Aiutare gli altri è un’esperienza davvero gratificante”

(Il filantropo Walter Arbib nel suo discorso in occasione della consegna del Premio Umanitario del Comitato Umanitario Ebraico Canadese per il Soccorso)

Alcuni lanci di agenzie di stampa italiane e internazionali degli inizi dello scorso luglio riportavano la notizia di una visita – nel corso di un viaggio diplomatico in cui ha incontrato Mario Monti e il Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi – del Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman alle strutture colpite dal recente sisma emiliano, in particolare nel territorio del comune di Mirandola. Lieberman ha celebrato con la sua visita, insieme ai rappresentanti delle autorità locali italiane, la donazione di 50.000 euro da utilizzare a Mirandola per nuove strutture di sostegno ostetrico e neonatale. Ma il ministro-colono [1] non era solo nella sua scappatina di beneficienza a Mirandola. Insieme a lui, l’evento è stato celebrato da altri personaggi che hanno contribuito alla donazione per Mirandola: Moody Sandberg, presidente mondiale dell’Associazione ebraica Keren-Hayesod, e soprattutto il filantropo ebreo di origine libica Walter Arbib, presidente del gruppo Skylink, colosso internazionale dell’imprenditoria umanitaria contemporanea.

Cercando informazioni a proposito di questa visita, incuriosito dalla natura di questa connection della solidarietà che ha saldato le autorità locali italiane, le autorità israeliane e alcuni filantropi internazionali impegnati in molte altre situazioni di catastrofe (naturale e non), mi sono imbattuto in un lancio dell’Agenzia Iran Italia Radio , un gruppo di giornalisti e traduttori che affermano di lavorare per “contribuire all’avvicinamento tra l’Islam ed il cristianesimo nell’ambito della grande iniziativa promossa dal nostro paese circa il dialogo tra le civiltà come un mezzo efficace per realizzare l’unità, l’amicizia e la fratellanza tra i seguaci delle due religioni monoteistiche ed imparare a rispettarsi”. Il lancio di agenzia recitava: “Italia: Israele dona case ai terremotati di Mirandola ma loro insorgono, ’doni sporchi di sangue’”, riportando la presunta frustrazione di alcuni degli abitanti di Mirandola per il dono congiunto di Lieberman e dei filantropi che lo hanno accompagnato nella sua missione. Alcuni intervistati avrebbero reagito al dono dichiarando: “«Io le rifiuterei» (le casette ndr), «case da guerrafondai? Mai». Altri: «Che se le tengano». E ancora: «Le diano ai palestinesi che affamano e uccidono» o ancora: «Doni sporchi di sangue»”. Ho immediatamente preso contatto con un dirigente locale e terremotato emiliano di un sindacato impegnato nelle operazioni di ricostruzione e soccorso post-sisma per capire se si fosse di fronte a un accenno di rivolta contro la beneficienza umanitaria israeliana oppure se la maggior parte degli abitanti di Mirandola non avesse manifestato il proprio dissenso, o lo avesse espresso in altre forme. Il dirigente, in uno scambio di email, mi ha risposto: “Sulla modestissima donazione – dai prevalenti effetti mediatici – del governo israeliano e dei magnati americani, il mio/nostro punto di vista da terremotati è che sarebbe un regalo enfatizzare. 
Né enfatizzare l’entità dei 50.000 di valore materiale, né le “proteste” di cui si parla e che in realtà non si sono viste sul campo, credimi. 
Con quale argomento, in quella situazione piena di drammaticità, avremmo potuto respingere quell’offerta? 
Anzi, c’era chi diceva: se anziché due, avessero portato cento casette, Israele avrebbe meno soldi per guerreggiare e sostenere colonie illegali!”. Sapevo fin dal principio che non era questa la pista che mi interessava seguire, perché, per quanto politicamente rilevante ai fini del mio articolo, sarebbe complicato entrare in un processo di verifica di questi fatti. Restava invece intatto il quadro della connection a cui ho accennato poco sopra, insieme al mio interesse per la ricostruzione di una – per quanto sommaria e incompleta – cartografia di questa situazione umanitaria e per una sua comprensione e analisi nel quadro di un regime – più ampio, più globale – di connessioni, logiche, memorie, morali, legittimazioni storicistiche e pratiche degli interventi umanitari, sia quando essi si intrecciano con il tremore terrestre provocato dai terremoti, sia quando lo fanno con il tremore delle guerre umanitarie.

Infatti non mi interessa molto raccontare chi è Avigdor Lieberman (anche se poi sarò costretto a tornare su Israele), l’ex-buttafuori di discoteca di origine russa, ora Ministro degli Esteri con casa coloniale in Cisgiordania e incarico governativo a Tel Aviv, che guida un partito che chiede l’espulsione dei palestinesi da quel che resta della Palestina storica [2]. Piuttosto voglio concentrarmi sugli altri attori immortalati nelle fotografie di circostanza di Mirandola, anzi su uno in particolare: Walter Arbib e la sua azienda umanitaria, la Skylink. Arbib è un filantropo di origine ebraico-libica fuggito in Italia dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, dove, nel 2006, gli è stato riconosciuto il titolo di “Commendatore” per i suoi servizi alla Repubblica italiana, dove è membro della Fondazione Magna Carta e dove intrattiene importanti relazioni con le principali istituzioni e cariche statali nostrane. Recatosi in Canada dopo la fuga in Italia, Arbib ha fondato la Skylink Group of Companies, un “grappolo” di compagnie radicate su scala globale e con sedi sparse nel mondo che si occupa di logistica umanitaria: fondamentalmente la compagnia fornisce velivoli e carburante per “missioni in zone di guerra e in zone disastrate”. Skylink, da quanto si evince dal sito della compagnia, trasporta beni umanitari e di primo soccorso e gestisce la logistica e l’organizzazione dei trasporti aerei in zone colpite da catastrofi naturali e guerre umanitarie. La compagnia organizza anche aerei per vacanze e altri tipi di trasporto speciale, ma quello che è importante esplorare ai fini della nostra analisi è la storia e la geografia politica in cui questa compagnia ha operato e tuttora opera. Fondata nella metà degli anni ottanta [3], proprio quando il boom delle guerre, degli affari e delle politiche umanitarie era in piena fioritura su scala internazionale, Skylink ha incominciato a crescere con le guerre e gli interventi successivi alle catastrofi naturali in Angola, in ex-Jugoslavia, a Timor Est, in Ruanda, in Iraq, in Namibia, in Kenya, in India, in Afghanistan, in Sudan, in Turchia, in Indonesia, in Sri Lanka, ad Haiti, in Israele, a Gaza, in Italia. Tenere insieme – per ora – il livello delle catastrofi naturali e quello delle guerre umanitarie può apparire bizzarro, ma il mio obiettivo in questo articolo è sia di produrre un’analisi che colga questo intreccio, sia di snodare progressivamente il reticolo di interventi e gli assemblaggi istituzionali di questo attore dell’imprenditoria umanitaria contemporanea che in italiano potremmo tradurre “connettore del cielo” o “legame con il cielo”.

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Walter Arbib su uno degli elicotteri della Skylink e uno “scarico umanitario” della compagnia.

I piani da snodare e riarticolare insieme sono molteplici se si vuole realmente cogliere la natura di questo spaccato di ciò che potremmo definire ecologia dell’imprenditoria umanitaria contemporanea. In primo luogo occorre comprendere il doppio livello di azione umanitaria di Arbib e della sua Skylink: concentrarsi sulle caratteristiche e sul significato di un gruppo che investe sia nell’umanitarismo delle catastrofi naturali sia in quello delle guerre umanitarie degli ultimi decenni e della “guerra al terrore” post-undici settembre. Ciò significa analizzare le modalità con cui gli interventi in “zone disastrate” e “zone di guerra” viene concepito e legittimato da attori come Skylink: quali sono le legittimazioni politiche – o meglio le retoriche di legittimazione – di questi interventi e in che cosa si traducono realmente la filantropia e l’universalismo ufficiali dell’imprenditoria umanitaria? In secondo luogo occorre comprendere che cosa attori come Skylink fanno sul terreno, durante le loro operazioni di intervento. La mia riflessione è in grado di ricostruire la sovrapposizione tra sfera umanitaria e sfera ideologico/pratica degli interventi militari al fianco dei quali Skylink si è impegnata e investita per “prestare soccorso”. Infatti, se da un lato è importante comprendere la natura di ciò che un autore come Danilo Zolo ha definito “terrorismo umanitario” [4], dall’altro questo tipo di analisi vanno arricchite alla luce dell’abbondante letteratura sulle modalità con cui l’umanitarismo e la filantropia à la Arbib hanno contribuito a produrre e riprodurre il terrore a cui sono state sottoposte le popolazioni a cui organizzazioni come Skylink “prestano soccorso”. Ciò che invece la mia riflessione sarà in grado di fare in maniera meno esauriente – ma l’intento di questo articolo è proprio di aprire il campo di esplorazione ad esse connesso – è la comprensione del significato, delle logiche e della natura degli interventi di attori operativi negli scenari di guerra umanitaria quando essi estendono le proprie attività a terreni altrettanto problematici come quelli degli interventi post-catastrofe naturale o delle ricostruzioni post-terremoto, come nel caso del sisma emiliano. Cosa accade quando un gruppo che interviene insieme al governo americano, canadese, italiano e alle Nazioni Unite in scenari di guerra decide di migrare in zone colpite da terremoti e partecipare al primo soccorso e alla ricostruzione post-sismica? Se l’umanitarismo di guerra, come anche questo articolo mostrerà, si traduce molto spesso in una organicità con l’azione bellica, che cosa accade quando gli stessi attori umanitari si cimentano nel primo soccorso post-terremoto e nelle ricostruzioni? Se la prima forma di sovrapposizione tra logiche umanitarie e logiche della violenza produce un certo tipo di governo umanitario delle popolazioni vittime delle guerre contemporanee su scala globale, come possiamo definire il governo internazionale delle catastrofi naturali? Quali sono le sue caratteristiche? Che tipo di potere esprimono? Qui possiamo abbozzare, in relazione ai casi italiani che presenterò, solo un quadro preliminare di questo genere di configurazione del potere. Altre ricerche che posso avere ignorato o che sono tutte da fare possono o potranno illuminare, soprattutto in relazione al contesto e alle connection della solidarietà operative nelle recenti “zone disastrate” italiane, ma anche con una comparazione con altri centri di intervento umanitario, questo campo e questa direzione di ricerca.

Qui la seconda, terza e quarta parte del saggio.

Note

 


[1] Lieberman abita in una colonia della Cisgiordania e rappresenta una delle frange più radicali – il partito Israel Beitenu, “Israele casa nostra” – del governo di destra guidato dal Likud e da Benjamin Netanyahu.

[2] La Palestina prima della creazione dello Stato di Israele.

[3] Inizialmente la compagnia era nata come operatore turistico che organizzava viaggi in Egitto per gli israeliani dopo gli accordi di pace di Camp David.

[4] Danilo Zolo, Terrorismo umanitario, Diabasis, Reggio Emilia, 2009.

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