Politiche del contemporaneo

Sinistra: le difficoltà di capire la Siria

Il rischio di percepire in maniera distorta i conflitti che infiammano varie regioni del mondo, più o meno lontane dal cuore della Fortezza Europa, è un ostacolo che da sempre chi tenta di osservarli deve fronteggiare. 

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Edifici danneggiati nella zona assediata di Homs in Siria [Fonte: NBC News]

Inoltre, la difficoltà di decifrare le crisi odierne aumenta con il proliferare di fonti e punti di vista che, se da un lato contribuiscono a fornire un grande numero di dettagli utili, dall’altro non sempre sono verificabili e, conseguentemente, affidabili.

Di fronte all’aggravarsi della crisi siriana, una parte consistente della sinistra europea e non solo, formata perlopiù da giornalisti, attivisti e accademici è apparsa in netta difficoltà. Tale difficoltà è proprio riconducibile in parte all’applicazione di criteri di valutazione degli eventi elaborati durante la fase storica della contrapposizione tra blocco capitalista e Paesi socialisti.

A oggi permane una percezione che tende a considerare la Siria Ba‘atista della famiglia Assad come principale avversario regionale di Israele. Da ciò ne consegue che la Siria faccia parte a tutti gli effetti della resistenza contro l’imperialismo globale di cui, chiaramente, gli Stati Uniti rappresentano il principale fautore. In virtù di questo principio l’esplosione di proteste contro il regime siriano e la successiva comparsa di formazioni armate a esso contrapposte, prima ancora che la Siria si trasformasse in nuovo centro del jihad globale, sono state accolte con diffidenza da molti esponenti della sinistra europea.

Se è legittimo considerare le politiche statunitensi e israeliane come espressione di una volontà egemonica sul Vicino e Medio Oriente, dovrebbe essere altrettanto giustificato vedere dietro alle posizioni assunte da Russia e Iran ambizioni simili. Di certo la sinistra europea coglie anche l’esistenza di politiche imperialiste russe in vari scenari del mondo, tuttavia, emerge la tendenza a considerare l’egemonismo di Vladimir Putin in maniera qualitativamente diversa.

Inoltre, come sottolineato dal celebre scrittore e dissidente siriano Yassin al-Haj Saleh in un’intervista rilasciata al sito New Politics, la sinistra europea e occidentale tende a considerare solo le questioni di “alta politica”, solo l’interazione tra i vari attori regionali e internazionali ignorando invece le caratteristiche principali della società siriana, la struttura del regime al potere e la storia contemporanea del Paese.

In effetti, per sfatare il mito della resistenza siriana che trova maggiori argomenti nel contesto geopolitico regionale, è sufficiente guardare alle politiche del regime Assad nei confronti della questione palestinese, solitamente al centro dell’attenzione della sinistra occidentale, durante gli ultimi quarant’anni: l’invasione siriana del Libano nel 1976 e la cosiddetta “Guerra dei Campi” tra il 1985 e il 1987[1], esemplificano perfettamente la storica volontà siriana di sacrificare il paventato sostegno alla resistenza palestinese al fine di promuovere le proprie ambizioni regionali e priorità, un atteggiamento confermato tutt’oggi dal continuo assedio del campo profughi di Yarmouk, alla periferia di Damasco.

A riconferma di una percezione perlomeno asimmetrica di quanto avviene in Siria si può citare il caso dell’assedio alla città curda di Kobane, sul confine turco-siriano. La storia della strenua resistenza che le Unità di protezione del popolo (Ypg), braccio armato del Partito dell’unione democratica curdo (Pyd), hanno messo in campo contro l’avanzata delle forze dell’Isis nella cittadina di confine, ha suscitato la crescente attenzione di tutti i media europei alla quale hanno fatto seguito numerose iniziative di sostegno alla popolazione e ai combattenti curdi assediati.

Kobane, il Pyd, emanazione diretta del Pkk turco, e l’esperienza politica e amministrativa del Rojava, hanno finito per simboleggiare e incarnare una lotta partigiana che con le proprie istanze democratiche, egualitarie e finanche socialiste, si oppone all’oscurantismo religioso e al fascismo dell’Isis.

Ovviamente, nel sostegno della sinistra occidentale alla lotta di Kobane non c’è nulla di sbagliato. Nello scenario del conflitto siriano, le forze curde dovrebbero anzi ricevere un sostegno ben più consistente da chi si considera in guerra contro il jihadismo e da quattro anni a questa parte dichiara la propria opposizione al regime di Bashar al-Assad.

Nonostante ciò, l’asimmetria sopra citata si manifesta quando l’indignazione, la solidarietà e il sostegno dimostrati per Kobane non sono mai stati replicati dalla sinistra occidentale nei confronti di altri casi, altrettanto degni di attenzione.

La città di Homs ne è un chiaro esempio: tra il 2011 e il 2014 la cittadina sull’asse Damasco-Aleppo ha vissuto un terribile assedio attraverso il quale le forze governative e i loro alleati hanno cercato, e successivamente sono riuscite, ad avere la meglio sulle fazioni ribelli asserragliate in vari quartieri della città. Durante i tre anni di anni di assedio, la sinistra non è stata in grado di mobilitarsi per sostenere o attirare l’attenzione sulla città di Homs, o perlomeno sulla situazione della popolazione civile, diversamente da quanto accaduto con Kobane. Ciò è dovuto al fatto che Kobane rispetta, in una certa misura nei fatti e sicuramente a pieno nell’immaginario, i criteri che la sinistra occidentale “cerca” nell’approcciarsi alle questioni internazionali.

A Homs, le formazioni militari ribelli coinvolte erano, specialmente nelle prime fasi dell’assedio, riconducibili alla galassia dell’Esercito Siriano Libero (Esl), e quindi mostravano un assetto ideologico e organizzativo meno chiaro e decifrabile, di certo nettamente lontano da influenze socialiste. È questo sufficiente per giustificare il disinteresse della sinistra intellettuale e attivista europea?

D’altronde, anche questo tipo di formazioni è di fatto contrapposto a un’autorità reazionaria che ha represso militarmente le rivendicazioni di cambiamento che, nell’ormai lontano 2011, la popolazione aveva cominciato a esprimere pacificamente. Ciò su cui deve quindi riflettere la sinistra europea è la sua capacità di simpatizzare con cause che, sebbene espresse attraverso un linguaggio e forme organizzative diverse da quelli che sono il proprio immaginario ed esperienza, nondimeno mirano a realizzare obiettivi progressisti a tutti gli effetti.

A questo atteggiamento della sinistra europea corrisponde peraltro un simile comportamento da parte di osservatori e analisti che hanno sempre dimostrato il proprio appoggio all’opposizione siriana. Nel tentativo probabilmente di non essere associati con il campo filopalestinese, una cui parte consistente come ricordato fin qui sospende il giudizio su Bashar al-Assad se non addirittura manifesta il proprio sostegno, queste persone evitano a loro volta di denunciare gli abusi di Israele nei confronti della popolazione e dei territori palestinesi nella maniera sistematica con cui rivolgono la propria attenzione a quanto avviene in Siria.

Anche in questo caso si verifica l’applicazione di un doppio standard resosi evidente anche durante l’offensiva israeliana contro Gaza durante la scorsa estate. Il campo vicino all’opposizione siriana infatti, ha denunciato l’ipocrisia del campo filopalestinese che mentre si indigna per quanto subito dalla Striscia di Gaza, non si indigna parimenti per le sofferenze imposte alla popolazione siriana. Per quanto si possano comprendere le ragioni di tali rimproveri, questa logica porta a una assurda competizione tra quale causa sia più meritevole di attenzione e indignazione, spesso, ahi noi, basata sul numero delle vittime coinvolte.

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Note

[1] Durante la “Guerra dei Campi” la Siria sostenne e armò le milizie del movimento sciita libanese Amal che assediarono i campi profughi palestinesi di Beirut per tre anni. L’obiettivo era liquidare militarmente le organizzazioni armate palestinesi affinché Amal potesse asserire il proprio controllo sulle zone sud-occidentali di Beirut e presentarsi come il rappresentante sciita per un accordo di pace tra le varie fazioni libanesi coinvolte nella guerra civile sotto l’egida della Siria

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