#AlexLanger / Scuola e istruzione beni comuni

Il fiancheggiatore, il poeta e don Milani

Appunti su Langer e la scuola

Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
esser solo
P.P. Pasolini,
Senza di te tornavo

 

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Comincerò da lontano, da un altro grande intellettuale del quale oggi si celebra farisaicamente l’ecumenica memoria. Pier Paolo Pasolini, PPP. In La cultura contadina e la scuola di Barbiana, un intervento introduttivo ad una discussione con i ragazzi della scuola di don Milani, tenutasi alla casa della cultura di Milano nell’ottobre del 1967,[1] Pasolini racconta delle sue impressioni di lettura su Lettera a una professoressa. Inizialmente «infastidito dall’eccessiva facilità delle parole, da un certo “neo-pascolianesimo”» il poeta dice di essersi trovato pian piano immerso in un libro straordinario, che da «un senso come di vertigine, di libertà, nel giudicare il mondo che ci è intorno». Malgrado questa sensazione di disperata vitalità che il libro trasmette, la lingua utilizzata dagli allievi di Barbiana presenta alle sue orecchie una sorta di dissociazione, di duplicità irrisolta, di tensione estrema che produce un inaspettato ripiegamento:

Il vostro meraviglioso idealismo, che io sottoscrivo in pieno, di cui io abbraccio la causa completamente, ha il pericolo che nella sua tensione estrema, quando ci si aspetta che esploda, ha come un improvviso ripiegamento su qualcosa che vorrei definirvi «concreto idealismo», cioè essi voglion sempre ricondurre il lettore a dei momenti, fatti, situazioni, atti, che siano rigorosamente concreti e pratici; e questo è un certo riduttivismo tipico di quella famosa moralità contadina, diventata poi piccolo-borghese nella fase paleo-industriale, che in Italia dà come prodotto il qualunquismo […]. [2]

Il poeta, attento al linguaggio e alla forza evocativa delle parole, individua nello stile della Lettera a una professoressa una tensione priva di soluzione. La forza ideale che gli allievi di don Milani mettono nella ricerca della verità, e che ne fa una delle avanguardie rivoluzionarie della sinistra italiana dell’epoca, si infrange contro l’interdizione di una domanda, quella che interroga l’origine e la sostanza della “cultura della professoressa”, strumento di selezione ed emarginazione di classe, attaccato in tutto il libro. Secondo Pasolini, se i ragazzi di Barbiana si fossero posti questa domanda avrebbero scorto nella cultura della professoressa quella cultura piccolo-borghese che il poeta riconduce alla cattività paleo-industriale della moralità contadina pragmatica e utilitarista. Una cultura tipica dei paesi che hanno avviato da pochi decenni la propria industrializzazione e che il poeta definisce lapidariamente «provinciale». Tuttavia, questa critica aspra ai limiti del lavoro di don Milani e dei ragazzi di Barbiana, si volge nelle parole di Pasolini in un invito, un’indicazione sulla via da percorrere nelle lotte che di lì a poco, siamo nel 1967, si sarebbero estese e moltiplicate. Riprendendo la figura di Gianni, allievo respinto dalla scuola pubblica, emblema di quel complesso fenomeno che oggi etichettiamo alla voce “dispersione scolastica”, il poeta individua in lui una forza idealizzante e allo stesso tempo perturbante per gli obiettivi che i ragazzi di Barbiana si propongono e così a loro si rivolge:

Ora, voi dovete essere nella coscienza quello che egli è nell’incoscienza, cioè dovete rendervi conto che il mondo contadino da cui proviene è circoscritto, parziale, particolaristico, e voi dovete superarlo in tutti i suoi fenomeni. […] Allora io vorrei modificare la vostra proposta nella seguente «a pedagogia vi chiederemo solo di Gianni (sì, del vostro rapporto con Gianni, ma col sussidio anche della psicoanalisi), a italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera (ma anche come ha fatto Gide a scrivere una sua pagina); a latino qualche parola antica che dice vostro nonno (io invece vi direi di leggervi Virgilio in latino visto che non vi piace la traduzione del Caro); a geografia la vita dei contadini inglesi (sì, dico io, ma anche di quelli cinesi); a storia i motivi per cui i montanari scendono al piano (ma anche cosa succederà del piano quando sarà compiuta l’industrializzazione totale delle campagne); a scienze ci parlerete dei sormenti e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliege (ma rendendovi conto che questa è ormai una realtà fossilizzata)».[3]

Les tabliers de la rue de Rivoli, 1978

Les tabliers de la rue de Rivoli, 1978

Hic Rhodus hic salta. Mettere radicalmente in discussione la cultura della professoressa, la cultura scolastica presessantottina, significa mettere in discussione il suo ruolo di vestale della classe media, significa appropriarsi e piegare ai propri obiettivi rivoluzionari quel fuoco sacro che ella autorevolmente alimenta, a suon di bocciature e rette universitarie. Significa mettere costantemente in discussione anche ciò che si contrappone a quel fuoco sacro, a quella cultura alta e che da questa è relegata ai margini, alle campagne, alle borgate. È il 1967, di lì a poco il tempio di Vesta avrebbe aperto le sue porte anche a Gianni. L’invito di Pasolini ad appropriarsi dell’inconscio contadino che muove lo sforzo ideale dei ragazzi di Barbiana riecheggia nella vicenda scolastica, dalla parte della cattedra, contro le cattedre, di Alexander Langer. Abilitatosi nel 1969 nella classe di insegnamento di Storia e Filosofia, Langer venne chiamato ad insegnare prima al Liceo classico di Bolzano e dopo allo scientifico, per un periodo che arriva fino al 1973, anno di preparazione di quei Decreti delegati che avrebbero democratizzato, almeno da un punto di vista formale, la vita scolastica. Come racconta Fabio Levi

gli era rimasto il modo di fare del ragazzo più grande, responsabile, attivo, intelligente, ma pur sempre incapace di imporsi appellandosi prima di tutto al proprio ruolo […]. Nel primo anno di servizio, oltre alle normali attività del mattino, si fece promotore di seminari pomeridiani per i volenterosi eventualmente interessati a temi di attualità come “Famiglia e autorità”, ai problemi della sociologia, della chiesa e del Sudtirolo o ad autori quali Freud, Marx – quello meno canonico dei Manoscritti del ’44 – e Garaudy.[4]

I seminari di Langer e il suo stile eterodosso, di apertura completa ai problemi e alle esigenze degli studenti, avrebbero scosso il quieto vivere delle autorità scolastiche e dei genitori benpensanti al punto da richiedere l’intervento di un ispettore ministeriale. Nella nota di qualifica professionale compilata nel ’71 dall’allora preside del Liceo scientifico di Bolzano alla voce “Disciplina” si legge «lascia fare agli alunni ciò che vogliono» e alla voce “Efficacia didattica ed azione educativa” troviamo un lapidario «pessima».[5] Parole volte ad additare il suo parteggiare per gli studenti e le studentesse contro l’istituzione, le sue imposizioni, i gravami dei programmi ministeriali – il professor Langer disdegna il Werther e legge in classe Marat/Sade di Peter Weiss – il meccanismo di selezione fondato su premi e punizioni. Ma c’è un punto di rottura, oltre il quale, Langer non tornerà più in classe, abbandonando la professione docente.

Questa svolta è raccontata in un articolo pubblicato con lo pseudonimo di Agilulfo su «Lotta Continua» il 23 luglio del 1978. Si tratta di un resoconto di quello che Langer definisce «un anno frustrante», coronato dalla partecipazione come commissario interno all’esame di maturità dei suoi alunni. Additato da un “collega” della commissione, un preside di una scuola media di provincia dalle sembianze di Mario Tanassi, quale «fiancheggiatore» – imperversa in quell’anno un clima da caccia alle streghe – Langer si chiede sconfortato «Chi ci crede ancora?». Chi è disposto ancora ad investire intelligenza organizzativa nell’istituzione scolastica? Perfino Luciano Biancatelli, stimato compagno attivo nella sinistra sindacale romana, ha deciso in quel fatidico ’78 di ritornare a bocciare. Con la forza del proprio sguardo critico e attento Langer disegna un paesaggio che dovremmo conoscere bene:

Le interrogazioni quotidiane sono una pena; per me forse più che per gli studenti. Di fronte ad una prospettiva in cui tutto sembra indicare l’avanzata della restaurazione, il ritorno alla selezione, l’emarginazione programmata di una larga fascia di giovani dalla scuola, l’imposizione di un sapere professionalizzato e «socialmente utile» all’interno degli usi richiesti da un capitalismo in via di ristrutturazione galoppante; di fronte a tutto questo, l’«incapacità di portare avanti certe posizioni», per dirla con i miei studenti, è quasi tragica.[6]

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Ritorno della selezione con la conseguente esclusione dei giovani a rischio di emarginazione, imposizione di un sapere socialmente utile – Pasolini avrebbe detto «provinciale» -, arretramento degli insegnanti “democratici”, di coloro che lavorando nella scuola ne riconoscono la funzione di organo costituzionale. Sono questi i pilastri della «restaurazione» che Langer ravvisa nella scuola della fine degli anni ’70. E, fatto politicamente rilevante, queste punte avanzate del «capitalismo in via di ristrutturazione galoppante» all’interno della società, sono apaticamente accolte come dato incontrovertibile dalle stesse vittime, dagli studenti. I quali, se non appoggiano questo nuovo ordine, non lo osteggiano, contribuendo con la loro indifendibile preparazione a rafforzare gli argomenti della Cultura, dell’istituzione, che li vorrebbe tutti valutabili, impiegabili come forza lavoro. Da qui nasce allora lo scontro, non la lotta, parola carica di intelletto politico, ma lo scontro con l’istituzione, inevitabilmente mutata in una battaglia di retroguardia:

L’estraneità degli studenti rispetto alla scuola – estraneità ormai quasi più spesso esistenziale e persino «qualunquistica» che non politica e comunque consapevole e rivendicata in nome di qualche impegno alternativo – è diventata tale, in molti casi, che appare assurdo voler mettere i panni della normalità e della «sufficienza» scolastica ai brandelli raffazzonati di sapere quantificabile. Eppure, all’esame si è costretti a lottare contro il nemico principale, che in quel momento è la commissione che può bocciare, costringere a passare un altro anno in quella assurda scuola oppure ad uscirne senza quel «diploma» che tacita i genitori e può, forse, dare accesso ad un periodo meno controllato e meno dominato dalla famiglia. [7]

Nel 1978 Langer non trova più la carica rinnovatrice dell’estraneità degli studenti all’istituzione scolastica. L’opposizione alla normalizzazione imposta dalla scuola non gli appare più, come appariva al Pasolini lettore dei ragazzi di Barbiana, quale tensione ideale verso una scuola (e una società) più giusta. Si manifesta adesso come scontro, come opposizione cieca e sorda, con esiti che arriva a definire, pasolinianamente, qualunquistici. Seppure è ancora impegnato, con altri colleghi e compagni, nella difesa della scuola come spazio pubblico e luogo d’incontro di tutti all’interno di una società impaurita, il «fiancheggiatore» sperimenta ancora il gusto dell’insegnamento solamente nella scoperta inaspettata di «isole felici»:

Devo aggiungere che solo dopo la fine della scuola ho accettato di vedermi con gli studenti fuori dalla scuola per ridiscutere insieme sia i contenuti culturali che alcuni problemi di rapporto: è stata, persino dal punto di vista «didattico» [sic!], un’esperienza bella, ma con il fondamentale limite che ci stavamo in poco più di dieci.[8]

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Di fronte alla disillusione della scuola e alla delusione per gli studenti, Langer si dibatte fra la preoccupazione di non chiudersi in ghetti privati, separati, in nicchie tardoantiche e la positività di esperienze «didattiche», (dis)educative, extrascolastiche, fuori dall’istituzione e dalle sue contraddizioni. In altre parole, sta cominciando a rielaborare dolorosamente tutta l’esperienza della contestazione, da lui vissuta da studente negli anni ’60 e da insegnante e militante negli anni ’70, evidenziando come possibile risoluzione di quelle sconfitte l’eredità di una cultura antipedagogica e minoritaria, rigorosamente esterna, oltre, l’istituzione scolastica. È il preludio di un nuovo incontro che Alexander Langer farà lungo il suo percorso: quello con Ivan Illich e la convivialità.

E don Milani? E la scuola di Barbiana? L’incontro con quella forza ideale di rinnovamento della scuola ravvisata da Pasolini nell’intervento citato all’inizio di questo articolo, avvenne all’inizio degli anni ’60, quando Alexander Langer, studente cattolico e altoatesino, si trasferì a Firenze per studiare Giurisprudenza. Fu l’incontro con l’incerto cattolicesimo democratico fiorentino, scisso fra Democrazia cristiana e radicale esperienza di adesione agli ideali evangelici, fra le aperture di La Pira al mondo operaio, gli obiettori di coscienza cattolici, la prassi evangelica di don Ernesto Balducci e gli oppositori al Concilio Vaticano II, le gerarchie e la curia. È in questo contesto che Langer passa da Barbiana ed entra a contatto con la storia di don Milani. È il 1964, tre anni prima che il prete morisse e venisse pubblicata la Lettera a una professoressa: la frequentazione della scuola di Barbiana, altra «isola felice» nell’arcipelago della scuola classista dei primi anni ’60, si intensificherà fino all’organizzazione di un doposcuola gratuito vicino a Scandicci. Langer rimase segnato da quell’incontro senza tuttavia potersi nascondere un’importante differenza di atteggiamento.

Questa frizione è rilevata in un articolo che fa un po’ un bilancio di quell’incontro, molti anni dopo, nel 1987 e scritto per «Azione nonviolenta». In esso Langer riporta l’invito rivoltogli da don Milani a lasciare l’Università e a lavorare nella società, per colmare la distanza con «la grande massa della gente non istruita». Alla citazione delle parole di don Lorenzo, Langer chiosa nell’articolo con una parentesi, nella quale accenna al doposcuola di Scandicci, e che inizia con un lapidario e rivelatore «Non lasciammo l’Università», nel quale riecheggia il senso di colpa e il ricordo appassionato del dantesco «quel giorno più non vi leggemmo avante». In quell’invito all’intransigenza evangelica il giovane Langer individuò immediatamente il limite dell’esperienza di Barbiana, del suo «concreto idealismo» per dirla con Pasolini. Un limite che si esprime in una contraddizione interna alla storia personale di don Milani:

Avevo capito che lui credeva molto nelle grandi culture popolari e nella necessità che le idee forti si facessero strada in modo non elitario tra le grandi masse. Ma ho sempre avuto il sospetto che questa impostazione facesse in qualche modo violenza alla sua stessa storia, tutta quanta: dalla sua origine, al suo cammino nella chiesa fiorentina, fino all’esilio di Barbiana ed a quell’ultima sua disperata attesa di un cenno di riconoscimento e di apprezzamento da parte del suo vescovo e persecutore, il cardinale Florit[9].

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Nell’articolo del 1987 la parabola di don Milani è letta nel suo intricato rapporto contraddittorio, da una posizione minoritaria, con le due grandi culture di massa del dopoguerra, quella cattolica e quella comunista. Consapevole che presupposto essenziale dell’evangelizzazione fosse dare la parola ai poveri, il curato di Barbiana aveva sperato nell’azione pedagogica del movimento operaio organizzato e del cattolicesimo democratico. Ma, osserva Langer, lo aveva fatto sempre da una posizione minoritaria, osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche perché in odore di filo-comunismo e non supportato esplicitamente dal PCI, che non seppe cogliere quando egli era in vita la sua carica rinnovatrice. L’invito a lasciare l’Università, che don Milani rivolse a Langer e ai suoi amici, è logica conseguenza della consapevolezza di questa contraddizione, della coscienza di quella tensione irrisolta che Pasolini coglieva nella «forza idealizzante» dei ragazzi di Barbiana, scissa fra critica della scuola di classe e assenza di radicalità nell’interrogarsi sulle origini della cultura della professoressa. Il giovane Langer coglie tutto questo e nel 1978 lo rielabora nelle amare riflessioni di fine anno scolastico che lo portano ad abbandonare l’istituzione scolastica, per salpare verso nuove «isole felici».

E cosa rimane a noi che l’istituzione la viviamo ancora, che ci troviamo a convivere con la tanto oscura quanto arbitraria legge 107? Cosa ci viene da queste parole a noi che dibattiamo l’opportunità dello sciopero, che fronteggiamo la noia degli studenti, che recriminiamo l’assunzione e compiliamo registri, anche con dita agili su freddi touch screen? Riannodare il nastro con la voce del poeta, tornare ad essere fiancheggiatori ma non dell’istituzione, mettere nuovamente il dito sulle contraddizioni del priore di Barbiana.

Note

[1]Pasolini P. P., La cultura contadina della scuola di Barbiana, «Momento», IV, 15-16 gennaio 1968. Ora in Pasolini P. P. , Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 830-838.

[2]  Ibid., pp. 834-835.

[3]  Ibid., pp. 836-837.

[4]  Levi F., In viaggio con Alex. La vita e gli incontri di Alexander Langer (1946-1995), Feltrinelli, Milano 2007, pp. 51-52.

[5] Ibid., p. 53.

[6] Langer A., Il viaggiatore notturno. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo 2003, p. 86.

[7] Ibid., p. 85.

[8] Ibid., p. 83.

[9] Ibid., p. 107.

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