400 ISO / Criminalità immaginate

Il Sacro-­kitsch delle architetture criminali

Il reportage fotografico e il testo che lo accompagna sono il frutto di ripetuti viaggi nel Sud Italia e di una lunga osservazione delle strutture confiscate alle organizzazioni criminali. Mostri ed eco-mostri sono osservati come grandi monumenti e decori della nostra storia.

Bari, Adelafia, Teatro Kismet di Bari del MOMART (Motore Meridiano delle Arti) all’interno della ex discoteca MOMA di Adelfia, bene sequestrato alla criminalità organizzata.

Adelfia, Bari, Teatro Kismet del MOMART (Motore Meridiano delle Arti), ex discoteca MOMA, bene sequestrato alla criminalità organizzata.

L’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati (ANBSC) istituita nel 2010 ha preso possesso negli ultimi anni di molte proprietà illegali, aumentando il patrimonio comune a discapito delle cosche mafiose, con una destinazione pari a 3.715 beni tra appartamenti, terreni e attività (dati del 2015).

Buona parte del paese accoglie costruzioni architettoniche che possiamo ricondurre alle organizzazioni mafiose – da quelle abusive a quelle mai finite. Queste strutture sono connotate da un’estetica, da simboli, da forme e decori ben definiti.

È un vero e proprio gusto estetico, ben noto a chiunque abbia percorso le strade delle cittadine e delle periferie meridionali. Potremmo definirlo “Il Sacro-kitsch”. Si tratta di una realtà che ha assunto nel tempo connotati precisi: il gusto diviene uno stile che esprime un immaginario che influenza tutto il mondo di chi ne fa parte, dall’architettura all’arredamento, dalla moda al food (pensiamo al topos della cascata di cioccolata con fuochi d’artificio alla sommità della torta nuziale), alle pratiche ricreative e celebrative (basti pensare alle carrozza con cavalli per portare in trionfo i festeggiati o ai manifesti pubblicitari per augurare buon compleanno).

Agli albori fu Al Pacino in Scarface, con la villa che ispirò il “nostro” Sandokan, celebre boss dei clan casalesi. Lo stile si è conformato alla modernità, ha mischiato i generi. Il neoclassico, per la potenza e la gloria degli imperatori. Il barocco, che esalta il dorato, la luce, le forme rotondeggianti, e può essere reso con materiali poveri come il gesso, la ceramica e la plastica dorata a spray o a smalto (note le sculture di animali nelle entrate delle abitazioni, così come i “troni” da salotto con tappezzerie zebrate e leopardate). Il “barocchismo” è espressione di ricchezza, con i suoi marmi cosiddetti “etnici”, provenienti dal Brasile o da qualunque posto che evochi lontananza ed esotismo; i salotti lussuosi, i bagni ricoperti da lastre colorate con venature luminescenti, e poi scale a chiocciola o vittoriane (interne a collegare i piani ed esterne per i terrazzi), o ancora ingressi semicircolari trionfanti. Edilizia e costruzioni rotonde con vista a 360° sul territorio circostante. All’ultimo piano, finestre a oblò evocano le navi. E piscine ovunque: su terrazzi e giardini, vasche ovali, a conchiglia, ad accogliere le veneri, con l’immancabile idromassaggio.

Queste forme, va da sé, non sono esclusivo patrimonio delle cosche criminali: hanno influenzato il gusto con cui sono state concepite le costruzioni private e pubbliche delle nostre province, l’abusivismo delle espansioni urbane, dei balconi che diventano terrazzi con piante e statuette sacre (spesso madonnine) illuminate, letti imperiali con effetti di velluto e oro, scale in cemento attorcigliate su se stesse, colori pastello o fluorescenti fuori da ogni logica cromatica, da ogni forma di rispetto del territorio circostante.

Che cosa rappresenta tutto questo e dove affonda le sue radici questa iconografia? Non è la ricerca dell’originalità o dell’individualità che muove le scelte architettoniche ed estetiche, ma uno schema “eccentrico” consolidato nel tempo all’interno del sistema di potere che mostra liberamente i suoi simboli: “sacro e kitsch”.

Il reportage si sofferma infine sul cortocircuito dell’eterno “non finito”, quello degli appalti per grandi costruzioni, alberghi, ristoranti di lusso e miriadi di infrastrutture, bloccati perché riconducibili alla criminalità, adagiati sul territorio come scheletri di cemento e ferro.

Rovine di glorie passate, di potenza confiscata, di marmi spogli e scale desolate, terrazzi abbandonati con piscine vuote abitate da lerce ninfee sono i paesaggi archeologici ed architettonici italiani, a richiamare solitari Partenoni e totem contemporanei, testimonianza di qualcosa di maledetto che è stato e che non c’è più.

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