Politiche del contemporaneo

Fanon in Palestina: Riconoscimento e conquista dei cieli

L’articolo qui tradotto è il primo intervento di un lavoro articolato in quattro puntate in via di pubblicazione su Middle East Monitor. Qui, la parte introduttiva.

Riprendendo le osservazioni di Fanon sul concetto di riconoscimento articolato da Hegel come elemento determinante il rapporto padrone/schiavo, Wael Omar e Nick Rodrigo producono in questo secondo articolo un’interessante applicazione di quello stesso concetto alle strategie adottate dalla leadership palestinese, nella gestione del suo rapporto con lo stato d’Israele e con la comunità internazionale. Se questo costituisce già di per sé un valore aggiunto alla comprensione delle dinamiche che regolano tale rapporto, la lettura della sua evoluzione attraverso i cambiamenti lessicali pone al centro dell’attenzione del lettore un elemento molto forte: le pratiche discorsive come ambiti costituenti modalità di rappresentazione, creazione, cambiamento di identità, a cui corrispondono scelte strategiche che riposizionano il soggetto collettivo, sulla base di un parlato differente. L’eliminazione di alcuni termini che hanno condizionato fortemente la costituzione di un’identità nazionale tra i palestinesi, la cancellazione dal discorso ufficiale di elementi centrali nella loro storia dal 1948 in poi, sanciscono quello che è il nuovo ambito, il nuovo campo direbbe Bourdieu, al cui interno viene giocata la partita tra gli attori che si disputano il potere, simbolico e reale. Questa partita vede da un lato una leadership che ha scelto il riconoscimento da parte di Israele e della Comunità Internazionale come strategia, dall’altra la moltitudine dei “figli di Oslo” nei Territori Occupati che, sempre più lontana dalla prima, ribadisce nei fatti la centralità dell’azione contro quella che gli autori, citando Fanon, chiamano la “epidermizzazione razzista dell’oppresso”.

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Dal Sumud alla resa
Wael Omar (ed. Nick Rodrigo)

Nel primo articolo sono stati esaminati la vita, i tempi e gli scritti di Frantz Fanon, con particolare attenzione al concetto di riconoscimento. Fanon, con grande abilità letteraria e capacità intellettuale, riuscì a salvare Hegel dal suo “sé” razzializzato e, quindi, utilizzare il rapporto dialettico padrone/schiavo elaborato da Hegel stesso all’interno di un apparato concettuale che rende esplicite le insidie della mentalità del neocolonialismo.
Fanon affermava che le popolazioni colonizzate tendono a interiorizzare le immagini deridenti e caricaturali che vengono loro imposte: tali immagini, associate alle relazioni oggettive e strutturali, vengono riconosciute come “naturali”. Il colonialismo dei settlers agisce attraverso l’eliminazione dell’esistenza delle popolazioni indigene dal territorio. Solo a queste condizioni esso può funzionare. Al colonialismo non interessa lo sfruttamento degli indigeni, ma tende invece a produrre una totalità, sradicando ciò che costituisce la sua negazione, cioè l’esistenza di popoli indigeni, riducendoli a un’entità invisibile, una persona non grata [in italiano nel testo]. È per questo che l’impasse israelo-palestinese non dovrebbe essere vista come un evento particolare, ma piuttosto come una struttura che opera per l’eliminazione dei palestinesi autoctoni come entità. Il desiderio di riconoscimento nel colonizzato, che si sviluppa nei termini propri della struttura coloniale globale, può essere visto come una forma di misconoscimento, in quanto rafforza il predominio dell’oppressore. Cercando la sua legittimazione nella fonte stessa del dilemma, fa apparire il colonizzatore come il redentore finale: ”cioè a dire, costringerò l’uomo bianco a riconoscere che sono un essere umano “.
In questa seconda delle quattro parti del saggio, vorrei delineare lo sviluppo storico-sociale del Movimento Nazionale Palestinese e della sua ricerca di riconoscimento. Scegliendo separatamente le varie tattiche adottate per il riconoscimento, espongo l’origine del capitale simbolico dell’attuale Intifada, dove il fallimento dell’attuale leadership palestinese ha costituito il maggior ostacolo ai fondamenti del riconoscimento palestinese.

Sumud

Sumud può essere tradotto con fermezza [steadfastness], ma può manifestarsi in differenti pratiche e idee. Ad esempio, molti rifugiati fanno riferimento alla loro esistenza come “resistenza”, oppure a una manifestazione di sumud quando parlano del loro esilio forzato dopo il 1948. Rintracciare il sumud nel discorso dell’OLP aiuta a dimostrare come il cambiamento di strategia politica dalla resistenza al riconoscimento di Israele abbia influenzato il discorso all’interno dell’OLP e come abbia a sua volta condizionato l’intero Movimento Nazionale Palestinese (MNP). Tale quadro di riferimento evidenzia il modo in cui i Palestinesi furono coinvolti in una battaglia anticoloniale, come furono in grado di costruire una storia politica palestinese attraverso il discorso e come questo venne limitato dopo il riconoscimento di Israele e la ricerca del riconoscimento del proprio Stato da parte di Israele stesso e dalla comunità internazionale.

Sumud: Gli anni ’60 e ’70

Il movimento di base palestinese che è emerso nel 1959 ha guadagnato vigore dopo i successivi fallimenti del panarabismo e l’emergere di un ordine del giorno nazionale palestinese centrato sul concetto di lotta armata. La lotta nazionale venne modellata in base alla condizione di esiliato nella diaspora e alla vita dei Fedayeen nei campi profughi, due elementi costituenti l’archetipo palestinese. L’immagine del militante-Fedai come un eroe nazionale e culturale fu utilizzata da Fatah per alimentare il sostegno nei campi profughi. Dove in precedenza non vi era alcuna lotta palestinese unitaria e collettiva, questa ha rappresentato una rottura e un cambiamento nel discorso e quindi nell’identità palestinese, ampiamente documentato nei romanzi di Ghassan Kanafani.
Arafat ha fatto proprio tale immaginario, riflettendolo nel suo discorso, in particolare quello tenuto alle Nazioni Unite nel 1974. Mostrandosi l’assemblea generale dell’Onu vestito con la divisa dei Fedayeen, Arafat ha sottolineato il diritto alla resistenza armata, collocando i palestinesi all’interno di una lotta globale più ampia contro il razzismo, l’imperialismo e il colonialismo. Tale discorso sarebbe dovuto servire a guadagnare legittimità e riconoscimento per la causa. Il riconoscimento dell’OLP, di cui Fatah è la fazione dominante, come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese da parte della comunità internazionale di fatto non ha prodotto alcun risultato sul campo. Questa situazione, unita all’esilio dell’OLP in Giordania e in Libano, ha creato un senso di disillusione nei Territori Occupati, conducendo alla nascita di un attivismo di base che ha spiazzato una leadership di fatto disconnessa.

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L’Intifada: scrollarsi di dosso l’occupazione

La resistenza palestinese nei Territori Occupati ha raggiunto l’apice durante la prima Intifada, attraverso il confronto su larga scala con l’esercito israeliano, manifestazioni di massa e disobbedienza civile, tradottasi in scioperi e il rifiuto di pagare le tasse – un tentativo diretto di sottrarre i palestinesi alla struttura stessa del colonialismo. L’Intifada si differenziava dalle operazioni di Fatah, in quanto venne diretta da consigli comunali e da una leadership nazionale unitaria della rivolta (UNLU), con un controllo molto limitato da parte di Fatah e dell’OLP. La rivolta, venne successivamente “governata” da Fatah e condusse alla conferenza di pace di Madrid del 1991, che di fatto aprì la strada al processo di Oslo e la creazione dell’Assemblea Nazionale Palestinese (ANP) nel 1994. Con l’Intifada e l’influenza dell’OLP, si è verificato un cambiamento nel discorso: dalla liberazione della Palestina si è passati alla costruzione dello Stato. Tale cambiamento ha consacrato il riconoscimento e la diplomazia come nuova strategia politica.

Resa

La Conferenza di Madrid, che doveva essere il punto di svolta per l’avvio del processo di pace, non è riuscita a produrre alcun risultato reale, se non porre fine all’Intifada. Ciò fu dovuto al rifiuto palestinese di rinviare questioni chiave e agli sforzi ministro israeliano Yitzhak Shamir per ritardare i negoziati. Questa tattica del ritardo, mentre modificava la situazione sul terreno attraverso il radicamento dell’occupazione, ha costituito un tema centrale in tutti i negoziati israelo-palestinesi nel quadro del processo di pace. Il processo di Madrid non è riuscito a prendere in considerazione i temi centrali dei rifugiati e della perdita della terra come punto che ha segnato l’inizio della fine, su cui insisteva la delegazione palestinese, per la creazione di un precedente nei futuri negoziati di pace. Oslo sarebbe servita al sostenimento da parte delle istituzioni di tale “accordo differito”, con la creazione di una struttura piegata sulla costruzione di uno Stato all’interno del modello sovrano internazionale di legalità. Tuttavia, per la prima volta ci fu una “narrazione tangente” da parte del MNP: l’istituzionalizzazione dell’ideologia e delle pratiche sioniste, quindi il rinvio sulle questioni fondamentali.

L’istituzionalizzazione dello status quo

Nella sua ricerca per il riconoscimento, l’OLP ha dovuto fare propria la lingua della comunità internazionale e della potenza coloniale – Israele – contribuendo in questo modo al mantenimento dello status quo evitando, ad esempio, di contestare la struttura coloniale della violenza. Nel corso del processo di pace di Oslo l’OLP, de facto, ha riconosciuto due pratiche e idee sioniste che caratterizzano il discorso nelle relazioni israelo-palestinesi: la pulizia etnica e la massimizzazione dell’utilizzo del territorio. Gli accordi di Oslo non contengono alcun riferimento all’esilio forzato dei Palestinesi nel 1948, un tema che continua a determinare le regole della negoziazione nelle relazioni israelo-palestinesi. Sebbene i rifugiati siano menzionati, ad Israele non è esplicitamente attribuita alcuna responsabilità che ne riconosca l’esilio forzato. Oltre al trasferimento della popolazione, va ricordata la massimizzazione dell’utilizzo del territorio, una strategia impiegata sin dalla nascita del Sionismo. Ancora oggi pratiche simili possono essere osservate a Gerusalemme e in Cisgiordania, un fenomeno che continua ininterrotto dalla Naqba.
Il sacrificare componenti chiave della lotta palestinese sull’altare del riconoscimento e il conformarsi al lessico del colonizzatore s’inseriscono all’interno della ricerca di un ideale di statualità egemonica ed eurocentrica. Come Azmi Bishara aveva previsto nel 1999, se l’ANP avesse dichiarato uno Stato palestinese, l’attenzione si sarebbe spostata sul riconoscimento di tale Stato. Sullo sfondo delle trattative sugli insediamenti e i rifugiati, il vero focus e strategia politica si sarebbero incentrati sulla ricerca di riconoscimento internazionale.

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Così, la strategia interna dell’ANP prevede di ridurre qualunque possibilità di scontro, dal momento che i Palestinesi sono costretti ad indirizzare le loro energie verso l’ottenimento di un riconoscimento e verso la sopravvivenza dello pseudo-Stato. Il perseguimento del riconoscimento ha prodotto un’intera gamma di azioni dell’ANP, quali la collaborazione nell’ambito della sicurezza con Israele, il radicamento nel sistema finanziario internazionale, la burocratizzazione della gestione dell’occupazione. Queste pratiche tipicamente neocoloniali saranno esaminate in maggior dettaglio nella terza parte di questa serie, L’economia della capitolazione.
Lo sviluppo dal sumud alla resa, che ha contraddistinto l’atteggiamento dell’OLP verso Israele, dimostra quel processo che Fanon definì l’ “epidermizzazione razzista dell’oppresso”, nel quale l’ANP è divenuta il prodotto dell’interiorizzazione di ciò che l’oppressore pensa esso debba divenire. Negando la sua stessa storia e le conquiste ottenute, l’ANP ha cercato di promuovere una nuova immagine dei Palestinesi, presentandoli come pacifici e civilizzati e, pertanto, meritevoli di un loro Stato. Di conseguenza, il focus della lotta e resistenza è stato posto sul riconoscimento di questa nuova immagine palestinese piuttosto che sulla contestazione della struttura complessiva del colonialismo degli occupanti, che ha inizialmente creato il bisogno di questo riconoscimento. Come Fanon constatò, il colonizzato diventa ossessionato dall’attenzione da parte dell’uomo bianco nel momento in cui avverte un forte desiderio di dimostrargli che si sbaglia riguardo all’uomo nero.

Fanon scrisse febbrilmente che furono le masse a “conquistare i cieli”, superando, nel farlo, il loro complesso d’inferiorità nei confronti dell’oppressore coloniale. Quello che si è verificato durante l’era del sumud è stata la presa di coscienza di una leadership politica e del suo popolo sulle possibilità trasformatrici insite nel processo rivoluzionario che crea un “uomo nuovo”. Fanon non era schiavo del nazionalismo, ma comprendeva che le peculiarità dell’etnia e dell’identità nazionale sono fondamentali per mobilitare gli individui. L’evidente ridimensionamento delle rivendicazioni dell’ANP, che dichiara di agire in difesa dell’interesse nazionale, è rappresentativo del collasso delle componenti rivoluzionarie del nazionalismo palestinese. Nella prossima parte di questi saggi, saranno analizzate le istituzioni che sono emerse dalla capitolazione neocoloniale.

 

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