Riattivare il comune: le iniziative di Campus in Camps

Campus in Camps è un programma educativo sperimentale in Palestina orientato all’incubazione di progetti, concepito su una traccia biennale, che coinvolge un gruppo di undici partecipanti provenienti dai campi profughi della Cisgiordania. Prossimi al traguardo biennale di Campus in Camps, per i partecipanti è maturato il tempo di attivare processi in grado di coinvolgere le rispettive comunità nei campi profughi. Il secondo anno del programma sperimentale si è infatti edificato attorno al principio che, a seguito di un primo percorso di strutturazione teorica e investigativa (2012) i giovani rifugiati palestinesi che vi hanno preso parte fossero messi nelle condizioni di gettare le basi e concretizzare ricerche e progetti innovativi; questo in un contesto politico che rivendica un rinnovamento rispetto al modo in cui viene storicamente osservato e agito (ovvero recipienti di miseria e di interventi umanitari), ma soprattutto per liberarne l’ispiratrice (e fin’ora in gran parte inesplorata) vivacità politica, progettuale e intellettuale, senza normalizzarne lo status di eccezionalità.

Dopo oltre sessantacinque anni, i campi profughi palestinesi non sono più composti da tende. Presentano una dimensione fisica e relazionale completamente originale, emersa dalle urgenze e dalla creatività dei suoi abitanti; sovrapponendosi, trasformando e includendo progressivamente e non linearmente gli interventi di UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite attivata dal 1948 per far fronte all’emergenza dei profughi palestinesi). Le pratiche spaziali prendono la forma di rituali e realizzazioni architettoniche, espressione tanto di ribellione quanto di necessari adattamenti al presente, oscillando tra soluzioni pragmatiche e creative, in uno spazio fisicamente congestionato che talvolta sembra celebrare in modo visionario un passato idealizzato. Queste soluzioni, più o meno inconsciamente, provengono dalla volontà di riprodurre le qualità intrinseche e le caratteristiche dei villaggi d’origine, tenaci e spontanei tentativi di preservare la memoria. Obbiettivo di Campus in Camps è investigare e imparare da tali proposte, forme concrete di un urbanesimo senza riconoscibili pianificatori (unconceived urbanism)[1] tuttavia in grado di costruire uno specifico lessico spaziale, composto da elementi differenti e talvolta non integrati.

Dheisheh refugee camp – ph: Tobias Wootton

La formula delle iniziative viene proposta per superare i limiti cognitivi e operativi di progetti preconfezionati, lontani dallo stato di eccezione dei campi profughi e dall’esperienza degli abitanti: seguito naturale di un primo anno dedicato alla decostruzione e ridefinizione di forme di conoscenza alienanti (un metodo definito un-learning). Non è raro infatti incontrare in tali contesti d’emergenza, come lo è la Palestina e in particolare i campi profughi, il proliferare di progetti di sviluppo che incorporano non solo un’idea puramente assistenziale ma soprattutto fondati su principi e dinamiche culturali esogene, appartenenti ai paesi da cui provengono finanziamenti e orientamenti progettuali. Gli effetti di tale approccio possono essere devastanti e duraturi perché, innanzitutto, ignorano i saperi locali (indebolendone, se non la trasmissione nel tempo, il reale sviluppo stesso) e radicandone di alieni, soprattutto quando la priorità consiste nel produrre report e interventi a misura di protocolli istituzionali orientati al controllo.

Le iniziative indicano pertanto una prassi aperta, inclusiva e progressiva verso la forma più strutturata e decisiva dei progetti a venire. In questo modo è possibile plasmare una visione che matura nel tempo, dando spazio al confronto con una molteplicità di soggetti, all’intuizione e ai tentativi sul campo; utilizzando interviste, indagini visive, scrittura, confronti di gruppo e il camminare come pratiche propositive di conoscenza, attraverso passaggi graduali o inaspettate scoperte (un metodo definito communal learning) come risulta testimoniato nei Collective Dictionary. Il 18 giugno 2013 sono state presentate nel giardino di Al-Feniq Cultural Center (campo profughi di Dheisheh, Betlemme, dove il programma ha sede) nove iniziative. Queste sono articolate su altrettanti luoghi, emersi da dibattiti collettivi e collocati in prossimità dei campi di provenienza dei partecipanti (Arroub, Beit Jebrin, Dheisheh e Fawwar). Oggetto di prime ricognizioni, azioni esplorative e riflessioni teoriche, sono raccolte nella collana Into the Common il cui esito è specchio della “grammatica spaziale” esistente e potenziale che i rifugiati e il Camp Improvement Programme di UNRWA hanno contribuito a sedimentare e proiettare nel futuro.

Diagramma delle interconnessioni tra luoghi, iniziative e motivazioni, in un gioco da tavolo sistemico utilizzato durante la presentazione (Diego Segatto – Campus in Camps, 2013)

Qui sotto, a scopo introduttivo, l’iniziativa che riguarda proprio il luogo della presentazione: 01 | THE GARDEN: Making place. Ogni luogo/iniziativa è accompagnato nel titolo da un’azione che ne rafforza l’intento. Fare luogo (trad.) sintetizza tanto la restituzione, diffusione storica degli eventi che hanno contribuito a rendere Al-Feniq e il suo giardino un punto di riferimento sociale e critico, quanto una proposta programmatica complessa e integrata di dimensioni progettuali da affrontare con il supporto della comunità, di nuovi soggetti creativi e di professionalità coinvolte per riattivare la percezione di un bene comune parzialmente compromessa.

Altro esempio è The Square. Nel novembre 2012 Ayat Al-Turshan e Nidà Hamouz, le due partecipanti provenienti dal campo profughi di Fawwar, organizzarono lì un incontro con le donne del campo per sperimentare la frequentazione in una piazza di vicinato, trasformata dalla comunità in piazza pubblica con il sostegno del Camp Improvement Programme. Nato come occasione per organizzare attività culinarie e un corso atipico di inglese, quel momento è diventato una leva per proporre il luogo ad un pubblico più ampio di abitanti, come ambiente inclusivo su cui compiere delle riflessioni e indurre nuove possibili azioni, oltre che offrire una cornice speculativa sul ruolo e le dinamiche dello spazio pubblico in Palestina partendo da uno sguardo più generale[2].

Nel volume dedicato a The Suburb, Ahmad Al-Lahham (partecipante, 24 anni) scrive:

Le domande che mi pongo riguardo alle conseguenze di trasferirmi nel sobborgo (trad.) motivano il mio desiderio personale di comprendere e investigare questo caso come un laboratorio del campo profughi. Durante i sessantacinque anni dalla Nakba, la narrazione ufficiale palestinese in generale e quella dei rifugiati in particolare ha di solito evidenziato e fatto emergere solamente la debolezza dei profughi. Ciò nella convinzione che questo tipo di discorso aiutasse a mantenere viva la questione dei rifugiati e a catturare l’attenzione delle persone in tutto il mondo, rendendole solidali con questo problema. Questo discorso però è, di fatto, una rappresentazione ingiusta dei traguardi e delle trasformazioni generate dai profughi e dei risultati positivi che hanno raggiunto in questo lasso di tempo. L’analisi del suburb è un’occasione per evidenziare parte di tali punti di forza e conquiste, in modo da utilizzarle nella narrazione della nostra storia. Dando prova che i rifugiati mantengono il diritto al ritorno, possiamo mostrare tutti i risultati di cui sono stati capaci in esilio, piuttosto che apparire solamente come deboli, poveri e vittime.

Le nove pubblicazioni più un piccolo volume che introduce, riassume e cuce assieme il percorso del programma sono a disposizione per la lettura on-line e il download :

Dopo la presentazione di giugno, ogni iniziativa viene singolarmente affrontata a Campus in Camps invitando a confrontarsi e a collaborare per l’implementazione nuovi possibili partner, operatori e un pubblico interessato, come già avvenuto con i primi appuntamenti per The Garden (11 luglio 2013) e The Square (18 luglio 2013).

Un panorama sempre più ampio nel mondo indaga e sperimenta nuovi modelli di apprendimento e coinvolgimento sociale. Nelle parole del Direttore del programma, Alessandro Petti, Campus in Camps non segue ne propone un modello, ma piuttosto uno spazio pubblico di formazione. Uno spazio che, pur nella sua specificità, rappresenta tuttavia un’esperienza fortemente ispiratrice e intrigante per comprendere come sia possibile costruire innovazione e restituire pensabilità al futuro della formazione, dello spazio pubblico e del comune.

 

[Questo testo è frutto della partecipazione a Campus in Camps e trae influenza dal lavoro e dal pensiero dei fondatori, dei partecipanti, del team, dei collaboratori e degli ospiti che hanno dato e stanno dando il proprio contributo nello sviluppo del programma]

http://www.campusincamps.ps/about/

Note

[1] Michael Agier, On the margins of the world: the refugee experience today, Wiley & Sons Ltd., 2008. [2] Alessandro Petti e Sandi Hilal, Beyond the Public, a common space in Fawwar refugee camp, Theatrum Mundi, 2013.

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