Criminalità immaginate

Tra repressione e conoscenza. Il problema politico degli studiosi di mafia

La sintesi di uno dei contributi al recente e-book Università critica, edito da il lavoro culturale insieme a Effimera.

Chi fa ricerca su fenomeni segreti come quelli criminali, non può fare a meno delle fonti giudiziarie e dei documenti prodotti dalle forze dell’ordine: ordinanze, sentenze, informative di polizia, verbali di interrogatori, deposizioni di collaboratori di giustizia, relazioni d’inchiesta di organi investigativi. Fonti secondarie, ma soprattutto fonti intenzionali, prodotte con ben altri obiettivi rispetto a quelli dei ricercatori. Fonti su cui gli studiosi devono fare «una riflessione specifica: sono filtrate dall’occhio e dalle esigenze degli inquirenti, rispondono a domande e logiche diverse dalle nostre». La logica e gli obiettivi dell’analisi giudiziaria sono infatti diversi da quelli delle scienze sociali, così come di ordine del tutto diverso sono le verità indagate nelle due sedi.
In queste pagine ci soffermeremo sinteticamente sul problema del rapporto con le fonti con riferimento agli studi – per lo più italiani – dedicati alla criminalità organizzata di tipo mafioso, affrontandolo sia in relazione ai documenti utilizzati nell’ambito delle scienze umane e sociali sia con riferimento alle specificità che caratterizzano il lavoro degli storici. Attraverso questo angolo visuale ci proponiamo di mettere in luce come, in questo caso, la libertà di ricerca sia minacciata non tanto – o non solo – da soggetti che si propongono di ostacolarla direttamente o indirettamente, ma dalla forza egemonica del sapere sviluppato sulle mafie da parte di chi ha il compito di reprimerle.

Lo studio della criminalità organizzata pone infatti il ricercatore in una posizione difficile: la percezione sociale nei confronti dei soggetti di cui si vuole cogliere l’azione possiede un alto livello di saturazione interpretativa. In questo contesto, la disposizione legalitaria-repressiva svolge un ruolo dominante, che tende ad attrarre tutti i discorsi che si producono sul tema. Che lo scelgano o meno, molti tra gli studiosi di mafia appartengono a un campo più ampio – il fronte antimafia – all’interno del quale rivestono un ruolo non prevalente. Dalla loro posizione minoritaria, essi si trovano spesso ad accogliere le prospettive dominanti sul fenomeno mafioso, elaborate per lo più in sede giudiziaria e negli ambienti militanti. […]
La pubblicistica sulle mafie in Italia è in vorticoso aumento ormai da qualche decennio; passando in rassegna attentamente i numerosi titoli che la compongono è spesso difficile individuare il confine tra la cosiddetta letteratura grigia, quella giornalistica e quella specialistica: siamo sempre di fronte a lavori fortemente ancorati allo sguardo e al linguaggio della propria fonte di riferimento, inevitabilmente condizionati dall’analisi che magistrati e giudici hanno fornito dei fenomeni. Accade ancora oggi di trovarsi davanti a testi di analisi e ricerca sui fenomeni mafiosi che si avvicinano molto – nel linguaggio, ma anche nello sguardo – alle narrazioni giudiziarie delle vicende dalle quali prendono spunto, adattandole alle finalità del proprio lavoro intellettuale. […]
La questione che la ricerca sui fenomeni illegali ha eluso troppo spesso riguarda il rapporto privilegiato che il ricercatore stabilisce nel tempo con i propri informatori: magistrati, investigatori, membri delle forze dell’ordine, ecc. Come avviene con ogni informatore, queste relazioni si consolidano nel tempo, danno luogo a un accesso privilegiato ai documenti utili allo studio, si nutrono dello scambio di saperi e di conoscenze tra lo studioso e quello che in casi non rari diviene una persona di fiducia a cui rivolgersi per comprendere insieme la realtà studiata, e che viene frequentata anche al di fuori dello stretto ambito lavorativo (convegni e incontri pubblici in genere, ma anche momenti di vita privata). Nel caso delle fonti relative a un fenomeno pubblico complesso e ingombrante come quello mafioso, l’elusione del problematico rapporto con gli informatori ha implicazioni politiche specifiche e non secondarie. È forse superfluo ricordare la forte connotazione politica del discorso sostenuto nell’arena pubblica dai magistrati cosiddetti antimafia, specie in specifiche fasi storiche e con riferimento a processi di grande rilievo mediatico. In questo contesto, l’appellativo di testimoni qualificati, frequentemente attribuito agli intervistati dagli scienziati sociali che studiano i fenomeni mafiosi, diviene particolarmente problematico.
In che modo, dunque, la libertà di ricerca rischia di essere condizionata da questi aspetti? Dove risiede il problema politico del rapporto privilegiato con queste figure? Innanzitutto, nei differenti obiettivi dello studioso e dei suoi informatori (conoscenza da una parte, ordine e repressione, ma anche memorializzazione, dall’altra). Inoltre, vanno rilevate due differenti concezioni del fenomeno. Sebbene la magistratura antimafia sia profondamente differenziata al suo interno, il ruolo politico che i magistrati rivendicano nel dibattito pubblico fa sempre riferimento a una concezione giuridico-istituzionale della mafia, rappresentandola ancora oggi come un soggetto in grado di perseguire e mantenere un ordine parallelo a quello statale.
Gli studiosi, dal canto loro, hanno accumulato conoscenze in grado di tutelare il loro sapere da letture di questo genere. Non tutti ne tengono conto fino in fondo, ma la diffusa visione che tendeva a percepire mafia e Stato come due distinte entità in contesa tra loro per il controllo territoriale della violenza – una lettura tutt’oggi prevalente nelle rappresentazioni comuni della mafia – era stata messa in discussione già dai primi osservatori del fenomeno. Il definitivo superamento di una prospettiva dicotomica, almeno in ambito accademico, si deve all’opera di quegli studiosi che, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, misero in rilievo i limiti della categoria di «antistato», rappresentando i fenomeni mafiosi come elementi costitutivi della moderna organizzazione dei rapporti politici.

La produzione statale della fonte

Su ben diverse basi storiche di lungo periodo si è costituita la prospettiva giudiziaria. Il tema della devianza sociale e politica nella storia contemporanea comincia proprio con l’ingresso in Europa di quel nuovo soggetto – lo Stato moderno – prodotto dai movimenti sociali, economici e politici e dalla conseguente codificazione legislativa rivoluzionaria (presto restaurata).
Con la nascita dell’idea di Stato e con la sua incostante realizzazione si formano resistenze e conflitti con il nuovo soggetto. Talvolta a opporsi o negoziare con esso sono attori tradizionali che perdono gradualmente o violentemente una parte dei poteri locali di controllo del territorio e di servaggio economico a causa dei processi di centralizzazione. In altri casi sono attori nuovi, protagonisti di fondamentali movimenti di accelerazione (sviluppo industriale, mobilità, nazionalizzazione delle masse, pauperizzazione, movimenti “eversivi”); in altri ancora sono vecchi soggetti che mutano identità e sperimentano modalità e strategie diverse per la partecipazione al potere nel nuovo spazio politico.
Alcuni di questi soggetti rientrano nella definizione di classi pericolose, utilizzata dagli stessi organismi del controllo sociale – il prefetto in prima istanza e poi in modo sempre più complesso la polizia e la magistratura – di cui il nuovo Stato si dota per governare la popolazione su un territorio dato, costruendo uno spazio politico geometrico e uniforme, levigando ogni residuo potere di giudicare all’infuori di se stesso. Si determina dunque una costruzione esplicita di uno spazio di legalità e illegalità, di agibilità politica o di divieto, di valori e caratteri vincolanti che determinano i confini dell’esistenza politica e sociale.
Il ricercatore che studia i materiali prodotti dalle istituzioni dello Stato – con particolare riferimento a quelle del controllo sociale – si trova di fronte a un modello di relazione di potere tra sorveglianti e sorvegliati che si ripercuote sulla fonte, sul documento.
Lo scienziato sociale ha certamente a disposizione un importante strumento di conoscenza. La fonte giudiziaria e la fonte di polizia, estremamente diverse tra loro, hanno rappresentato infatti dei punti fermi per la ricerca, da cui partire per un maggiore approfondimento; ma per molto tempo sono risultate le uniche voci per la ricostruzione della realtà, specialmente nei casi di studio che hanno riguardato fenomeni di criminalità organizzata o dissenso politico e movimenti di lotta sociale.
Ecco dunque venire alla luce quel rischio di relazione diseguale e non reciproca tra lo scienziato sociale e le sue fonti. Illuminare dal punto di vista analitico la realtà, sia pure criminale, con l’utilizzo delle ricostruzioni giudiziarie o di polizia rischia di produrre una sovrapposizione delle funzioni tra studioso e magistrato, tra ricercatore e poliziotto. L’uso critico delle fonti, basilare per ogni studioso, in questo caso richiede uno sforzo ancora maggiore. Il rischio di condizionamento della libertà del ricercatore si trova a un livello ancora più sottile. Egli studia infatti fenomeni intorno ai quali l’urgenza di condanna morale e politica può portare a trascurare l’interrogazione sulle motivazioni, sulle dinamiche, sulle relazioni sociali ed economiche che producono quei fenomeni e consentono loro di consolidarsi. I soggetti istituzionali deputati alla repressione del fenomeno mafioso – così come la stessa legislazione antimafia – procedono in una direzione normativa che nulla ha a che vedere con le dinamiche che il ricercatore deve provare a ricostruire. Anche nei casi in cui questi sia consapevole del rischio e usi cautele adeguate, la progressiva specializzazione del suo sapere e il suo inserimento nel campo degli esperti di un fenomeno tanto rilevante nel dibattito pubblico lo espongono al rischio di avallare parte delle istanze portate avanti dagli altri attori che popolano questo campo.

Archivi e custodi di memorie

Anche per gli storici i documenti giudiziari costituiscono una fonte vitale. In particolare, la ricerca storica che ha visto emergere le tematiche del disciplinamento sociale e del controllo sulle classi pericolose si è servita con continuità di questa tipologia di fonti, arrivando in molti casi a intrecciare un rapporto problematico con gli stessi soggetti che le producevano e creando con essi uno spazio dialogico di interazione. […]
Gli archivi dello Stato formano il deposito materiale del discorso istituzionale. E, in misura diversa, anche della sua pratica. Nel nostro caso, custodiscono la costruzione-classificazione dei fenomeni criminali da parte degli apparati della sorveglianza e della repressione. Quello che arriva al ricercatore che vuol provare a mettersi sulle tracce di un fenomeno sociale nel passato reca solo alcune tracce della complessità del suo contesto sociale e culturale di provenienza. Non è (solo) un problema di segreto, di classified records and files o di misteriosi doppi fondi e intercapedini in cui si troverebbero le vere prove di un dato fatto o di un dato rapporto. Non sta qui il pericolo, il rischio per la libertà di ricerca. È necessario usare cautela di fronte al discorso sul segreto, ovvero sulla inconoscibilità di certi documenti che risolverebbero una volta per tutte i misteri della Repubblica. Non che non vi siano state sottrazioni o tentativi di sottrazione, anche istituzionale, di carte e prove, per nascondere responsabilità e ruoli rispetto a un dato evento criminoso. Tuttavia, il discorso sul segreto puramente declamatorio, sfruttando la pur giusta indignazione verso normative restrittive per l’accesso alle fonti e verso le operazioni di volontario inquinamento probatorio-documentale, rischia di sottovalutare il terreno e la pratica della ricerca possibile. Nell’accumulazione dei documenti, nel passaggio fra soggetti istituzionali diversi (poliziotti, magistrati, cancellieri, impiegati, archivisti, commissari per lo stralcio) e nell’analisi contestuale del loro ruolo sociale, politico e insieme normativo/amministrativo si possono trovare molte piste di ricerca che vanno ben al di là del documento chiave, della pistola fumante, e interrogano invece i processi storici nella loro complessità. […]

Naturalmente, nello studio dei fenomeni criminali come in altri campi di indagine, chi fa ricerca servendosi di fonti di questo genere incontra anche informatori auto-riflessivi e disponibili ad accogliere domande conoscitive diverse da quelle giudiziarie. Tuttavia, per quanto raffinata e indiretta sia la minaccia del frame legalitario – sta qui, a nostro avviso, il rischio maggiore – l’incontro con l’informatore ha spesso effetti considerevoli sulla libertà di ricerca. Effetti che incidono sulle capacità delle scienze sociali di rielaborare criticamente un oggetto (la mafia), di affrontarlo in una prospettiva che non separi concettualmente il corpo mafioso da quello istituzionale e sociale più ampio. Un approccio che non ceda alla tentazione di scindere le diverse componenti di un fenomeno complesso e che rinunci ad aderire in tutto e per tutto alla costruzione giudiziaria dello stigma mafioso, che inquadra le organizzazioni criminali in quanto soggetti in contesa con la sovranità statale. Una costruzione elaborata in una fase di estrema urgenza e di forza militare inaudita di una organizzazione criminale – Cosa nostra – alla quale lo Stato ha voluto rispondere con la repressione giudiziaria, mantenendo naturalmente la sua disposizione di interlocutore privilegiato delle cosche su altri e importanti fronti.

Università critica

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