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Tra palco e realtà. Reportage da Campovolo

Reportage dal concerto-evento di Luciano Ligabue al Campovolo di Reggio Emilia, tra rito collettivo e lunapark, neologismi ammiccanti e immancabili selfie. Le foto sono di Alessandra Calò.

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Il Campovolo di Reggio Emilia, aeroporto da diporto in bilico fra la decadenza e la riqualificazione, è per la maggior parte dell’anno un’area grigia quasi deserta. La dimensione del fenomeno Ligabue si comprende anche dalla capacità di dare un nome alle cose in una sorta di neofondazione: nella due giorni di evento dello scorso 18-19 settembre, il Campovolo si è trasformato in LigaVillage, mentre la pista d’atterraggio è stata ribattezzata LigaStreet e scandita da diversi LigaStore. Qualcuno, tornato dal concerto, mi racconta che scarseggiavano i LigaWC: l’unico neo in un’organizzazione quasi perfetta.

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I “Liganeologismi”, creati nella cultura degli hashtag ma rispetto a questi più potenti e fondativi, danno la misura della costruzione di un nuovo mondo in cui perdersi già nell’immaginazione. La lingua cambia e presso i fan di tutta Italia, ignari della toponomastica locale, capita che il “Campovolo” perda l’articolo e venga trattato come il nome di un paese o di una frazione: «Ligabue è di Campovolo: per questo ha creato un grande concerto» dice uno degli intervistati che non ha studiato bene la biografia.

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Ma per chi ha perso dei pezzi del mito e si è trovato qui quasi per caso – come un operaio bolognese a cui hanno venduto il biglietto al bar, la sera prima del concerto – non sono mancate le occasioni per recuperare. Al centro della LigaStreet è stata creata una “piazza” interamente dedicata alla carriera del cantante, dove è possibile acquistare anche lambrusco e popcorn («Lambrusco & pop corn, non è così facile, perché prima o dopo il sogno c’è la vita da vivere»), in una ricostruzione del fanclub storico barMario («Ci vediamo da Mario, prima o poi»).

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La musica, quella che nei lunghi giorni di prove ha fatto tremare i vetri fino al centro storico di Reggio Emilia, è solo una delle componenti dell’evento. Mentre lui è una minuscola sagoma che si muove sul palco, riecheggiato dalla sua copia in sincrono sui maxischermi, all’interno del Campovolo succedono molte altre cose. Si può visitare una mostra fotografica dedicata alla storia del cantante o assistere alle proiezioni di Radiofreccia (film girato dal cantante nel 1998) e di alcuni docufilm. C’è pure una ruota panoramica per vedere la zona del concerto dall’alto, e chiarirsi ogni dubbio sulla “disneyficazione” della realtà: il Campovolo è un parco di divertimenti dove sperimentare l’evasione.

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Grazie a questa formazione completa è facile passare dalla prima infarinatura alla santificazione, e pure il nostro operaio di Bologna finito qui per caso se ne tornerà a casa con una Special Box omaggio, contenente tra le altre cose anche un biglietto “memorabilia” che testimonierà di esserci stato anche lui, dentro a questo evento degno di essere ricordato. Se non fosse per i meriti dei normali fenomeni atmosferici, sembrerebbe quasi studiato a tavolino anche quel dislivello incoerente nell’asfalto proprio all’ingresso del Campovolo, eletto dai fan come il punto più adatto ai selfie, in leggero declivio verso la cancellata e ben integrato con lo sfondo del paese delle meraviglie.

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Fuori dal Campovolo accade quel che accade fin dai tempi dell’isola di Wight: tende ovunque, frotte di pellegrini, cumuli di bottiglie che a me sembrano sempre un angolo di prevedibilità, il punto più ordinato di una baraonda. Rimanendo al di qua del fenomeno, dalla parte di chi non ha il biglietto, riesco a farmi un’idea di come dall’alto si muovano le minuscole vite: volontari accorsi dalla provincia per presidiare le ambulanze, ex campi agricoli risvegliatisi parcheggi, venditori ambulanti scesi a sfruttare l’occasione, residenti preoccupati di non poter uscire di casa perché, per un giorno, il numero dei fan sarà pari a quello della popolazione di Reggio Emilia. In tanti hanno già ascoltato quasi tutta la scaletta mentre Ligabue provava la voce, così una signora con la maglia da fan se ne può tornare a casa proprio mentre tutti, invece, vanno a prendere posto.

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Una presenza sembra testimoniare la contiguità col mistico di questo grande evento: il predicatore, anche lui tra quelli che si aggirano intorno al Campovolo. Avanza controcorrente con fermezza e solennità, la Bibbia impiattata sul palmo della mano, prefigurando un regno della salvezza che a quanto pare è nella direzione opposta rispetto a quella della folla attirata dal palcoscenico. Un collega lo ha avvisato per tempo dell’eccezionale concentrazione di pecore smarrite: «Mentre il mondo va alla deriva, mentre il mondo va verso una fine» declama, «noi veri cristiani attendiamo il ritorno del Messia». Il furor di popolo è sempre uno spettacolo anche senza il biglietto.

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