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Epica stracciona per un figlio. Recensione a 108 metri

L’epica stracciona di 108 metri, una riflessione sul genere che è anche una recensione sull’ultima opera working class di Alberto Prunetti.

recensione 108 metri

Se uno studiato ti chiama signore, mettiti col culo a muro

Renato Prunetti

Scriveva Benjamin, a proposito della crisi del romanzo dell’inizio del XX secolo e di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, che il romanziere e il narratore epico assumono «due atteggiamenti diversi al cospetto del mare». Se lo scrittore epico si ferma sulla spiaggia, e si mette ad ascoltare la voce del mare, raccogliendo oziosamente le conchiglie e i relitti che la risacca trascina a riva, il romanziere è invece colui che naviga verso il mare aperto, laddove la massa d’acqua incrocia l’azzurro del cielo. In tal senso, secondo Benjamin «il luogo di gestazione del romanzo è l’individuo nella sua solitudine, incapace ormai di attribuire valore esemplare alle sue supreme aspirazioni, senza nessuno che lo consigli e neppure in grado di consigliare chicchesia»1. La stessa insormontabile e impotente solitudine che si respira nei romanzi italiani di questo inizio di secolo. Romanzi che vincono premi letterari, fanno tendenza e ispirano affollati festival della domenica in cui sciamano sovraeccitati lettori-individui, per poi sprofondare nel rumore di fondo della prossima pubblicità.

Ma questo non vale per chi il mare lo affronta dal porto di Piombino. Se alle spalle hai una costa sormontata dalle fauci delle acciaierie, di fronte si staglia l’irritante cartolina dell’arcipelago. E se vuoi raccontare una storia, e scrivere un romanzo, il tuo navigare incrocia tanti sassi ferrosi, mentre l’azzurro del cielo è sporcato dagli scarichi delle ciminiere. E quando quelle ciminiere hanno smesso di fumare, ad offuscare il cielo è il loro ricordo, il luogo in cui la tua storia è in gestazione, non è più la silenziosa solitudine del mare aperto, ma il crogiuolo rumoroso di un porto industriale. 

Per questo motivo 108 metri. The new working class hero (edito da Laterza e già andato in ristampa) l’ultima fatica letteraria di Alberto Prunetti, non è solo un romanzo o un’epica stracciona. È piuttosto un ibrido, una «narrazione working class» in cui luoghi, stili, forme, idiomi e immiginari si mescolano fino a trarre fuori il lettore dalla forzata solitudine della lettura.

Dell’epica omerica il libro possiede in primo luogo il racconto di un impossibile nostos, di un viaggio dalla costa piombinese alla terra promessa del lavoro, quell’Inghilterra post-thatcheriana dove mercato e individuo si sono messi alle spalle uguaglianza e società. Alberto, neolaureato, figlio d’operaio, doloroso esperimento di ascesa sociale brutalmente interrotta, ormai deciso a lasciarsi alle spalle il gorgo risucchiante dell’altoforno, sceglie di approdare in Inghilterra. Da un ristorante italiano a Bristol, ai cessi di un centro commerciale, dalle mense di una struttura educativa nel Dorset, alla raccolta dei lamponi nelle serre, per finire in una pizzeria turco-napoletana, il protagonista di 108 metri attraversa in modo grottesco e surreale tutte le inquietanti metamorfosi del lavoro flessibile, liquido, sfruttato dal più autocompiaciuto libero mercato d’Europa. Un viaggio stregato, senza punti di riferimento, come il naufragio di Gordon Pym da Nantucket, fra cannibali, bestie feroci e inquietanti poltergeist.

E quando, stremato dagli intrighi che la sorte e gli dèi frappongono al suo cammino, decide di tornare back to Iron Town, ad aspettarlo c’è lo stesso devastante virus che ha colpito il lavoro oltremanica. L’acciaieria, sminuita, ridotta, venduta agli ultimi avventori della globalizzazione, la forma di vita nella quale era cresciuto e nella quale era radicato, è in un declino inarrestabile. Un viaggio di ritorno impossibile quello di Alberto: al suo rientro anche Laerte/Renato, mitologico padre-operaio che avevamo conosciuto in Amianto, è caduto sotto i colpi dell’Entità che polverizza la forza-lavoro, stordisce la società e fa del mondo una farina greve. Arrendersi dunque alla farfalla Sfinge Testa di Morto che inibisce le proprie vittime con un sibilo ottundente, mentre le seduce indossando una parrucca biondo-Thatcher?

recensione 108 metri

No, impossibile. Perché si può ancora raccontare la storia di questa sconfitta. Ed è con la forma romanzo che 108 metri riscatta i fallimenti dell’epica stracciona di Alberto. Innanzitutto nei personaggi working class: il piratesco cuoco John Silver e il suo tarantolato aiutante Rodrigo, il coltissimo e obeso addetto alla pulizia dei cessi di un mall di nome Brian, e poi il supervisor dal volto umano Ross, che si avvale delle doti letterarie del protagonista per recapitare improbabili reclami alle multinazionali del preservativo, oppure ancora l’attore shakespeariano-inserviente della mensa Gerald, Ian, Fatty-boy. Tutti personaggi, al limite tra le lyrics degli Smiths e la penna di Irvine Welsh, dotati di una loro «grazia rude» dai quali il protagonista apprende qualcosa, di cui fa tesoro, archivio, restutuendoci un mondo vitale, non ancora fagocitato dall’Entità. In tutti questi incontri il dono offerto da Alberto ai propri interlocutori è quell’inossidabile tassello di realtà prodotto in serie dagli operai delle acciaierie di Piombino: quei binari di 108 metri, più lunghi del glorioso Old Trafford, sui quali viaggiano i treni del globo terracqueo.

Il romanzo subentra al naufragio dell’epica stracciona laddove Alberto ripercorre le origini di quell’insensata odissea britannica, raccontando un’adolescenza maremmano-labronica con la stessa incazzata malinconia di una canzone di Bobo Rondelli. Chi ha insegnato a fare metafore al figliolo di un operaio dell’Italsider? La scuola, si risponderà, quella scuola pubblica che negli anni Sessanta e Settanta fece quello che la Costituzione le aveva detto di fare: rimuovere le barriere che impediscono la costruzione dell’uguaglianza fra i cittadini e le cittadine della Repubblica, dotandoli tutti degli stessi strumenti per decifrare il mondo. E così che, in un universo infestato da padri gesuiti col pallino della pedagogia degli oppressi e da allievi di padre Ernesto Balducci, Alberto «con le castagne in tasca» apprende le delizie della lettura ed inizia a produrre le proprie metafore, a fare «i giochi di prestigio con i paragrafi, saldandoli tra loro per creare pagina dopo pagina architetture di parole e viti, di bulloni e lettere capitali».

Un apprendistato difficile, molto più ardimentoso di qualunque progetto di alternanza scuola-lavoro, che dapprima lo allontanerà dalle polveri dei campi di calcio sulle sponde della Gora, e poi gli permetterà di voltare le spalle ad altre polveri, ben più letali: quelle inalate dai trasfertisti dell’Italsider. Tradimento e riscatto, salvezza attraverso le metafore e di nuovo delusione, di fronte ad una Repubblica ingessata che ti offre il lusso di imparare a far metafore per poi indicarti la strada che porta ai cessi di un centro commerciale in Inghilterra.

E tuttavia, anche se canta un’epica stracciona, l’epica di una sconfitta, Alberto ha anche un po’ vinto. Non solo perché le metafore lo hanno portato lontano dal destino dell’altoforno ma anche, e soprattutto, perché le metafore gli permetteranno di fare circolare questa storia, di aggiungere «una minuta proteina di quel codice che avrebbe rotto le catene della sopraffazione».

Di essere padre della narrazione, di fare il padre, come il suo padre-operaio. 108 metri è in questo senso un esplicito passaggio di consegne rivolto direttamente alla coscienza civile dei lettori; un passaggio contenuto tutto nelle parole rabbiose dell’ex-operaio Quattr’etti: «E ricorda bene anche te, che sai trovà a modino le parole e hai studiato le metafore e le sai misurà col calibro, ricorda che quel ferro t’ha sfamato e t’ha fatto studià. Càntagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventà padri».

il lavoro culturale ha pubblicato l’incipit di 108 metri (lo potete leggere qui) e una recensione collettiva al precedente Amianto di Alberto Prunetti (la potete leggere qui).

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Note

  1. W. Benjamin, La crisi del romanzo. A proposito di «Berlin Alexanderplatz» di Döblin in A. Döblin, Berlin Alexanderplatz, tr. it. di A. Spaini, Rizzoli, Milano 2010, p. 3.
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