Milleuna

Rebeldía y Esperanza: storia di un esilio

Uscito da poco con la traduzione di Alberto Prunetti per la casa editrice grossetana Ouverture, “Rebeldía y Esperanza” raccoglie una serie di scritti di ribellione e speranza contro l’oblio che l’argentino Osvaldo Bayer elaborò durante il suo esilio in Germania fra il 1975 e il 1983.

Sarandí (Avellaneda), Argentina, 26 giugno 1980: il Potere Giudiziario ordinò il rogo pubblico di migliaia di libri del Ceal.

«Un esercito che brucia i libri non vincerà mai una guerra». Un’affermazione di speranza quella con cui Osvaldo Bayer commenta la desaparición dei libri, propri e di molti altri intellettuali, nella Buenos Aires da pochi giorni in mano alla dittatura militare che lo costringerà in esilio a Berlino per «otto anni, quattro mesi e tre giorni».

Esilio e memoria, abuso di potere dello Stato e militarismo, non violenza e diritto alla ribellione: sono questi i leitmotiv con cui l’autore mette a nudo la banalità del male e il macabro rituale delle armi. Osservatore critico e al contempo storico militante, Bayer incalza il lettore con comparazioni, parallelismi ma anche differenze irriducibili fra Germania e Argentina.

Buenos Aires/Berlino, Argentina/Germania: le due patrie – Heimat – della vita di Bayer, che costituiscono lo scenario costante di questo libro in cui i problemi e i sogni degli esuli politici degli anni Settanta s’intrecciano, in «una sorta di ricerca del tempo perduto», con quelli degli anni Trenta. Sigmund Freud, Robert Musil, Georg Kaiser sono alcuni degli esuli noti, vittime della violenza nazista come molti altri ignoti. Ed è con questi ultimi, umili e oppressi, che l’autore si identifica per trovare la forza necessaria per portare alla luce «verità conservate col chiavistello degli interessi dei privilegiati». Verità esposte con un linguaggio semplice e scorrevole che mettono a nudo, davanti alla società, «i boia del potere».

L’approccio storico ci permette di individuare chiaramente le origini del militarismo argentino nei rapporti con il regime prussiano, radicalmente opposto al pensiero libertario dei movimenti latinoamericani di indipendenza. «Un modello prussiano che è stato la colonna di sostegno dello stato gerarchico, reazionario e conservatore, con un’influenza innegabile e una partecipazione diretta nella scia della linea educativa e politica del Secondo Reich di ispirazione bismarkiana». Alla fine del XIX secolo, dopo un lungo soggiorno in terra germanica, il generale Ricchieri infatti si fa promotore delle «macchine infernali d’acciaio» targate Krupp. Sarà questo prussianizzato ufficiale l’ideologo della coscrizione militare obbligatoria in Argentina che darà il via ai grandi acquisti di armamenti.

Córdoba, Argentina, 29 aprile 1976: rogo di libri nel Commando del III Corpo dell’esercito argentino.

Il business delle armi che «segneranno la rovina della Germania prima e poi della democrazia argentina» rende evidente la dipendenza dai modelli europei di cui l’Argentina, come altri Paesi delle stesse latitudini, ha seguito i passi «in tutto il suo tragico percorso, senza cercare con l’immaginazione un nuovo ideale in una regione privilegiata, che per la sua posizione geografica risultava lontana dai centri dei conflitti internazionali».

Gli articolati intrecci fra la storia dell’Argentina e quella della Germania, fatti anche di migrazioni («L’emigrato economico del secolo passato ritorna come emigrante politico»), ci vengono presentati da Bayer facendo parlare, da bravo storico, i protagonisti: esuli, militari, ma anche intellettuali. Günter Grass, Max Frisch, Heinrich Böll, Rodolfo Walsh, Haroldo Conti, solo per citarne alcuni. Sono loro che tengono vivi gli ideali umani, troppo spesso travisati dagli establishment politici di turno (non solo di matrice dittatoriale) di democrazia e repubblica. Ideali fondati a sua volta sui principi immortali di libertà, uguaglianza, fraternità.

«Chi vuole sacrificare lo stato di diritto al terrorismo, che aborriamo; chi esige l’abolizione dei diritti fondamentali e chiede urlando il carcere preventivo, le torture, le esecuzioni e le sentenze immediate, troverà la nostra ostinata resistenza. Nonostante i suoi limiti, questa è ancora la nostra repubblica». Lo affermava nel 1977 il presidente degli scrittori tedeschi Walter Jens, ma è un’affermazione più che mai attuale che esprime il diritto alla ribellione, contro la violenza “istituzionale” giustificata in nome di “Dio, Patria e Famiglia”.

Diritto alla rebeldía che Bayer invoca costantemente in tutte le proprie opere – letterarie, giornalistiche e cinematografiche – attraverso la disobbedienza civile pacifica che si esprime nella sua denuncia dello stato delle cose, della ricerca della “verità storica” per chiarirle e formare un’opinione pubblica. È a questo tipo di ribellione che soggiace il principio speranza teorizzato da Ernst Bloch. «L’importante è imparare a sperare. […]. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, […]. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono».

Speranza e utopia sono pertanto elementi essenziali dell’agire e del pensare umano. E l’utopia che Osvaldo Bayer ci propone per salvare questa umanità tanto minacciata è la repubblica, «un’utopia che ha commosso il mondo e che si può realizzare, perché è frutto del pensiero umano».

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