Come sta il cinema italiano?

Raccontare il Sud

 Regista pluripremiato, Andrea D’Ambrosio (Roccadaspide, Salerno, 1975 è anche sceneggiatore e docente. Il suo documentario di maggior successo è Biùtiful cauntri, diretto nel 2007 con Esmeralda Calabria e Peppe Ruggiero. Il suo film più recente è Due euro l’ora, con protagonisti Chiara Baffi, Peppe Servillo, Alessandra Mascarucci.

Andrea D'Ambrosio

Fotogramma da Biùtiful cauntri

Da ragazzino nel paese in cui ho abitato quasi tutta la mia adolescenza c’era un solo cinema. Dava film a luci rosse. Ma anche film che conquistavano il pubblico. Il primo film che vidi lì si chiamava Legend (Ridley Scott, 1985). Era un film fantastico con un Tom Cruise giovanissimo. Da lì ho iniziato ad avere voglia di vedere tanti film, soprattutto quelli del cinema italiano del Dopoguerra. Una folgorazione: il cinema di Rossellini, Pasolini, De Santis mi ha conquistato la mente e il cuore.

A diciotto anni con la mia valigia di cartone approdai a Roma, ad una scuola di cinema. Fu la realizzazione di un sogno. I registi dei film che avevo visto da ragazzo furono i miei insegnanti: Peppe De Santis, Carlo Lizzani, Ugo Pirro, Florestano Vancini e tanti altri che hanno reso grande il cinema. Fra i tanti Franco Di Giacomo, grande direttore della fotografia, che mi permise di fare l’assistente alla regia in vari film. Da lì la scoperta del set.

Ma il mio primo amore fu il documentario, il cinema del reale. All’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma (AAMOD) ho visto tantissimi documentari fatti da grandi maestri. Iniziai i miei primi lavori nel 1998 autonomamente girando due piccoli documentari dedicati a Pasolini: uno sull’attore Mario Cipriani che aveva interpretato il personaggio di Stracci de La ricotta, e l’altro sul Pasolini friulano, dal titolo Nel paese di temporali e di primule.

Fino all’incontro con il produttore Gianluca Arcopinto, che mi diede la possibilità di girare un documentario narrativo, Pesci Combattenti, sui maestri di strada di Napoli. Distribuito da Lucky Red, fu il primo documentario ad uscire in sala e a ricevere un contributo ministeriale. Da allora ne ho fatti tanti, fino ad arrivare al mio primo lungometraggio di finzione Due euro l’ora.

Devo dire con molta sincerità che la città che mi ha fatto scoprire veramente il cinema è stata Roma, quasi una città che mi ha adottato. Dopo anni però sono ritornato nel paese della mia adolescenza. Ho deciso che devo raccontare il sud, quello che Carmelo Bene chiamava “il sud del sud dei santi”. Quello di Carlo Levi e di Danilo Dolci. In effetti ognuno di noi racconta un mondo che ama o che vorrebbe fosse migliore. Il cinema serve a questo. Uno specchio, spesso frantumato, della realtà che stiamo vivendo. Dovrebbe essere insegnato nelle scuole, già dalle elementari, perché niente come il cinema è un libro di storia per immagini su quello che è stato il nostro Paese. A volte per capire come era una città o per ricordarsi di usi e costumi del nostro Paese basta vedere un film e ti arriva in faccia la realtà di quello che siamo stati e di quello che forse diventeremo.

Tornato nel mio paese ho provato anche a salvare quel cinema in cui da ragazzo avevo visto i miei primi film a Pontecagnano. Abbiamo fatto una battaglia culturale enorme mobilitando anche attori e registi, ma nel 2013 il Nuovo ha chiuso per sempre lasciando un vuoto incolmabile. Al suo posto sorgerà l’ennesimo palazzo e l’ennesimo cemento in una provincia già lastricata da asfalto e indifferenza.

Le battaglie culturali importanti devono mirare ad arricchire le periferie del nostro Paese con punti di riferimento e luoghi di aggregazione. Togliere le persone dai divani dell’inedia e portarle al centro del paese. Una volta c’era la piazza, una volta ci si guardava negli occhi per capirsi. Girando con i miei lavori a volte in luoghi piccoli e dimenticati mi rendo sempre più conto dell’assenza di confronto e del desiderio di molte persone di essere protagoniste di un cambiamento culturale e sociale. Le politiche culturali dovrebbero essere improntate al recupero forte di aree marginali dell’intero Paese. Deve essere una battaglia di civiltà.

Della riforma Franceschini è buona la parte in cui si danno più soldi al cinema e si rimpingua il fondo ministeriale. La cosa che mi spaventa è che i punteggi saranno dati in base ai premi vinti, agli incassi e soprattutto in base alla solidità della società che produce. Non vorrei che questo distogliesse lo sguardo del giudizio dalla qualità del film. Comunque sia è una riforma importante. Bisogna solo salvaguardare ed essere vigili su quello che succede.

Ma la cosa più importante secondo me è lo sviluppo appunto dei territori. E qui assume una importanza fondamentale la film commission regionale che può aiutare sostanzialmente le produzioni indipendenti e invogliare le produzioni a girare sui territori. Sarebbe importante che ogni Regione stanziasse dei fondi per aiutare e supportare le produzioni. La Campania è stata assente per anni su questo. Ora la nuova giunta ha stanziato dei fondi per realizzare film e il supporto alle produzioni ma ancora non si sa come funziona.

Bisognerebbe seguire l’esempio virtuoso di regioni come la Puglia e il Trentino per poter attuare una sorta di federalismo cinematografico in cui si potrebbero girare dei film anche senza il supporto del Mibact. Ma la cosa più importante che mi sento di dire è che bisognerebbe accompagnare poi questi film nelle sale, cioè puntare sulla distribuzione. E lo stato dovrebbe avere il compito di aiutare i film che finanzia, altrimenti questi film avranno una vita difficile. Poi i film dei grandi autori secondo me non dovrebbero avere il finanziamento pubblico, sono film e autori in grado di camminare con le proprie gambe.

Nel girare il mio primo lungometraggio ha avuto una importanza fondamentale il comune in cui abbiamo girato, Montemarano, nel cuore dell’Irpinia. L’amministrazione e il paese ci hanno dato tutto, ospitalità e aiuto fondamentale. Il paese si è fermato per un mese e mezzo. Il film è stata una occasione fondamentale anche per i ragazzi del paese che hanno partecipato con entusiasmo aiutando i vari reparti. Hanno realizzato la struttura che è stata la nostra mensa. Ci hanno fatto sentire a casa con uno sforzo straordinario. Solo così si possono realizzare piccoli film che diventano grandi per dei piccoli paesi, anche quelli più periferici e isolati. È stato chiaramente importante lavorare con un produttore come Enzo Porcelli e il film si è avvalso del contributo ministeriale e della Rai, ma è stato importante avere l’appoggio incondizionato del territorio.

D’altra parte è importante il luogo in cui si gira perché molto spesso le storie nascono anche avendo davanti agli occhi un posto, che trasforma magari anche la storia che avevi nella testa. Raccontare una storia vuol dire anche raccontare un luogo. È il luogo che si racconta davanti ai tuoi occhi, davanti la macchina da presa. Purtroppo oggi la maggior parte degli autori raccontano se stessi, le proprie inquietudini, le proprie manie. Trovo invece che quel cinema fatto da chi proviene dal mondo del documentario riesca meglio a raccontare le inquietudini del Paese piuttosto che quelle del proprio ombelico.

Per questo diventa però sempre più difficile produrre e realizzare questo tipo di film: i produttori tradizionali investono poco in questo tipo di storie perché sanno che poi gli esercenti scelgono e puntano su altro. Con Due euro l’ora è stata una battaglia dura, quasi porta a porta, andando a bussare ad ogni esercente per avere almeno un giorno di programmazione. La stessa cosa capitava coi documentari. Penso a Biutiful Cauntri che è quello che ha avuto una massiccia circuitazione. È riuscito a rimanere un mese nelle sale perché la gente lo voleva, lo aspettava dato che era di forte attualità.

È importante per un autore riuscire ad esempio a trovare delle storie che possano avere un impatto maggiore sulla società civile. Oggi c’è un distacco enorme tra la gente e il cinema. Una volta quando usciva un film era un evento. Penso a Roma città aperta di Rossellini, o ad Accattone di Pasolini. Un film era una calamita per i media e per la gente. Quando usciva un film di Pasolini o di Elio Petri c’erano le file davanti al botteghino. Ora questo si vede solo con commediole di scarso valore o con film che hanno un forte battage pubblicitario o che arrivano da lontano.

Noi non sappiamo difendere la nostra identità e la nostra storia. Penso ad esempio alla tutela che la Francia dà al suo cinema e ai suoi autori prima di diffondere film stranieri che invaderebbero le sale. Perché la crisi e la depressione economica ci hanno squilibrato, e mentre altrove hanno rappresentato un punto di forza – penso al cinema mediorientale -, è stata l’ennesima batosta per una società ormai lontana dal voler capire che la cultura è un valore imprescindibile per il progresso non solo economico, ma anche morale e civile del Paese.

Il coraggio di cambiare è il coraggio di raccontare storie che ci raccontano e che possono arrivare anche fuori dall’Italia. La sfida del cinema italiano è questa. Con Due euro l’ora sto girando tantissimi festival nel mondo e mi rendo conto che il cinema italiano contemporaneo è quasi inesistente per gli stranieri. Il cinema italiano per loro è ancora quello del neorealismo, tranne rare eccezioni. Proprio perché è difficile far arrivare i nostri film lontano, nonostante lo sforzo di Filmitalia che fa un ottimo lavoro di promozione. Le case di distribuzione dovrebbero aiutare anche i film piccoli che molto spesso sono dei gioiellini che però non arrivano al pubblico se non grazie a festival e rassegne, vera linfa per chi vuol fare conoscere il proprio lavoro agli altri.

Fare un film significa guardarsi dentro e guardare lontano, cercando di proiettare negli occhi degli altri la magnifica illusione che abbiamo nel nostro cuore. 

Andrea D'Ambrosio

Sul set di Due euro l’ora

Filmografia

Ecce Nanni (1998); Attori di vita (1999); Gli anni nel cassetto (1999); Nel paese di temporali e di primule (2000); Come una nuvola che danza (2001); Pesci combattenti (2002, co-regia di Daniele Di Biasio); Checosamanca (2006, doc. collettivo); Biùtiful cauntri (2007, co-regia di Esmeralda Calabria e Giuseppe Ruggiero); I giorni della merla (2010, co-regia di Carla Del Mese); Di mestiere faccio il paesologo (2010); Campania Burning (2010, co-regia di Maurizio Cartolano); I frutti del lavoro (2014); Due euro l’ora (fict.).

Nuove proiezioni di Due euro l’ora sono in programma a Roma (il 23 marzo alle 15 in occasione del Premio Cinema Giovane), New York (il 30 marzo al Calandra Institute) e Bari (il 4 aprile, Edificio della memoria).

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