Piccola biblioteca delle scienze umane / Politiche del contemporaneo

Queer Crossings: tra teorie, corpi e testi

Queer Crossings. Theories, Bodies, Texts” (Mimesis 2012, collana LGBT diretta da Francesco Bilotta), è il frutto di una esperienza produttiva di un convegno internazionale e transdisciplinare organizzato da Silvia Antosa presso l’Università di Palermo nel giugno del 2010. Si tratta di un volume che contiene dieci saggi a firma di studios*, affermat* ed emergenti, che si incentrano su tre ambiti tematici chiave: teorie, corpi e testi. La prima sezione, Theories and Bodies, è dedicata all’analisi critica della complessa relazione tra il sè incarnato, sessuato e di genere con le teorie queer, gli animal studies, la rappresentazione delle identità non umane e le soggettività intersex. La seconda sezione, intitolata Texts, media and performances, esplora una varietà di modi di rappresentazione delle soggettività queer, che vanno dalla letteratura ai media all’ambito della performance, ponendo in discussione e riconcettualizzando alcuni punti chiave come soggettività queer, omofobia, performatività di genere, masquerade e travestimento. Proponiamo un estratto dell’Introduzione di Silvia Antosa.

Queer_crossings
Come è stato ampiamente riconosciuto, gli studi queer costituiscono un proficuo campo di ricerca che si è sviluppato negli ultimi due decenni e ha visto una proliferazione di scritti critici. Il movimento teorico queer è emerso all’inizio degli anni ’90 in seguito alla pubblicazione di tre testi chiave: Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità di Judith Butler e il numero speciale della rivista “differences: A Journal of Feminist Cultural Studies”, curato da Teresa De Lauretis e pubblicato nel 1991[1].

Si tratta di testi pubblicati in un difficile momento storico. Da una parte, la diffusione del virus HIV nella seconda metà degli anni ’80 aveva creato un clima sempre piú diffusamente omofobo, mitigato solo parzialmente dallo sviluppo dell’attivismo contro l’AIDS, che cercò di decostruire il luogo comune secondo cui il virus colpiva esclusivamente le persone omosessuali. D’altro canto, vi era un bisogno generale di ridefinire e teorizzare i discorsi esistenti su identità, genere e sessualità, che vennero posti in discussione e sovvertiti. Al fine di affrontare tali sfide, i tre lavori citati hanno problematizzato la relazione tra la teorizzazione del genere cosí come posta da* pensator* ed attivist* femminist*, e gli emergenti studi sulla sessualità sviluppati da* teoric* gay e lesbiche. Una della prime studiose a porre in essere l’urgenza di una riflessione piú sistematica sulla difficile relazione tra sessualità e genere è stata l’antropologa femminista americana Gayle Rubin. Ispirandosi principalmente al lavoro del filosofo francese Michel Foucault[2], Rubin ha posto in rilievo i limiti dell’investigazione femminista in merito alla sessualità. Per questo motivo, l’antropologa ha invocato lo sviluppo “di una teoria autonoma e di una politica specifiche alla sessualità”[3], ponendo così le basi per la creazione di un ambito di ricerca ibrido e decostruzionista che in seguito sarebbe stato denominato “queer”.

In passato il termine queer veniva usato come forma di hate speech contro color* che non erano conformi al paradigma sociale e sessuale eteronormativo. Tuttavia, agli inizi degli anni novanta tale termine fu rivendicato e risemantizzato come forma di protesta e di opposizione contro l’omofobia e altre forme di oppressione legate al genere e alla sessualità. Tale connessione è stata ben posta in rilievo nel 1993 da Judith Butler, che ha sottolineato come “il queer derivi la sua forza precisamente dall’invocazione ripetuta di ciò che ne ha prodotto il legame con l’accusa, la patologizzazione, l’insulto. Questa è un’invocazione attraverso la quale si è creato nel corso del tempo un legame sociale tra le comunità omofobe”[4]. Con “reiterazione” la filosofa americana non si riferisce a delle “semplici” ripetizioni o repliche ma a dei veri e propri atti reali che hanno il potere di legittimare o di condannare un numero di relazioni sociali e sessuali. Tuttavia, la prima studiosa che si è riappropriata del termine queer in modo critico è stata Teresa De Lauretis. Nello spiegare le ragioni per cui lo ha deliberatamente utilizzato, la studiosa ha affermato che costituiva una potente forma di resistenza contro la matrice eteronormativa. Inoltre, ha aggiunto che tale termine poneva in discussione la supposta omogeneità degli emergenti studi gay e lesbici, e portava alla luce la complessa inter-relazione tra razza e soggettività sessuali. In altre parole, De Lauretis ha risemantizzato il termine queer per invitare i suo* lettor* a costruire un nuovo ambito discorsivo e un modo diverso di pensare la sessualità[5]. Le forti motivazioni che hanno condotto alla rivendicazione del termine queer e alla nascita del relativo sistema di pensiero ben mostra la sua natura trasgressiva e provocatoria, poiché esso pone in discussione e sovverte la relazione stabile e apparentemente naturale tra sesso, genere, desiderio e pratiche sessuali.

Mentre i movimenti teorici e politici femministi, gay e lesbici hanno iniziato a ridefinire l’esistenza di una identità fissa e coerente, il queer va molto oltre e sfida la corrispondenza “naturale” e stabile tra sesso, genere e desiderio. Le teorie queer pertanto risconoscono e valorizzano tutte quelle forme identitarie che differiscono dal modello eterosessuale. In questo modo, interrogano il “sistema di norme che fanno sì che l’eterosessualità sembri naturale o giusta e che organizzano l’omosessualità come il suo opposto binario”[6], rifiutando e sovvertendo i binarismi omo/eterosessuale e maschile/femminile. Di conseguenza, esse sfidano la prospettiva eterosessuale dominante così come ogni altra forma di egemonia normativa inerente le identità. Inoltre, le teorie queer trasgrediscono e ridefiniscono i confini delle categorie identitarie per diventare, nella parole di Annamarie Jagose, “il punto di convergenza per un numero potenzialmente infinito di posizionamenti soggettivi non-normativi”[7].

holstad
Il queer è (dis)locato nello spazio interstiziale delle identità al fine di sovvertire l’idea stessa di soggettività coerente, e rifiuta qualsiasi forma di categorizzazione teorica. Tuttavia, proprio perché evita una definizione univoca, queer è anche un termine molto contestato che ha una varietà di usi e persino di abusi. Il queer infatti non puó essere facilmente contenuto all’interno di un singolo ambito disciplinare, nè è semplice identificarne gli obiettivi: si tratta di una categoria identitaria o anti-identitaria? È una metodologia accademica o un sistema di pensiero in perenne evoluzione che non puó essere facilmente categorizzabile? Inoltre, è un termine che viene frequentemente utilizzato come sinonimo e/o come termine ombrello per le identità lesbiche, gay, bisessuali e trans (LGBT). In entrambi i casi, ha una valenza onnicomprensiva che ambisce ad includere tutte le soggettività antinormative; allo stesso tempo, peró, corre il rischio di neutralizzarle collocandole all’interno di uno spazio discorsivo egemonico che elide differenze e specificità. Tale uso ‘indifferenziato’ e/o ‘esclusivo’ del termine queer potrebbe avere origine da un numero di questioni problematiche che cercheró di tracciare brevemente.

Innanzitutto, un approccio queer non può essere facilmente definito o identificato. Esso supera i confini del sistema dicotomico imposto dal paradigma eteronormativo al fine di evidenziare il potenziale di ogni singola identità; si può pertanto affermare che esso neghi a priori persino la possibilità di teorizzare una ‘nuova’ forma di soggettività? Quali sono allora le identità indicate dal queer? Come utilizzare in modo ‘appropriato’ il termine queer? In secondo luogo, la teoria queer si è originata al di fuori di un movimento politico: si tratta allora di una categoria esclusivamente intellettuale? Oppure è possibile usarla in entrambi gli ambiti – intellettuale e politico – al fine di enfatizzarne la prospettiva anti-totalizzante che si focalizza sulle esperienze individuali attraverso una ridefinizione problematica delle identità di genere e sessuali? Tali domande conducono al terzo punto: il problema dell’azione politica. Le teorie queer sono politicamente ambivalenti, poichè sono sia complici che critiche del sistema che esse stesse pongono in discussione. Esse operano per decentrare l’identità ed ‘aprirla’ contro ogni presupposto monolitico. Tuttavia, questo processo di decostruzione causa numerosi problemi, poichè sembra evidentemente negare la possibilità di creare un soggetto politico. Su questo punto, ritengo significativo citare alcune domande poste da Diana Fuss: “Quali significati assumono l’‘identità’, e persino l’‘identità sessuale’ in un nuovo spazio teorico e scientifico in cui la stessa nozione di identità è messa in discussione? […] La paura è che una volta che abbiamo decostruito l’identità, non avremo nulla (nulla, cioè, che sia stabile e sicuro) su cui edificare una politica”[8]. Per questi motive, studiosi come Donald Hall hanno proposto di parlare del queer utilizzando il plurale: solo in questo modo possiamo prendere atto e riconoscere la sua peculiare natura dialogica, auto-definitoria e persino contraddittoria[9]. Inoltre, la natura fluida dell’identità invocata da* teoric* queer sembra essere l’unica che possa riflettere la natura dell’identità umana, cosí come posto in rilievo da Gloria Anzaldùa, che ha affermato in modo convincente che “l’identità non è un insieme di piccoli scomparti riempiti rispettivamente di intelletto, razza, sesso, classe, vocazione, genere. L’identità scorre tra e sopra i vari aspetti della persona. L’identità è un fiume – un processo”[10].

Di conseguenza, nel loro costante tentativo di decostruire le solide certezze ermeneutiche, le teorie queer provano a prendere atto del dinamismo fluido che caratterizza l’umana esistenza e a riconoscere le identità come entità storicamente contingenti e socialmente costruite. Da tali premesse, consegue che la creazione di spazi di riflessione e dibattito tra le varie discipline è della massima importanza per la discussione e lo sviluppo delle teorie queer, che sono intrinsecamente inter- e trans-disciplinari, e non possono essere assimilate all’interno di una singola categorizzazione epistemica e discorsiva.

The Pink Choice, di Maika Elan

The Pink Choice, di Maika Elan

INDICE

QUEER CROSSINGS. THEORIES, BODIES, TEXTS
edited by Silvia Antosa, Mimesis 2012

Introduction, Silvia Antosa

THEORIES AND BODIES
1. Queer Embodiments: Fluidity, Materiality, Stickiness, Charlotte Ross
2. The Queerest Crossing: Questioning the Human-Animal Divide, Carmen dell’Aversano
3. Queering the Dead: Gay Zombies in the Dark Room, Alessandro Grilli
4. Narrating the Intersex Body in Jeffrey Eugenides’ Middlesex, Silvia Antosa

TEXTS, MEDIA AND PERFORMANCES
1. The Threat of Difference. Queering Homophobia in the Italian Closet, Marco Pustianaz
2. Italian (S)Queer Eyes: Surveying and Voicing TV Representations, Luca Malici
3. Notes on a Queer Visconti: Auteurism, Identity, and Ambiguity in The Damned (1969), Brendan Hennessey
4. Queering Proust. Rhetorical Incoherencies, Performance and Gender In-Version, Eleonora Pinzuti
5. Queens, Girls and Freaks, Kitamura Sae
6. Meeting Nina Rapi: Towards a Butch-Butch Aesthetic, Samuele Grassi

Note

[1] E. Kosofsky Sedgwick, Epistemology of the Closet, California University Press, Berkeley, 1990 (ed. it. Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità, a cura di F. Zappino, prefazione di S. Antosa, Roma, Carocci, 2011); J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, London and New York, 1990 (ed. it. Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, Roma-Bari 2013); T. De Lauretis, Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities. An Introduction, in differences: A Journal of Feminist Cultural Studies, Vol. 3, Issue 2, 1991, III-XVIII.

[2] M. Foucault, Storia della sessualità. Vol. 1: La volontà di sapere, trad. di P. Pasquino e G. Procacci, Feltrinelli, Milano 2001; Storia della sessualità. Vol. 2: L’uso dei piaceri, trad. di L. Guarino, Feltrinelli, Milano, 2006; Storia della sessualità. Vol. 3: La cura di sé, trad. di L. Frausin Guarino, Felitrinelli, Milano, 2009.

[3] G. Rubin, Thinking Sex: Notes for a Radical Theory of the Politics of Sexuality, in H. Abelove, M.A. Barale, D.M. Halperin (eds), The Lesbian and Gay Studies Reader, Routledge, New York and London, 1993, 3-44 (33-34) (ed. or. in C.S. Vance, ed., Pleasure and Danger: Exploring Female Sexuality, Routledge and Kegan Paul, London, 1984, 267-319).

[4] J. Butler, Bodies that Matter. On the Discursive Limits of “Sex”, Routledge, New York and London, 1993, 226 (ed. it. Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso, prefazione di A. Cavarero, trad. it. di S. Capelli, Feltrinelli, Milano 1996).

[5] Cfr. De Lauretis, cit., IV.

[6] R.J. Corber and S. Valocchi, Introduction, in Queer Studies: An Interdisciplinary Reader, Blackwell Publishing, Oxford, 2003, 4.

[7] A. Jagose, Queer Theory. An Introduction, New York University Press, New York, 1996, 101.

[8] D. Fuss, Essentially Speaking: Feminism, Nature and Difference, Routledge, New York and London, 1989, 103–104.

[9] D.E. Hall, Queer Theories, Palgrave Macmillan, New York, 2003.

[10] To(o) Queer the Writer – Loca, escritora y chicana, in B. Warland (ed.), InVersions: Writings by Dykes, Queers and Lesbians, Press Gang Publishers, Vancouver, 1991, 252-253.

Print Friendly, PDF & Email
Tags: , , , , , , , , , ,