Voci di fonte

Per fare un albero ci vuole un’auto

Proposte per un ecosistema culturale

“Ecologia della cultura significa costruire e salvaguardare gli ambienti culturali, curarli come se fossero un giardino, per l’odore e il colore dei fiori che vi sbocciano”.

Una postilla, una breve riflessione, un post lasciato su un social network. Il suo autore è Stefano Jacoviello, docente di semiotica all’Università degli Studi di Siena, musicista e attore teatrale, tra i coordinatori del progetto europeo Playing Identities. Migrazione, creolizzazione, creazione, membro del tavolo artistico e progettuale del Festival Voci di Fonte e del Festival Contemporaneamente Barocco.

Perché non provare a pensare che il Festival Voci di Fonte sia il concime, l’innesto ideale, all’interno del tessuto culturale di Siena, città cinta da antiche mura medioevali, che ogni giorno ospita centinaia di studenti italiani e stranieri, turisti, faccendieri, migranti e chissà quanti altri ancora? Ma dall’immaginazione si passa alla realtà. Molti di questi ospiti, attraversando il centro della città si soffermeranno ad osservare l’istallazione di Luca Baldini/Studio Q-bic di Firenze, collocata in piazza Salimbeni e appositamente realizzata per l’ottava edizione del festival.

Un tiglio dalla giovane età affonda le sue radici nella carcassa di un’automobile dal colore verde smeraldo: il suo tronco si erge dritto e robusto, la chioma piccola ma folta. Piantato nell’abitacolo della Volkswagen Polo e circondato dal terriccio, il tiglio sembra aver trovato il suo habitat ideale. A prendersene cura, giorno e notte, c’è il monumento a Sallustio Bandini, che lo scruta vigile e paterno. Tutt’intorno i palazzi del tredicesimo secolo, custodi di tesori artistici, oggi cuore pulsante delle attività bancarie della città.

L’auto è stata rifunzionalizzata: da mezzo di locomozione, a oggetto immobile, da involucro chiuso e isolato dall’esterno, a struttura concava, da sintesi tecnologica di meccanica ed elettronica a groviglio di rami, terriccio e lamiera. Alla velocità degli spostamenti lungo l’asse orizzontale è stata sostituita la stasi, a partire dalla quale l’albero può crescere in verticalità e al contempo affondare le sue radici di fronte alla piazza. È così che la natura riabita lo spazio in compagnia della tradizione artistica, al centro del tessuto urbano, immersa nel suo movimento. Piuttosto che rispolverare le opposizioni tra natura e cultura, tra passato e presente, per rimpiangere l’arcaica bellezza di un mondo perduto, precedente alla colonizzazione dall’agire umano, l’istallazione è il campo di sperimentazione per rintracciare, a partire dal contemporaneo, un nuovo equilibrio tra elementi naturali e culturali, tra la sensibilizzazione alla salvaguardia dell’ambiente e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Se l’arte e la cultura tutta si muovono su più linee temporali, cercando di farle collimare, persino scontrare, così da scatenare quella scintilla che nel presente riattivi le tracce del passato, la proposta di “ecologia culturale” che germoglia nell’istallazione di Luca Baldini si pone anch’essa all’incrocio dei tempi: quelli di una città intrisa di storia e tradizioni e quelli dell’esperienza distratta, costantemente stimolata, dei passeggiatori del corso.

La sostenibilità di un progetto culturale risiede anche nelle possibilità di giocare con le identità, i linguaggi e il territorio. Ogni sera un manipolo di artisti e membri dello staff del festival, in fila per il corso, ciascuno con una bottiglia piena d’acqua, si reca sino all’albero. Tra lo sguardo dei curiosi si svolge il rito conclusivo della giornata: con l’acqua si innaffia il tiglio, l’abitacolo pieno di terra la assorbe, l’ecosistema artistico cresce. Sarebbe un peccato se i tagli alla cultura recidessero anche i rami del tiglio e con essi le basi di tutto questo ecosistema, lasciando sprofondare nell’incuria anche i monumenti, i palazzi storici e le opere d’arte: sopravvivrebbero soltanto la lunga fila di vetrine e il chiacchiericcio assordante dei passanti.

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