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Privatizzazione urbana nel milanese: costruzione di nuovi ordini sociali

Il tema della privatizzazione urbana è più che mai attuale, visto che sempre più spesso si adottano misure urbanistiche e architettoniche per governare e privatizzare lo spazio urbano. Per esempio, nel ’900 Milano ha sostenuto un processo di urbanizzazione che negli ultimi trent’anni si è acuito tramite la costruzione e riproduzione di progetti urbani privati.  Il processo di privatizzazione milanese è oramai accettato nel dibattito pubblico e ha avuto ripercussioni nella gestione e produzione degli spazi urbani.

Foto I: Milano 2. Fonte: Lidia Monza.

Privatizzazione urbana a Milano

Milano e la sua conurbazione, un continuum senza “momenti urbani vuoti“, rivelano una produzione e gestione dello spazio attente alle visioni urbane e private. Milano non è la sola a presentare progetti urbani o architettonici utopici (come Corviale a Roma); tuttavia, mentre le politiche per la casa (seppur con gravi mancanze strategiche) hanno provato a risolvere la questone abitativa delle classi meno abbienti, a Milano sono stati supportati e appoggiati progetti volti a favorire la classe media borghese. Pertanto, Milano rappresenta ancora oggi un bacino di sperimentazione urbana basato sulla produzione di spazi privatizzati, come Cascina Vione o la più recente Milano Porta Nuova. 

Il villaggio dei giornalisti

Denunciando in un editoriale sul «Secolo» la mancanza di politiche abitative destinata ai ceti medio-borghesi di Milano e lo sguardo univoco della politica abitativa nazionale verso i ceti popolari, Mario Cerati propose la creazione di  una cooperativa edilizia per le classi medie e borghesi. Negli anni ’20 nacque  allora il villaggio dei giornalisti (zona di Greco), noto per edifici caratteristici come le case a igloo (foto II) e le ormai abbattute case a fungo (foto III). Il quartiere è stato uno dei primi esempi di privatizzazione a Milano, e conta oggi otto case igloo oltre alle ville in liberty lombardo e alla più famosa “casa palafitta“ dell’architetto Luigi Figinii.

Foto II: Casa a Igloo. Villaggio dei giornalisti. Fonte: Lidia Monza)

Foto III: Casa a Fungo – Villaggio dei giornalisti. Fonte: https://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/la-strada-delle-case-a-fungo-e-delle-case-a-igloo/.

Con il boom economico, non furono attuate politiche edilizie capaci di affrontare l’ondata migratoria proveniente dalle campagne e dal Sud Italia. La pressione politica sulle forze di governo preveniva l’adozione di regolamenti edilizi o di un piano regolatore atti a contrastare la speculazione. L’amministrazione milanese crea dunque altri progetti urbani a uso privato, come il complesso residenziale de I Giardini La Viridiana nel quartiere di Baggio, Milano San Felice a Segrate, e Milano 2, sempre a SegrateiiUna città ideale per i ceti borghesi, lontana dalla Milano caotica e insicuraiv, a rappresentare la visione urbana per eccellenza di questo contesto storico-politico.

Le zone più periferiche di Milano attrassero i ceti più abbienti tramite le creazione di progetti privati. Se la classe operaia non riscontrava particolari benefici dal boom economico, la classe media cresceva invece senza trovare un proprio spazio nella città. Si acuiva la disuguaglianza politico-sociale e si iniziava a parlare apertamente di crisi della città o crisi urbanaiii.

Milano 2

Milano 2 venne costruita dalla Edilnord Sas a Segrate tra il 1969 e il 1971. È una masterplanned community ispirata alle new towns inglesiv prevedendo ventotto condomini, quattro scuole pubbliche, due hotel, un club sportivo, una chiesa e un centro commerciale come punto d’incontro per la comunitàvi. Il centro commerciale tuttavia non venne mai costruito, e al suo posto sorse il quartier generale di Mediasetvii. Inoltre, il progetto proponeva un’innovativa suddivisione dell’alveo stradale da quello ciclo-pedonale (foto IV). 

Foto IV: Pianta di Milano 2. Fonte: Edilnord Sas, 1976.

Milano 2 si presentava come reazione alla crisi urbana e della società milanese. L’Edilnord Sas costruiva una visione urbana lavorando sia a livello discorsivo sia materiale, mettendo a confronto Milano con la sua alternativa, Milano 2. Nonostante siano passati quarant’anni dalla sua costruzione, Milano 2 continua a idealizzare la vita urbana attingendo all’imaginario romantico e idilliaco della vita in un piccolo borgo rurale. La clientela della master-planned community è rappresentata prettamente da famiglie e persone di ceto medio-alto desiderose di fuggire dalla Milano descritta e percepita come caotica, anonima, grigia e pericolosaviii.

Questi argomenti contribuivano a creare il discorso sulla crisi della città con una precisa connotazione politico-sociale. Attraverso la pubblicità, l’Edilnord Sas definiva l’habitat dei potenziali abitantiix, costruendo uno spazio urbano a priori che ne comprendesse tutti gli aspetti della vita quotidiana e ne (ri)definisse lo stile anche tramite il lavoro dell’apparato amministrativo di Milano 2.

Tale apparato, infatti, è di stampo prettamente manageriale, e quotidianamente (ri)produce i valori sociali, politici ed economici del tempo, portando avanti di fatto ancora oggi la visione urbana dell’Edilnord Sas. Il processo di privatizzazione dello spazio urbano di Milano2 ha permesso, insomma, di eliminare “il momento politico” descritto da Ranciére e la possibilità di dissentire tramite un conflitto politico, eliminando pertanto le richieste della collettivitàx. Aumenta, di contro, il privatismo sociale su base economica, creando una comunità omogenea. 

Per una costruzione di visioni urbane e nuovi ordini sociali

Gli esempi d’iniziativa privata descritti rappresentano una iperrealtàxi urbana in cui la produzione e gestione degli spazi creano narrazioni sulla crisi della città. Inseguono visioni urbane volte alla produzione di una società ideale esclusiva ed escludente, al controllo di ogni aspetto della vita degli abitanti e alla costruzione di spazi urbani omogenei economicamente, politicamente e culturalmente, determinati da una condizione post-politica dove il senso del comune lascia spazio a una crescita del privatismo che accresce le disuguaglianze socio-economiche.  

Questi progetti sfruttano i discorsi sulla crisi delle aree urbane, la mancanza di fondi pubblici per le infrastrutture e il contributo delle amministrazioni comunali alla privatizzazione urbana. Il processo di privatizzazione è infatti accolto positivamente dalle istituzioni pubbliche, sempre alla ricerca di finanziamenti privati per opere e infrastrutture. La propensione delle istituzioni pubbliche ad accettare forme di urbanità privata conduce a un processo di normalizzazione che consolida e diffonde condizioni post-politiche di segregazione sociale, etnica ed economica.

Milano 2 e il villaggio dei giornalisti rappresentano ancora oggi, in questo senso, dei modelli di privatizzazione urbana che ridefiniscono lo stile di vita urbano creando un nuovo ordine sociale e “lavorando” sul concetto di omogeneità. Questo nuovo ordine sociale si inserisce in un contesto socio-politico più ampio, dove si creano spazi e barriere per limitare l’eterogeneità e l’accesso di persone indesiderate. 

Iniziative private recenti come Cascina VioneMilano Porta Nuova e Milano Citylife rispondono diversamente alla crisi della società contemporanea. Da un lato aumentano la segregazione sociale ed economica, dall’altro partecipano al paradosso neoliberale con l’apertura apparente degli spazi urbani ai consumatori. Tutte queste forme di privatizzazione urbana producono bolle sociali impenetrabili e città aperte solo al consumo. 

                                                          

i. Luigi Figini fu un architetto membro del MIAR (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale). Lavorò in collaborazione con Gino Pollini. La casa palafitta “villa Figini” fu costruita dall’omonimo architetto come villa di famiglia tra il 1934-1935 e rappresenta un esempio di architettura razionalista ispirata agli insegnamenti di Le Corbusier. La villa è tutt’oggi in uso dalla famiglia Figini.

ii. L. Monza, Urbanen Visionen als Leitbilder der neuen Sozialordnungen: Milano 2 und Celebration, Münster, Westfälisches Dampfboot Verlag, 2018.

iii. Con «crisi della città» si intende un discorso mediatico e politico in cui la maggior parte delle città sono considerate luoghi pericolosi, insani, decadenti a livello architettonico ed economico e non adatti a una vita familiare. Questi discorsi sottolineano la percezione negativa dei cambiamenti sociali, in termini di differenze di classe, etniche ed economiche. I discorsi sulle «crisi delle città» sono specifici per ogni luogo e società e quindi inscindibili dall’organizzazione politica, sociale ed economica di un determinato Stato. D. Harvey 2007, Kleine Geschichte des Neoliberalismus. Zürich: Rotpunktverlag, 2007.

iv. L. Monza., Milano 2: The Conceptualization of the ‘Re-definition’ of Urban Life. In: S. Mössner, B. Miller e T. Freytag: Cities and the Politics of Urban Sustainability”, Die Erde – Journal of the Geographical Society of Berlin, Vol. 148 (4), 2017, pp. 238-252.

v.  Edilnord Sas, Milano 2. Una città per vivere, Cinisello Balsamo, 1976.

vi.  Op. cit.

vii. Ruggeri e M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul Signor Tv, Milano, 1994.

viii. Vedi iv.

ix. P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, 2001 [1982]. x J. Rancière e D. Panagia, Dissenting Words. A Conversation with Jacques Ranciere, Diacritics Vol. 30 (2), 2000, pp. 113-126.

xi U. Eco, Dalla periferia dell´impero. Cronache da un nuovo Medioevo, Tascabili Bompani, Bologna, 2004.

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