Segnalazioni

“Precious”: le piccole cose preziose del jazz

Recensione del nuovo disco di Fabio Accardi.

Comincia l’anno, e in linea con l’intento di rinnovarsi ho deciso di scrivere una recensione – cosa per me del tutto inusuale. Riguarda un disco di jazz italiano appena uscito: Precious, di Fabio Accardi, prodotto dalla piccolissima etichetta barese Mordente. “Una novità” si direbbe. Probabilmente non ne parleranno in molti. Non so se il disco si farà strada nel 2017, ma di sicuro la sua “freschezza” esclude le mie poche riflessioni dalla partecipazione a tutti i dibattiti che in questo periodo si attorcigliano intorno alle classifiche che ogni buona rivista di musica dedica a ciò che è successo nel 2016, dividendo fra detrattori e sostenitori dell’uno o dell’altro artista le acque ormai quasi in secca di quello che una volta era il mare degli appassionati di musica.

Ma una recensione deve servire a qualcosa: non certo a rassodare l’ego del critico, benché questo sia l’effetto statisticamente più rilevato; deve piuttosto portare l’attenzione su un oggetto che permette di vedere altro: ciò che ci riguarda al di là di esso stesso. Ebbene, Precious invita a smentire una serie di luoghi comuni che ammalano chi il jazz lo frequenta, lo ascolta, ne parla, e talvolta anche chi lo fa. Tuttavia, alcuni sono pregiudizi estesi a tutti i generi musicali, e allora vale la pena di metterli in luce perché un giorno possano essere sradicati almeno dalle menti di coloro che chiedono ancora di poter gustare la musica senza trattarla da materiale di consumo del proprio tempo.

Innanzitutto, Fabio Accardi, autore di quasi tutte le musiche di Precious (eccetto The church di Hermeto Pascoal e il celebre omaggio di Jack de Johnette a Nana Vasconcelos), è un batterista. Ma chi ha detto che i batteristi non sappiano scrivere musica?

Negli ambienti del jazz circolano parecchie barzellette, freddure, modi di dire che si prendono gioco di chi siede dietro a piatti e tamburi. In Francia li chiamano “batteurs”, e i vecchi libri di teoria musicale ancora in auge nei nostri conservatori definiscono i loro “strumenti non intonati”. Eppure non sono poche le testimonianze di musiche eccellenti composte da batteristi: primo fra tutti, ad esempio, quel Paul Motian che, dopo aver partecipato con Bill Evans e Scott La Faro a rivoluzionare il concetto del trio pianistico, ha continuato a pubblicare dischi sempre avvincenti con formazioni inaspettate.

Si potrebbe obiettare: Motian era un poeta. Accardi invece è semplicemente un batterista, con una già lunga carriera, una formazione internazionale e una sensibilità maturata negli anni attraverso le esperienze nella musica brasiliana, nel funky, nel soul, e in quella invenzione tutta barese che è stata l’acid jazz italiano dei Novanta. Ma anche in tutto il jazz più recente, suonato al fianco di artisti di livello globale, oltre che insieme ai suoi compari di sempre, molti dei quali hanno deciso di vivere “local” e da quell’angolo di periferia a sud est del nostro Paese continuano a sfornare musica a volte più vivace di quella prodotta nelle capitali dell’impero.

Come nei suoi due album di composizioni originali precedenti – Arcoiris, nato a Parigi nel 2007 e Whispers, 2012– , in Precious la musica di Accardi si presenta sempre elegante, curata nei minimi particolari senza mai eccedere nella spacconeria dei virtuosi che riempiendo le composizioni di esercizi ginnici finiscono per far apparire il (cattivo) jazz apprezzabile più da chi lo suona che da chi lo ascolta.

Ma chi ha detto che ciò che è raffinato, quasi sempre, non sia culturalmente valido?

L’ideologia della militanza ci ha abituato al pensiero che la vera creazione artistica debba essere caratterizzata dalla spontaneità. Questa porta con sé a catena un po’ di necessaria rozzezza nello sviluppo delle idee, la cui prepotente pulsione rivoluzionaria non concede all’artista il tempo dei ripensamenti, dello stile, della cura per il dettaglio espressivo. Tanto cantautorato dei gagliardi anni Settanta sembra essere sgorgato così, oscillando sul limite fra una allegra immediatezza popolare e una ignoranza ricercata, brandita come strumento di lotta di classe, senza mai dimenticare di dover essere un po’ chic.

Il problema però è che tanto a livello accademico, cosiddetto “colto”, quanto a quello della canzone popolare, l’ideologia della militanza a tutti i costi finisce per fornire uno spesso mantello a opere non proprio memorabili, accettate e addirittura apprezzate perché l’autore è “uno di noi” e combatte per cause giuste da cui non è possibile dissociarsi.

Ma la musica è – anche – mestiere, duro lavoro di applicazione volto a modellare, architettare, costruire complesse strutture di suoni nel tempo, su quelle prime sole due, o massimo tre battute che Brahms saggiamente attribuiva all’ispirazione. Senza questo lavoro non ci sarebbero state le sinfonie di Beethoven, l’Arte della Fuga, ma nemmeno meravigliosi dischi come The Dark Side of the Moon, The Nightfly di Donald Fagen, o le sonorità delle Destiny Child che, in barba ai moralisti sacerdoti del rumore, hanno segnato l’universo sonoro contemporaneo molto più di qualche ameno rocker “indipendente”.

Precius Accardi 2

Gli arrangiamenti di Accardi, oltre che creare un’atmosfera che talvolta rimanda ad altri dischi ispirati dalla stessa pulsione ecologista (come Emergency on Planet Earth, il debutto di Jamiroquai del 1993), sembrano voler assistere gli episodi solistici del sax, del pianoforte e della chitarra, permettendo di mostrarsi in tutta la loro profondità. Ogni assolo riesce a conservare la stessa tensione fra un passaggio e l’altro del fraseggio, punteggiato ritmicamente con sapiente discrezione dal tappeto sonoro intrecciato dalle percussioni del leader e dal basso di Luca Alemanno, che nonostante la giovane età già mostra preparazione tecnica, chiarezza di pensiero musicale e una spigliata capacità nel gestire la voce dei suoi strumenti.

Un’altra menzione la merita la chitarra di Francesco Poeti, sempre attenta a controllare le dinamiche dell’insieme strumentale alternando precisi ostinati a impasti sonori elettrici che aprono vie di uscita verso altri mondi musicali.

Il sound di Precious è quello dei grandi autori brasiliani, da Djavan a Milton Nascimiento, mescolato alle suggestioni elegiache del primo Pat Metheny, e articolato alla luce delle moderne strutture ritmico-armoniche della attuale produzione newyorkese. Ma in tutto ciò, le melodie non smettono mai di cantare. In modo particolare quelle estemporanee dell’ottimo Claudio Filippini, che già era stato capace di legare respiri e sospiri dell’ascoltatore al gesto delle sue mani nel suo disco in trio con Palle Daniellsson e Olavi Louhivuori (Facing North, CamJazz 2013).

Difficile spendere parole adeguate per il fraseggio sassofonistico del “solito” Gaetano Partipilo (ascoltatelo nel magistrale Daylight, prodotto da Tuk nel 2016, passato pressoché inosservato alle orecchie di critici e occhiuti organizzatori di festival). Partipilo è ormai giunto a un livello di maturità tale da potersi affacciare nella storia del jazz, e non solo di casa nostra. Questo succederà ovviamente solo quando un bel giorno i provinciali dell’ascolto e della critica cominceranno finalmente a gioire limpidamente di ciò che è “in provincia” accanto a loro, piuttosto che ciurlare nell’indifferenziato o puntare il naso verso lune talmente lontane da dirci poco di veramente comprensibile e genuinamente interessante.

Insomma, il bello di Precious è che non è un disco epocale. Non è il capolavoro che può campeggiare nella nostra discoteca fra i titoli immortali, e non pretende nemmeno di esserlo. Precious è veramente un buon disco di jazz, perché del jazz ci fa capire molte cose senza appellarsi a fumose mitologie di geni maledetti, o associandosi a pretestuose lotte civili che non possono vederci sinceramente in prima fila senza scadere nel ridicolo. Del jazz Precious ci mostra forse la cosa più importante: che la poesia si cela nelle piccole sorprese quotidiane, le più preziose.


Il disco:

Precious

Fabio Accardi // drums

Gaetano Partipilo // alto and soprano sax; flute

Claudio Filippini // piano, Fender Rhodes, Wurlitzer

Francesco Poeti // electric and acoustic guitar

Luca Alemanno // double bass and electric bass

 

  1. Biodiversity (F. Accardi)
  2. Wonderland: let the children play (F. Accardi)
  3. A Natureza, nossa princesa (F. Accardi)
  4. Preludio pra Nanà (J. de Johnette)
  5. Little Church (H. Pascoal)
  6. (S)heaven can’t wait (F. Accardi)
  7. Scarlett, scent of a woman (F. Accardi)
  8. Thirty ways to… (F. Accardi)
  9. Oceans: the whales’ song (F. Accardi)
  10. Biodiversity (reprise)

 

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