Common Food

Politiche e movimenti per la biodiversità coltivata

Il caso italiano dell’associazione Rete Semi Rurali.

La natura umana è una relazione multispecie

Anna Tsing, The Mushroom at the End of the World

Gea Turco: sementi di grano.

Dalla Green Revolution fino agli anni Novanta l’approccio dominante alla biodiversità agraria è stato quello basato sulle nozioni di “risorse genetiche” ed “erosione genetica”, come dimostrato da Bonneuil e Fenzi in un recente articolo del 2016. La conservazione in banche del germoplasma (conservazione ex-situ) era considerata come la migliore strategia per tutelarsi dall’inarrestabile e inevitabile avanzata delle monoculture e dall’industrializzazione dell’agricoltura. In quest’ottica, la natura è pensata esclusivamente come risorsa e i geni sono i rappresentanti della biodiversità.

Dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) firmata a Rio de Janeiro nel 1992, assistiamo ad un graduale cambiamento di prospettiva, dove appaiono sulla scena le comunità indigene alle quali è riconosciuto un ruolo importante nella tutela e nell’innovazione della diversità agraria (conservazione on farm). Nella Convenzione il concetto stesso di diversità agraria è concepito come un’interazione di aspetti biologici e culturali.

In Italia, il caso della Rete Semi Rurali (RSR) rappresenta uno degli esempi più interessanti di gestione partecipativa e dinamica della biodiversità agraria. Nata nel 2007 dall’unione di associazioni contadine (attualmente quarantadue associazioni), RSR è luogo di confronto di un’eterogeneità di soggetti sociali, fra le quali: reti e distretti di economia solidale, associazioni di produttori biologici e biodinamici, organizzazioni di seed savers.

Dalla sua fondazione molto del lavoro svolto è stato dedicato ai cereali e particolarmente al grano. La maggior parte dei produttori rurali che ne fanno parte praticano un’agricoltura biologica (anche se non necessariamente certificati) o con ridotto uso della chimica di sintesi (a basso input) e legata in parte alla coltivazione di varietà locali di grano o popolazioni evolutive.

Nel 1961 la Convenzione UPOV (poi rivisitata nel 1972 e 1991) stabilisce i diritti del costitutore (Plant Breeder’s Rights) della nuova varietà che per essere protetta deve rispettare i requisiti di uniformità, stabilità, distinzione e novità. Ciò ha portato ad una omogeneizzazione della diversità genetica dentro ogni nuova varietà. Piante geneticamente identiche non hanno la variabilità genetica per adattarsi ad ambienti diversi (che invece devono essere uniformati col ricorso ai fertilizzanti e pesticidi) o ai cambiamenti climatici. Per questo nella Rete si è cercato di lavorare nella direzione opposta: coltivare la diversità e diffonderla, facendola evolvere secondo i distinti ambienti del territorio italiano e le necessità dei sistemi sociali che la ospitano.

Campi sperimentali presso l’azienda Terre Frumentarie in Sicilia: selezione partecipativa durante la campagna “Coltiviamo la diversità: un mese di cerali 2017”.

Il miglioramento genetico partecipativo-evolutivo, sviluppato negli ultimi anni dal genetista italiano Salvatore Ceccarelli, è legato alla partecipazione degli agricoltori (ma anche di mugnai, pastai, consumatori, etc…) nella selezione varietale, lavorando sulla loro capacità di adattarsi naturalmente ad ambienti specifici.

Queste tecniche di miglioramento genetico permettono alla biodiversità agraria non solo di tornare nei campi degli agricoltori, uscendo così dalle banche del germoplasma, ma anche ai produttori di tornare a fare sperimentazione e a interagire con le conoscenze della genetica agraria.

Questo dialogo fra scienza e agricoltori è uno degli aspetti più significativi di queste metodologie di gestione della biodiversità. L’ambiente inoltre è visto come insieme d’interazioni all’interno di un sistema ecologico, motore dei cambiamenti genetici delle piante. Quindi, piante che si evolvono e trasformano in una complessa rete di relazioni.

Dall’introduzione di queste varietà cerealicole, dei miscugli e delle popolazioni evolutive i cambiamenti hanno riguardato l’intera organizzazione della filiera favorendo la formazione e il consolidamento di soggetti collettivi locali dove si sviluppano e discutono principi e valori condivisi, dove saperi contadini e saperi scientifici, classicamente divisi ed ordinati gerarchicamente, tornano a dialogare. La gestione dell’agrobiodiversità nella RSR è quindi un complesso processo politico che mira a ridefinire gli assetti consolidati dei moderni sistemi alimentari basati su una concezione predatoria della natura.

In ciò che è stato detto è facile notare alcuni cambiamenti nel modo di pensare l’agrobiodiversità e in senso più ampio la natura. Non solo uno stock di geni o una risorsa, ma anche un complesso di interazioni che coinvolgono tanto le piante quanto tutti gli attori che in qualche punto della catena alimentare entrano in contatto con loro.

Gestire dinamicamente la biodiversità nella Rete significa costruire pratiche collettive e condivise. Ciò avviene nel rispetto dell’autonomia e dei modelli locali di organizzazione. Il coordinamento della Rete, legato a uno staff, ha funzioni di supporto delle comunità locali, laddove richiesto, con organizzazione di incontri o sviluppo di progetti, ed ha anche l’importante funzione di lobbying e articolazione con le altre reti europee.

Biodiversità

Contest panificazione presso l’azienda agricola Floriddia in Toscana durante la campagna“Coltiviamo la diversità: un mese di cereali 2016”.

Nel paradigma moderno la diversità agraria è pensata esclusivamente come un oggetto che deve essere riprodotto mantenendo fedelmente determinate caratteristiche per le quali è stato conosciuto e verrà ri-conosciuto.

Il brand “grano antico”, per citare un esempio, ci porta a pensare che ci sia un’identità fra le attuali varietà locali e i lontani progenitori nel passato, che mani sapienti avrebbero rintracciato e riportato nei nostri piatti. In questa idea non è possibile pensare il continuo cambiamento che avviene nelle singole varietà e nelle popolazioni evolutive.

Il paradigma della natura come risorsa e della specie mantenuta in purezza ha orientato i moderni sistemi alimentari e le forme di tutela della biodiversità agraria: dai sistemi di protezione della proprietà intellettuale (basati su uniformità e stabilità delle varietà costituite), alle catene di trasformazione dell’industria alimentare (che necessitano di una standardizzazione del “prodotto”), ai marchi commerciali (generalmente pensati per varietà pure).

Nel lavoro che RSR sta conducendo sui miscugli e sulle popolazioni evolutive possiamo vedere una controtendenza. La biodiversità agraria è valorizzata nelle sue interazioni con l’ambiente e la società e quindi nel cambiamento, contribuendo così alla trasformazione di pratiche agrarie e rappresentazioni della diversità vegetale – e con esse il modo di considerare l’umano.

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  • Matteo Petitti

    Ottimo articolo, il lavoro della Rete Semi Rurali e’ articolato e complesso e sta avendo un impatto positivo e significativo sia a livello istituzionale che di comunità e associazioni attive sul territorio. Per chi volesse approfondire l’aspetto del miglioramento genetico evolutivo su cui la Rete sta lavorando da 7 anni, puo’ visitare il mio research blog: http://www.plantagbiosciences.org/people/matteo-petitti/