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Peano e Terranova: una conversazione ininterrotta


Qui di seguito le parti salienti dello scambio avvenuto a Calibro tra Marco Peano (L’invenzione della madre, minimum fax) e Nadia Terranova (Gli anni al contrario, Einaudi Stile Libero), autori e moderatori nell’incontro L’amore al contrario, dedicato ai loro romanzi usciti quest’anno.

Quando entro nel teatro degli Illuminati Marco e Nadia non hanno ancora preso il loro posto e li trovo in mezzo ad altre persone, sparpagliati con tranquillità sulla scena. Come capirò subito dopo, autori e pubblico verranno ospitati insieme sul palco – un modo per essere certi di annullare ogni distanza – e adesso si scambiano sorrisi e si stringono la mano in una sorta di performance al rovescio nella quale gli attori ricevono gli omaggi ancor prima di iniziare lo spettacolo. Sembra che sia già tutto finito e invece le luci si abbassano. Ora siamo tutti seduti, L’amore al contrario sta per iniziare.

peano-terranova

La scelta di coinvolgere i due autori nella presentazione dei loro romanzi si rivela da subito un’intuizione felice: Marco Peano e Nadia Terranova siedono l’uno accanto all’altra e potrebbero andare avanti per ore. Come confermano loro stessi, le suggestioni comuni e i punti di contatto dei rispettivi romanzi sono talmente tanti che il dialogo poteva proseguire oltre l’orario stabilito e senza alcuna protesta da parte del pubblico, incuriosito e sorpreso da uno scambio che si fa presto torrenziale.

Marco Peano inizia l’intervento con una frase che lo scrittore Don DeLillo pronunciò in occasione della morte di David Foster Wallace: «Questa è una storia di giovinezza e perdita». Peano afferma che giovinezza e perdita attraversano e innervano il suo libro e quello di Terranova. Entrambi esordienti e con un romanzo ambientato in Italia, gli autori raccontano di come le loro storie siano incentrate su questi due elementi, seppure strutturati in maniera differente: nell’Invenzione della madre Peano parla di un ragazzo che deve affrontare l’ultimo anno di vita di sua madre; Gli anni al contrario è la storia di due giovani nell’arco di un ventennio, da circa metà degli anni Settanta fino agli anni Novanta.

Sebbene il romanzo di Nadia Terranova copra le vicende complessive di due famiglie in un lungo arco di tempo (quarant’anni), l’autrice tiene a precisare che Gli anni al contrario non è una saga familiare ma la storia di pochi personaggi. Come il libro di Peano è incentrato sulla figura di Mattia, il suo è nato per concentrarsi su Giovanni, coinvolgendo poi Aurora (le loro famiglie si intrecciano a partire dalla loro relazione). A fine libro ci viene svelato che il romanzo è in realtà raccontato da Mara, la figlia di Aurora e Giovanni, quella picciridda che sin dalla nascita sembra inchiodare con lo sguardo tutti gli adulti della famiglia (e forse anche gli adulti della Storia), gli occhi scuri che non perdono nulla ma che sono anche il punto di vista ideale per racchiudere tutte le vicende. A partire dal nucleo intimo formato da Aurora e Giovanni, lo sguardo si divarica infatti sullo sfondo sociale e politico dell’Italia degli anni Settanta, mettendo a fuoco soprattutto Messina che, «sonnolenta», riceveva da lontano il riverbero di quelle lotte politiche armate (e delle loro contraddizioni) tanto sognate da Giovanni ma combattute davvero altrove; e poi il sequestro Moro, la caduta del muro, la piaga dell’eroina e dell’Aids, fino ai primi anni Novanta.

Nell’Invenzione della madre Marco Peano affronta invece il dolore unico e profondissimo della morte di sua madre, avvenuta anni prima, un’esperienza che lo scrittore già dal periodo della malattia della donna aveva iniziato a pensare come destinata alla forma libro – l’unico modo per elaborarne il lutto, salvarsi da quel dolore e mantenerla idealmente in vita. Anche in questo caso, dunque, la biografia è preponderante. Ma come Terranova anche Peano racconta una storia: quella di Mattia, un ragazzo di venticinque anni che cerca di rimandare il momento delle scelte. Temporeggia lavorando in una videoteca e temporeggia con la sua ragazza, con la quale per tacito accordo non dà inizio a una relazione vera e propria. Il peggioramento delle condizioni della madre, già in passato afflitta da un cancro considerato a suo tempo sconfitto, gli impone da un lato la prima vera scadenza della sua vita e dall’altro il privilegio più doloroso: un anno di tempo, l’ultimo da passare con sua madre. Un tempo che vedrà lui, suo padre e la madre isolati, appartati rispetto al resto del mondo e sospesi («il tempo della malattia è un tempo immobile») in un dolore personale che si impone alle loro vite scandendone le giornate, ricampionando i ritmi e le abitudini di padre e figlio su quelle della donna malata, fino al momento definitivo. Per Mattia quest’orfananza forzata sancisce non solo la fine dello stato di figlio ma anche quello di bambino, aprendo allo stato di adulto. Il protagonista, appassionato di cinema, dopo la morte della madre avrà finalmente il coraggio di farsi carico delle proprie vocazioni e per studiare lascerà la sua piccola cittadina di provincia.

Foto di Serena Facchin.

Foto di Serena Facchin.

Le storie di questi due romanzi non riguardano soltanto i sentimenti e la perdita, ma anche il travaglio che precede la completezza dell’essere adulto. Dice Terranova, citando non a caso Schwartz, che «nei sogni cominciano le responsabilità». Se in Mattia questo passaggio è evidente e riuscito a fine libro, si potrebbe dire che anche per Giovanni Santatorre l’obiettivo è raggiunto, sebbene poco tempo prima della morte causata dall’Aids. L’ultima estate che Giovanni passa con Mara a Pantelleria sembra aver sedato definitivamente in lui le passate irrequietezze – complice di certo anche la malattia – e Mara scopre per la prima e ultima volta che il giovane che non riusciva a prendersi cura di lei da bambina è riuscito finalmente a diventare suo padre.

Gli autori commentano lo spunto autobiografico dei loro romanzi. Terranova dichiara apertamente: «Come Marco anch’io volevo raccontare una storia che mi riguarda da vicino. Gli anni al contrario è la storia dei miei genitori sin dal loro primo incontro». La scelta di costruire dei personaggi fittizi ha permesso a entrambi di raccontare più liberamente ciò che li coinvolgeva in prima persona. La scrittura è stata prima di tutto un ripercorrere i ricordi e i momenti difficili della propria esistenza ma anche la possibilità di oggettivare un evento o un corso di eventi traumatico, esternandolo sulla carta e facendolo diventare una storia, un lavoro che nessuno dei due, dicono, definirebbe piacevole. L’autore torinese riconosce infatti che «non è vero che la scrittura aiuta a stare meglio. Frugare nei ricordi non è piacevole; stavo malissimo. Poi però la storia ha preso il sopravvento. Le parole erano lo strumento per dare ordine, per gestire il caos. La perdita doveva diventare qualcos’altro e poteva farlo soltanto diventando un qualcosa oggettivato in un libro. Che è anche un modo per tenere in vita mia madre».

L’oggettivazione, dunque, ha permesso agli autori di parlare di se stessi senza tradire né l’esperienza che avrebbero raccontato, né i rispettivi personaggi e le loro storie. Peano dice che è per questo motivo che Mattia ha un altro nome e fa un altro mestiere rispetto al suo ma l’esperienza fondamentale, la morte della madre, è come la sua, e quando chiede a Terranova se per lei è stato lo stesso, l’autrice messinese risponde: «Se si scrive una storia che attinge dalla propria vita, dobbiamo per forza togliere delle cose, lavorare per sottrazione. Flannery O’Connor a tal proposito disse una frase del genere: “Siamo qui per distorcere la verità”».

È probabile che sia anche per questo motivo che entrambi gli autori hanno costruito, circoscritto una voce e uno sguardo più personali, limitati però rispetto al complesso della narrazione: Peano ha scelto le parentesi come luogo da cui osservare le vicende di Mattia e della sua famiglia, mentre alla fine del suo libro Terranova ci svela come tutta la storia sia stata raccontata attraverso gli occhi di Mara, la picciridda. Voce e sguardo non sono mai dispiegati, non sono mai esposti del tutto, ma sappiamo alla fine che sostengono, come in parte fanno le vite degli autori, i due romanzi.

Foto di Serena Facchin.

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