Interviste / Milleuna

#PCSP. Un’intervista ad Alberto Prunetti

Pubblichiamo un dialogo tra lo scrittore e traduttore Alberto Prunetti e Antonio Iannello su “Piccola controstoria popolare”, appena pubblicato per i tipi di Alegre all’interno della collana #QuintoTipo diretta da Wu Ming 1. Su Giap potete leggere estratto di #PCSP.

Sabato 7 novembre, a partire dalle 18.00, presso il circolo Arci Lavoro e Sport di Siena, reading di Piccola controstroria popolare con Alberto Prunetti e la musica de I disertori  per la campagna donazioni #sostienilavoroculturale.

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Antonio Iannello: Leggendo Piccola Controstoria Popolare mi è venuto in mente un vecchio libro, lontanissimo per temi e periodo dal tuo, Il ritorno di Martin Guerre di Natalie Zemon Davies in cui si racconta di un mistero nella Francia del Cinquecento: un piccolo proprietario della Linguadoca scompare abbandonando la sua famiglia (moglie e figlioletto) le sue terre e la comunità del villaggio di Artigat. Dopo otto anni Martin torna ed è accolto dalla sua famiglia, ha un’altra figlia e la vita sembra riprendere il corso quotidiano. Non passa un anno che i familiari iniziano a nutrire sospetti su di lui fino a denunciarlo per impostura alle autorità. Si apre un processo e proprio mentre i giudici stanno per credere alla versione dell’accusato si presenta nel villaggio un uomo privo di una gamba che afferma di essere il vero Martin Guerre. Zemon Davies parte proprio dalle carte processuali per scrivere un libro di storia moderna che ha come oggetto la società rurale francese del Cinquecento prendendo come pretesto un micro evento. Il suo è un saggio storico eppure, dice Carlo Ginzburg nella prefazione, oltre alle fonti d’archivio c’è anche il racconto, la narrazione e proprio “una maggiore consapevolezza della dimensione narrativa non implica un’attenuazione delle possibilità conoscitive della storiografia ma, al contrario una lorointensificazione”. Come hai coperto i buchi degli archivi e delle fonti che hai utilizzato, come ti sei confrontato con la dimensione storica nell’alternanza fra fatti, leggende e ricostruzioni?

Alberto Prunetti: Il mio non è il lavoro di uno storico. Uso la bibliografia e i repertori degli storici e in parte le loro fonti per tessere un ordito ma poi l’invenzione diventa una strategia fondamentale. Del resto, anche le ricostruzioni basate sui documenti d’archivio (prendiamo i carteggi e i documenti delle spie fasciste) vanno prese con le molle, senza feticismi. Sono strategie retoriche emesse da un’istituzione totale per fini di controllo poliziesco. Non sono la verità. Anche la storiografia è in parte un discorso che ha alle sue spalle dei criteri di enunciazione.

Quindi non ho avuto perplessità a inventare delle storie al fianco di storie vere, o a inserire microstorie sull’ordito della “grande storia”, o a fare ipotesi nella forma della fiction per raccontare episodi storici altrove raccontati in forma espositiva, come nel saggio. In questo mi sono ispirato al lavoro di Osvaldo Bayer, storico e romanziere argentino che ammiro, ma dietro c’è tutta una tradizione ormai consolidata, soprattutto nella narrativa latinoamericana.

Un esempio curioso di questa strategia è quello di un episodio di PCSP, quello dell’oste di Prata. L’avevo in parte già scritto su Carmilla e lo racconto spesso in situazioni conviviali. Ma non è un fatto vero, nel suo ovvio gigantismo epico è assolutamente improbabile che un oste, sollevando con una mano sola una damigiana da 54 chili, possa mettere in fuga dieci squadristi. Si tratta di una microstoria che ho inventato con un gioco di sponda e qualche fiasco di vino con un mio amico, uno che viene da una famiglia contadina di Pian di Mucini. Detto questo, proprio l’altro giorno un altro mio amico mi ha voluto raccontare una storia, che lui dava per vera: era la storia che avevo inventato io, la storia dell’oste di Prata. È stata una sorpresa ma è anche un esempio di come le storie possano prendere il volo da sole e trasformarsi da bruchi in farfalle, quando ci si fida di loro e le si lascia la possibilità di riempire i vuoti della documentazione storica e di librarsi in aria, fuori dalla cornice del proprio modello di enunciazione.

In altri passi, come nell’antefatto dei flagellanti di Roccastrada, ho tentato un’altra operazione, più “cinematografica”: ho preso il resoconto di un antropologo e l’ho dinamizzato, montandolo con un ritmo accelerato dal forte impatto visivo. Così una scrittura accademica diventa un antefatto d’impatto cinematografico in un testo ibrido. Si può fare grazie a un gioco serrato di montaggio, lavorando sul ritmo e sull’ellissi. In questo senso manco di rispetto ai documenti, forse anche alle scritture previe, ma solo perché ho un atteggiamento laico: per me contano le storie e spero che altri facciano così con la mia scrittura, che mi citino, mi usino, che plasmino le mie parole in forme nuove.

Per il resto, i fatti possono sommergerci e i documenti pure, per questo è necessario togliere più che raccontare tutto. Il vuoto in una storia è l’interstizio in cui la vicenda prende velocità. Se presso troppo nel torchio il mosto, il vino viene cattivo.È lo stesso con le storie: se comprimo il racconto di fatti, di cifre, di eventi e di note, non rimane spazio per il ritmo e il racconto si impantana.

Per questo dico che non sono uno storico ma un cantastorie. Di certo non faccio un inventario serrato dei documenti, come fa chi si fida solo di quel che è punteggiato dalle note o dalla bibliografia. È giusto che si segua, da storici, quel modello, che è fondamentale e apprezzabile (del resto senza gli storici io non avrei potuto scrivere PCSP). Tuttavia il senso della mia scrittura è altro. Sono uno che corre per far spiccare il volo alle storie, per questo mi serve un’intelaiatura leggera. Se le storie volano, possono finire sulle labbra di tutti. In questo, mi riconosco più nei poeti a braccio e nei cantastorie che negli storici.

A. I.: Nel libro parli della necessità di combattere la perdita della memoria e di tornare a raccontare delle storie, queste storie di antifascisti e sovversivi che hanno subito un processo di oblio o al contrario di monumentalizzazione, anche attraverso un linguaggio popolare; di tornare attorno al fuoco, ai racconti familiari. Anche questo è parte della tua scrittura ibrida: quali sono i diversi elementi se dovessi fare uno sforzo di astrazione?  

A. P.: La scrittura ibrida è una scrittura di impasto che unisce in una stessa malta materiali, generi e forme espressive diverse. Rispondo sinteticamente con un elenco. Per i materiali, ti direi: carte d’archivio, bibliografia di storia locale, dizionari bibliografici, repertori musicali. Generi: saggio storico intrecciato col romanzo latinoamericano di fiction politica con innesti di memoria popolare, poesia estemporanea (trascritta) e canzoniere politico del primo Novecento. Forma espressiva: funzione espositiva (nella parte del saggio); funzione di invenzione poetica (vedi quando gioco con rime e assonanze); funzione fatica, quando cerco il contatto con il lettore, scavalco il plot e ragiono in forma metalinguistica su quel che sto scrivendo.

A. I.: Contro il racconto mitologico, che già Fenoglio aveva provato a mettere in discussione per i partigiani restituendo loro un’umanità e una complessità lontanissima dai superficiali revisionismi alla Pansa, proponi una serie di personaggi che non vanno per il sottile quanto a menar le mani e a difendersi con convinzione dai fascisti. Alcuni di questi personaggi appaiono a tratti leggende da western, ma attraverso l’ironia demitizzi qualunque interpretazione puramente apologetica: come ti muovi in quell’equilibrio tra restituzione della memoria e necessità di non creare monumenti?

A. P.: È un equilibrio fondamentale. Molta retorica dell’antifascismo ha preso le forme nobili dell’apologetica civile. Così abbiamo istituzionalizzato le memorie di una generazione di ribelli, che spesso erano tutto tranne che santini. I personaggio di PCSP sembrano a volte bandoleros maremmani usciti da uno spaghetti-western, genere su cui mi sono formato da piccolo (si veda al riguardo anche l’introvabile “Musoduro”, western-melò alla maremmana del ’53 di Giuseppe Bennati). Sarà che mi hanno colpito più le storie della resistenza scritte da Fenoglio o da Giulio Questi che quelle scritte da Pavese. Il partigiano Questi è autore di uno spaghetti-western atipico negli anni Sessanta, Se sei vivo spara, e di racconti resistenziali che si collocano oltre la cornice edulcorata della resistenza come religione civile. PCSP cerca anche di fare questo: tornare a raccontare unastoria per restituire uno sguardo sulla memoria popolare che sia fruibile dai contemporanei, oggi spesso lontani dalla sensibilità di chi raccontava il mondo popolare al tempo di La casa in collina di Pavese. Popolare va inteso in senso gramsciano, come opposto a borghese. Raccontare il mondo dei subalterni e la loro conflittualità (non il loro senso civico, che è un’invenzione borghese). Rimossa la conflittualità, dopo anni di celebrazioni ufficiali, è poi arrivato il contropiede d’infilata, l’equiparazione con i cosiddetti “ragazzi di Salò”, quando la mitologia della Resistenza non serviva più.

Quanto all’ironia, è una chiave di volta della mia scrittura. Non mi prendo sul serio nel mio lavoro di scrittore, mi considero al servizio delle storie che racconto. E la cultura popolare è spesso piena di registri bassi, riferimenti al corpo, al vino, a un registro umoristico basato sul contrasto col mondo colto dei borghesi.

A. I.: La macchia. In maremma c’è la macchia, che sarebbe il bosco ed è lì che si vanno a nascondere i sovversivi e antifascisti che sono ricercati dai Reali Carabinieri: a volte sembra che la dimensione di alcuni di loro sia quella di una ribellione individuale, ma le comunità che stanno intorno a queste fughe ci fanno riflettere sul fatto che forse, a scappare, i sovversivi non fossero così soli: e però rimane un po’ la sensazione di anti-eroi solitari per alcuni di loro: cosa pensi di questo rapporto tra dimensione individuale e collettiva della rivolta al fascismo?

A. P.: Chi rimaneva per anni alla macchia, poteva farlo solo perché i contadini continuavano a fornire il loro appoggio. Il banditismo non esiste senza la complicità di pezzi ampi della società e delle classi popolari. Alcuni dei personaggi di cui parlo sembrano una curiosa ibridazione tra briganti ottocenteschi e internazionalisti del Novecento. Prima la Grande Guerra e poi il fascismo li spinsero alla macchia, trasformarono dei rivoluzionari in banditi, che poi è il sogno di ogni macchina di potere. Ma tra i contadini c’era chi mai negò loro un bicchiere di vino e un tozzo di pane. Quelli che per il potere erano banditi, erano già resistenti per i ceti popolari, che offrivano loro un tetto, un fienile, anche una festa da ballo e qualche ottava da cantare assieme a un gotto di vino. E loro, i cosiddetti banditi, si offrivano per fare lavori stagionali nei campi.

La resistenza al fascismo negli anni più duri era fatta anche di queste cose. Il territorio aiuta: la macchia maremmana offre protezione e selvaggina, occulta allo sguardo del potere. Contro alcuni ribelli l’esercito dovette intervenire con forze numerose per stanarli, battendo ettari ed ettari di forteto, la macchia mediterranea a leccio, erica e arbusti. Questo forse in Pianura Padana sarebbe stato più complicato. Ma il punto non è la macchia. Il punto è il sostegno popolare. Prova oggi a latitare nei boschi, con tanta macchia e tutti questi agriturismi senza contadini…

A. I.: C’è un momento in cui entri nella testa di un carabiniere, il brigadiere Mauri, se non sbaglio è l’unica volta in cui ti poni dal punto di vista del potere, dell’istituzione, scoprendo però il grigiore di un uomo che “non vuole noie” ma che se deve scegliere preferisce i fascisti ai sovversivi. Come sei arrivato a lavorare sullo sguardo di questo carabiniere? Ti interesserebbe dal punto di vista narrativo, della tua scrittura, approfondire un esperimento simile? Provare lo sguardo di chi stava dall’altra parte può essere una prova di straniamento utile?

A. P.: È una delle pagine che mi convincono di più. Il risultato è spiazzante, straniante. Potevo tornare all’apologetica dei vinti, potevo sollecitare il vittimismo degli eroi popolari, ma il risultato sarebbe stato forse noioso. Invece provo a cambiare punto di vista e mi infilo nella testa di un carabiniere. Uno che in fondo è leale alle istituzioni dell’alta borghesia liberale e alla dinastia dei Savoia, uno che vorrebbe solo la pace sociale. I fascisti li vede come casinisti ma almeno stanno dalla parte dell’autorità. Li sostiene perché gli viene spontaneo e perché glielo ordinano, anche se preferirebbe chiudersi in caserma e vedere passare quei tempi così burrascosi. È un modo per raccontare il rapporto tra squadrismo e istituzioni. La borghesia liberale pensò di usare il fascismo per liberarsi dei sovversivi e per affossare le dinamiche che i ceti popolari avevano messo in atto nel biennio rosso. Il fascismo non fu uno strumento docile: realizzò una controrivoluzione piccolo borghese e mise sotto disciplina lo stato, fascistizzando anche la borghesia liberale. Il fascismo dette un colpo al proletariato e uno all’alta borghesia, come un Arlecchino servo di due padroni che rimane l’unico in piedi.

Il fascismo è il trionfo della piccola borghesia italiana, con le sue marcette, il suo spirito strapaesano, le sue adunate, il conformismo moralista. È un tarlo della società italiana e continua prima e dopo il fascismo vero e proprio, quando si trasformerà però da meccanismo disciplinante in meccanismo desiderante, divenendo un fascismo edonistico ma rimanendo sempre di una miopia sconcertante. Il carabiniere di PCSP, della cui mente mi sono impossessato, suo malgrado si ritrova dalla parte dei fascisti, ma non saprebbe quale altra posizione prendere, perché lui, a parte le intemperanze degli squadristi, è come loro, è un italiano piccolo piccolo che odia i minatori, gli operai, i contadini, i cafoni, come dicono al meridione, e li vuole mettere tutti in riga. Prima del neocapitalismo, dal punto di vista dell’ordine sociale ci si poteva fidare dei subalterni solo militarizzandoli, ovvero intruppandoli in qualche modo (anche in un manicomio o in un carcere).

Venendo alla tua seconda domanda, spesso sono proprio quelli “dell’altra parte”a risultare interessanti, in un dispositivo testuale. Prendi la narrativa di Valerio Evangelisti. I suoi protagonisti spesso sono bastardi, spie, infiltrati. Sono delle carogne. Anche se lui è solidale con i ceti popolari, poi si mette nei panni dei traditori. È quello che rende straniante e avvincente il suo racconto. Quanto a me, ti dico la verità, ho provato questa forma di ribaltamento del punto di vista ma non ne farei un tratto distintivo del mio lavoro: non è piacevole stare nella testa di una spia o di un delatore. Ho provato a pensare una cosa del genere per raccontare la repressione in Argentina e ho dovuto lasciar perdere perché avevo i conati. Col carabiniere di PCSP è andata meglio. È uno sforzo retorico che, con le dovute cautele, se non produce identificazione, può risultare un ottimo espediente narrativo. Non so se lo userò di nuovo, non è detto.

A. I.: Il tuo libro raccoglie “materiali resistenti” che evocano il bagaglio narrativo dei cantastorie. Ti sei posto il problema del tuo “lettore modello”? A cosa serve raccontare storie come quelle che racconti in PCSP? 

A. P.: A contagiare. Vorrei che il lettore di PCSP raccontasse a sua volta le storie del libro, le trasformasse in nuovi libri, in canzoni (come ha già fatto Pardo Fornaciari), in reading musicali (come stiamo facendo con il gruppo di folclore I disertori). La mia esortazione è: cantate le canzoni, inventate ottave in rima su queste storie. Bisogna usare le storie vecchie per inventare le storie nuove, come scriveva Gianni Rodari. E queste storie vecchie, speriamo che rimangano nuove a lungo, fino a quando altri le useranno per raccontare altre nuove storie. Gli scrittori devono essere cantastorie che rilanciano le storie, senza imbrigliarle. Le storie sono del popolo, noi siamo solo gli estemporanei cantori che le portano alle orecchie di altri che le canteranno a loro volta.

Così le storie vivono, così si trasformano, senza diventare lettera morta. Le storie sono come il polline: rimane addosso ai poeti a braccio, agli scrittori, agli storici e ai parolieri che se ne nutrono per contagiare e disseminare, per impollinare una generazione nuova di cantastorie che riproporrà e trasformerà quelle storie vecchie in storie nuove. Così le storie si propagano e possono sopravvivere. Se vuoi, è una strategia di adattamento genetico: le storie si trasformano per rimanere vive, cedono la retorica, il guscio del seme, che si indurisce nel tempo e diventa lettera morta, ma il loro nucleo semantico si propaga quando nuovo polline attrae altri cantastorie che si inventeranno un nuovo guscio portaseme, per sospingerle nel vento. I cantastorie se ne vanno, le storie restano.

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