Gli strumenti disumani e l’infelicità occidentale – #Parigi

Oggi iniziamo la pubblicazione di una serie di contributi dedicati agli attentati di Parigi. La nostra intenzione è quella di tracciare, con il passare delle settimane, un percorso di approfondimento che riteniamo necessario per non intrappolare la lettura degli accadimenti nello spazio dell’evento.

Abbiamo preferito aspettare, in una forma di silenzioso rispetto, che si consumasse l’eco dolente che è seguito alla sera del 13 novembre, e che si creassero nuovamente le condizioni affinché il tempo d’analisi trovasse nuovo spazio per realizzarsi. 

La Redazione

Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia.
Vittorio Sereni


Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome.

Franco Fortini

Come davanti alla «vetrina ritornata deserta» di Vittorio Sereni, la mia angoscia riflette il dissolvimento dei programmi solidificati nelle formule consolatorie. I commenti e gli articoli sul venerdì 13 novembre parigino assiepano epitaffi sulla Parigi che non c’è più e cenotafi, tristemente banali, per le vittime. Parto da qui: quasi tutti siamo vittime non potenziali ma possibili, plausibili e probabili. Separare la proiezione personale dall’avvenimento collettivo è impossibile. Al netto del patetismo ormai consustanziale alla scrittura giornalistica, l’intervento nell’oggi si è fatto, con tutte le sue specificità, forzosamente empatico. Non ne sono abituato e quindi scrivo con difficoltà. Non mi è possibile disincrostare il mio rapporto con una delle vittime del Bataclan dalla sensazione che provo. Dimenticare di avere vissuto con angoscia i giorni della sua ricerca, e la scoperta della sua fucilazione. Forse ho capito che cos’era «l’ora insolita»: l’impossibilità delle verità generali? Per questo sento il bisogno di lamentare l’assoluta parzialità della nota che segue. Che è la relativa parzialità di quello che provo. Denunciare la mia voglia micragnosa di trascendere anche questo dolore con la politica. Mi rispondo di no: non è possibile. Mi consolo davanti alla vetrina: qualcuno scompare («Non saremo / più insieme, dovrei dire»). L’empatia con le vittime deve diventare un punto di vista critico sugli avvenimenti, radicalmente altro rispetto all’irreggimentazione del dolore come ingrediente fondamentale del discorso di guerra che viene e che verrà. C’è una narrazione da disarticolare: è quella che pretende di organizzare il lutto come arrière-plan  di una nuova, evitabile, Union sacrée.

(Quando sono arrivato a Parigi avevo 28 anni. La stessa età di Valeria. Ho abitato proprio dietro al Bataclan per qualche mese – e non perché me lo potessi permettere, ma perché è proprio lì che una rete di studenti e studiosi italiani costruisce solidarietà, trasmette il genius loci. Il medico curante mio e della mia compagna, Raffaella, è proprio lì, davanti alla Belle Équipe, dove andavamo spesso a prendere un pessimo caffè serré. E venerdì sera, Oberkampf era una delle possibilità, che Raffaella aveva considerato tra i possibili luoghi di incontro con un gruppo di amici, colleghi dell’Università. È la geografia sentimentale della Parigi della mixité, quella dove si mescolano le speranze degli studenti universitari, dei dottorandi e dei borsisti post-doc che abitano sempre più fittamente quell’angolo di città. E lo continuano ad abitare da anni, concedendo alla fuga dei cervelli un luogo dove mescolarsi con la città popolare – Belleville – e quella intellettuale e “bobo” – l’XI. Forse è questa localizzazione dell’orrore che mi disorienta. A 28 anni, sono sbarcato a Parigi come sulla luna. Ne ho scoperto lentamente i mari, gli umori. I miei professori romani mi incitavano a ritrovare la loro Parigi era dei Sartre, e poi dei Lacan e di Foucault. Ma io, a Parigi, di Sartre e Dumézil e Deleuze, non ne ho incrociato nessuno. Ho trovato Valeria, e mille come lei, come me: un’intellettualità diffusa, attraversata da inquietudini e da impegno, da voglia di liberarsi dei fardelli e di aprirsi alla possibilità, finalmente spalancata, di superare la rigidità della tradizione intellettuale europea. Una fuga furiosa dell’intelligenza, o una sua gioiosa ricollocazione?)

Bene: mi prendo per intero il rischio esporre lo scandaloso sentimento di sentirsi colpiti all’interno della propria tribù. Cerco di soppesare le parole, di vedere nelle mie ipotesi una radicale instabilità emotiva, che sta nella mia ormai perenne domanda su quanto e come quella Parigi lì ci sarà ancora, per me, per le generazioni che verranno.

Se le ipotesi investigative saranno confermate, mi pare che si vada definendo un’interpretazione dei fatti secondo la quale, l’esplosione dello stadio, per quanto potenzialmente stragistica, fosse più o meno un diversivo rispetto al vero punto chiave della strategia terroristica: il Bataclan e i dintorni tra XI e X arrondissement. Quanto si può andare al di là nell’interpretazione? Qual è la differenza tra azione e sua rappresentazione, in questo caso? Quali i confini di consapevolezza nel progetto del gruppo che ha pianificato l’attacco? Si tratta di ipotesi complicate, che andranno messe alla prova dei fatti.

(Sento lo scandalo, soprattutto, di contraddirmi – «Ma è giusto, / fai bene a non badarmi se dico queste cose, / se le dico per odio di qualcuno / o rabbia per qualcosa» – lambiccandomi sulla comunanza di età tra assalitori e assaliti. Abdelhamid Abaaoud, presunta “mente” degli attentati, ha 27 anni, ed anche i suoi sodali sembrerebbero più o meno coetanei, o comunque fanno essi stessi parte di quella che è stata felicemente definita la “Generazione Bataclan“. Ora: in questa “generazione”, in verità, si mescolavano una ventina di nazionalità, e anche fasce di età che tendevano a salire verso l’alto.)

Ha ragione da vendere, Jamila Mascat, quando afferma che «per quanto non sia affatto scontato emulare l’empatia da cento e lode di Che Guevara – “sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, la spirale delle stragi ravvicinate da Aden ad Ankara, da Baghdad a Boko Haram, da Beirut a Parigi a Raqqa, esige che la nostra solidarietà si elevi all’altezza smisuarata delle tragedie che ci circondano per consentirci di resistere alla morsa di barbarie speculari e asimmetriche.» E non ha ragione solo perché propone di superare l’anti-imperialismo da Bignami degli stati di Facebook – perché Parigi e non Beirut? – ma perché disloca la questione in un discorso molto più ampio che pone finalmente sul tappeto la questione dell’oggi, e cioè: come assottigliare il divario fra i differenti discorsi dell’alternativa che non trovano il modo per articolarsi su un piano progettuale all’altezza del momento? Vorrei con forza che un’altra l’altra «cosa» si facesse «strada in me» per includere e rendere splendide le altre. Mi viene in mente che è a partire dalla centralità canonica del luogo in cui si è verificata la tragedia, dalla prossimità che viviamo e continueremo a vivere con quei luoghi e quelle persone, che va fatta partire questa articolazione – articolazione, ribadisco, e non unificazione, ché all’oggi, ma già ieri, è nostra nemica qualsivoglia tentazione di reductio ad unum. Il punto vero è che l’odio non è più cortese – ed è per questo che ora sappiamo di chi è la colpa.

Il discorso guerriero di François Hollande, con quella serietà inautentica al limite del ghigno, e le parole di Manuel Valls, che si atteggia a regista della modernità identitaria francese, pretendono alla rappresentazione univoca delle vittime. Ma la realtà, tragica, è che i nostri morti non hanno nulla a che vedere con i bombardamenti di Raqqa, i quali rispondono a una strategia militare più da playstation che da vendetta collettiva o da risposta difensiva. C’è un modo di superare il paradigma vittimario che affligge il discorso pubblico da anni, e che consiste nel disegnare, al contrario, una prossimità con queste vittime partendo dalla loro universalità e dall’impossibilità di conguagliare il loro sangue su altro sangue. Perché le vittime di Parigi siamo noi: e noi siamo irrappresentabili nel discorso di guerra e di aggressione di Valls, Hollande, Le Pen.

(Su questo piano, la differenza con l’attentato di gennaio a Charlie Hebdo è patente: se lì si colpiva un punto estremo, problematico, della laicité, qui si prende di prende di mira la jeunesse e la sua potenziale criticità, mescolanza, insorgenza. Potenziale, per carità: perché contrapporre la sala da ballo all’Islam è un’ulteriore trappola ermeneutica di cui facciamo volentieri a meno, ma mi chiedo ugualmente se in questo situarsi su un piano che esorbita il discorso della République, la “generazione Bataclan” non sia già un punto di partenza per mettere in discussione, intanto, la radicale riconfigurazione antidemocratica che pretende di portare indietro le lancette al day after per eccellenza, il 12 settembre 2001, trasportando metodi già fallimentari in Europa, senza nemmeno lasciarci il tempo di sospettare, e denunciare, che le misure liberticide, in verità, hanno intenzione e genealogia completamente diverse da quelle di rendere di nuovo “sicure” le città.)

Eccola, la zona di non sovrapposizione tra le vittime come parte ammutolita di noi stessi e la République patriottarda e guerriera. Se riprendiamo la parola, è per tessere una prossimità e solidarietà con tutti coloro che sono state vittime, ieri, e quelli che lo sono diventati a partire da oggi stesso: migranti e musulmani, in primis: «gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere.»  Sento il paradosso che consiste in un dolore che si può fare posizione politica e apertura a strade inesplorate, può essere il punto di partenza per misurare la distanza fra un noi e un loro che vada oltre la gabbia della presunta identità occidentale. Possiamo assumerci il peso di una ipotesi di autodifesa della società, il noi, minacciata non da ora da chi pretende di rappresentarci e continua a farlo con strumenti disumani: guerra e limitazione della libertà. E il momento di trascendere questo dolore è oggi. Se non per la «città socialista», almeno per sventare la concreta possibilità, da domani, di una impossibilità alla felicità – quella stessa che Kassir Amir aveva descritto per la generazione di arabi che hanno vissuto l’aggressione all’Iraq come un trauma inaggirabile. Quella felicità che è nella possibilità stessa di uno spazio di cittadinanza per un discorso alternativo, pacifista, radicale. Lo dobbiamo a chi non ha ancora conosciuto il Bataclan.

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