Segnalazioni

Palestina: rischio di stato

A inizio ottobre il neoeletto premier svedese Stefan Löfven ha annunciato che il suo governo intende riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina. Qualche giorno più tardi, il 13 ottobre, il parlamento britannico ha approvato con una maggioranza schiacciante una mozione, “non vincolante” per l’esecutivo, a favore di un simile riconoscimento da parte del Regno Unito. Queste decisioni di Svezia e Gran Bretagna sono state largamente interpretate come uno sviluppo positivo, in particolare come la rottura di un tabù europeo e occidentale nei confronti del diritto del popolo palestinese all’edificazione di un proprio Stato indipendente. Tanto più che altri Stati del vecchio continente stanno esprimendo il loro interesse a intraprendere un tale passo come ad esempio la Spagna. In modo simile si era guardato anche alla decisione dell’Assemblea Generale dell’Onu due anni fa di elevare la Palestina alla posizione di “Stato osservatore non-membro”, lo stesso del Vaticano.

Maroun-Palestine

Nonostante il generale apprezzamento dell’opinione pubblica e delle organizzazioni vicine alla causa palestinese e l’approvazione da parte dell’Autorità Palestinese (AP), queste decisioni comportano alcune problematicità. Non si tratta di puntigli ideologici come sarebbe facile pensare, ma di problemi di fondo legati a una comprensione distorta e superficiale della questione della Palestina da parte del pubblico, delle istituzioni e degli attori politici europei.

Lo Stato di Palestina che verrebbe finalmente riconosciuto dovrebbe coincidere con i territori occupati da Israele durante la guerra del giugno 1967, ovvero Cisgiordania e Striscia di Gaza con capitale Gerusalemme Est. Questa configurazione territoriale infatti è quella prevista dagli accordi di Oslo firmati da Olp e Israele nel 1993. Chiunque sia minimamente aggiornato sulla situazione in Palestina, può facilmente comprendere come una tale prospettiva sia del tutto inattuabile a livello pratico: sin dalla prima occupazione infatti, Israele ha portato avanti politiche di stampo coloniale volte da una parte ad annettere di fatto porzioni sempre maggiori di territorio sotto il suo controllo amministrativo e militare, dall’altra a frammentare e chiudere le aree destinate al reinsediamento della popolazione indigena. Oltre a rendere materialmente impossibile la creazione di due stati separati all’interno della Palestina storica, Israele ignora e viola da oltre vent’anni i termini degli accordi di pace, le risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e qualunque monito di istituzioni governative e Ong. Spesso si indicano queste pratiche per spiegare il fallimento del processo di pace, trascurando però il vizio di fondo di tali accordi, lo stesso vizio che oggi dovrebbe far apparire il riconoscimento dello Stato di Palestina non solo del tutto privo di conseguenze concrete, ma addirittura potenzialmente controproducente ai fini di una soluzione giusta e duratura del conflitto in Palestina.

Ogni negoziato, soluzione o misura pensata all’interno della cornice teorica e istituzionale creata dagli accordi di Oslo infatti, da una parte ignora consciamente, come gli accordi stessi, alcuni degli aspetti alla base della questione palestinese nonché del conflitto con Israele. Dall’altra contribuisce attivamente al rafforzamento dello status quo e quindi dell’impasse insormontabile che si osserva da vent’anni a questa parte. Una delle colpe di fondo del sistema Oslo risiede nella frammentazione del territorio della Palestina storica. In questo senso, esso si presenta come continuazione del progetto di conquista coloniale precedente e come premessa e contesto di quello tutt’ora in corso.  A riprova di ciò, basti pensare all’impianto di “integrazione economica” tra Israele e futuro Stato palestinese, una componente importante nel quadro teorico che soggiace al processo di pace. Inoltre, il concetto di “terra per pace”, altro pilastro dei negoziati tra Israele e Paesi arabi, e le sue conseguenze pratiche sul terreno, rappresentano un altro punto egualmente problematico. La traduzione pratica di questo principio sui territori che dovrebbero costituire il suolo dello Stato di Palestina, ha fatto dell’AP il principale organo di polizia responsabile della sicurezza di Israele, facilitando significativamente i compiti dell’esercito di occupazione nelle sue attività di contrasto alla resistenza organizzata. D’altra parte, la collaborazione tra AP e governo israeliano ha minato, probabilmente in maniera definitiva, la legittimità delle istituzioni para-statali negli occhi della popolazione palestinese.

Strettamente legato al problema della frammentazione territoriale, troviamo poi il problema dell’amnesia che ha colpito sia la comunità internazionale sia i vari attori politici palestinesi circa la questione della diaspora palestinese in varie parti del mondo arabo e oltre: la dimensione delle shatat (in arabo le comunità della diaspora) e il diritto al ritorno per i profughi delle guerre del ’48 e del ’67, una volta centrali nella narrativa del movimento nazionale palestinese, sono aspetti a oggi completamente ignorati. Nemmeno negli ultimi mesi, durante i quali centinaia di palestinesi si uniscono ai profughi siriani in fuga e per la prima volta lasciano Gaza, nel tentativo di raggiungere i confini meridionali dell’Europa, si è mai fatta menzione della loro situazione di partenza, del perché essi si trovassero in Siria o in Libano o di quali avvenimenti storici li avessero portati lì. Questa amnesia si estende anche ai cosiddetti cittadini arabi di Israele, i “Palestinesi del ’48”, ovvero coloro che si ritrovarono sui territori del futuro Stato ebraico al momento della nascita di Israele e i loro discendenti. I membri della minoranza palestinese con cittadinanza israeliana, a oggi il 20 per cento circa della popolazione, vengono costantemente trascurati nonostante la loro situazione non sia affatto priva di problematicità. Sebbene essi godano di molti più diritti e libertà rispetto agli abitanti della Cisgiordania o della Striscia di Gaza, nondimeno il governo israeliano attua varie politiche discriminatorie nei loro confronti volte ad esempio a ostacolarne,  o addirittura precluderne, l’accesso alla formazione superiore, a limitarne la libertà di movimento, fino ad arrivare a una vera e propria esclusione dei rappresentanti politici arabi, per i quali è pressoché impossibile confrontarsi e collaborare con i deputati ebrei durante i lavori della knesset.

Alla luce di queste considerazioni è quindi legittimo domandarsi se qualunque azione, per quanto dal forte potere simbolico ed evocativo, volta a sostenere la soluzione a due Stati come il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, non sia in realtà una mossa del tutto priva di conseguenze concrete nella migliore delle ipotesi, o addirittura contribuisca a tenere in vita un sistema che ha semplificato la pratica coloniale, impedito lo sviluppo dell’economia palestinese, peggiorato significativamente le condizioni di vita della popolazione dei territori occupati e che nei fatti ha reso impossibile anche solo speculare su possibili soluzioni a lungo termine, nella peggiore.

Per concludere, queste riflessioni potrebbero riallacciarsi anche al dibattito interno al movimento di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (Bds), probabilmente la più importante ed efficace esperienza di mobilitazione internazionale contro l’occupazione e l’apartheid israeliana, circa gli obiettivi delle azioni di Bds. Gli aderenti e i simpatizzanti di questo movimento, infatti, si dividono talvolta tra sostenitori di un boicottaggio generalizzato di tutte le aziende, i prodotti o le istituzioni israeliane e coloro che invece appoggiano l’idea di boicottare solo gli enti con sede e attività nelle colonie in Cisgiordania, riconosciute come illegali dal diritto internazionale. Anche in questo caso, la divisione di fondo è tra chi crede nell’utilità di continuare a sostenere l’idea di creare due stati indipendenti e separati e chi, diversamente,  pensa che sia necessario riformulare radicalmente le fondamenta sui cui basare qualunque ipotesi di soluzione duratura.

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