Politiche del contemporaneo

Chi sono i migranti economici? La grande “pacchia” delle aziende italiane in Africa

Dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio alla vendita di armamenti, dalle costruzioni agli investimenti sull’energia verde, gli autori raccontano alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani.

Cheri Samba, Si toutes les étoiles brillaients

Le retoriche più sovente utilizzate per descrivere le differenti figure politiche del non-cittadino/a (immigrato/a, rifugiato/a, richiedente asilo) tendono a mistificare e sottacere gli aspetti socio-politico-economici di diseguaglianza strutturale tra il Nord ed il Sud del mondo inerenti ad una piena comprensione del fenomeno migratorio. “Gente disperata che scappa da guerra e carestie”, “poveri disgraziati che vivono in condizione di povertà estrema e che vedono l’Italia come l’Eldorado”, “galeotti e nullafacenti che vivono nella pacchia” sono solo alcune delle variegate e multiformi formule, stimolate da proclami politici poco edificanti, che aleggiano nei mass media. In assenza di reali problematiche (situazioni politiche instabili, conflitti permanenti e crisi alimentari) sembra non vi siano motivi per legittimare un tale fenomeno, come ha di recente affermato l’attuale Ministro degli Interni. Il “migrante economico”, la categoria politico-ontologica più vessata, costituisce il bersaglio preferito di tutti gli oppositori al libero flusso di persone verso l’Unione Europea. Coloro che inneggiano alla chiusura dei confini argomentano le loro posizioni politiche attraverso il ricorso ad una povertà endemica che affligge tutta l’Africa (intesa ovviamente come un monolitico stato-nazione) e che costringe i migranti a spostarsi in cerca di migliori fortune. Secondo tali retoriche, i migranti economici, in quanto non fuggono da guerre, carestie o violazioni di diritti umani secondo i parametri restrittivi imposti dall’UE, dovrebbero essere i primi ad essere rimpatriati o a non partire per risollevare le sorti economiche e sociali dei loro paesi di provenienza.“L’Africa è degli africani” oppure “devono ritornare da dove sono venuti!” sono gli slogan più ricorrenti quando si parla di migranti che, pur venendo da regioni differenti del globo, sembrano provenire tutti dall’Africa.

Che non sia in atto un’invasione dell’Europa e dell’Italia da parte dei migranti è dato certo. Secondo i dati ISTAT, nel paese risiedevano nel 2014 circa 5.014.437 di stranieri, di questi 449.058 provenivano dal Marocco, 103.713 dall’Egitto, 94.030 dal Senegal, 96.012 dalla Tunisia, 71.158 dalla Nigeria, 50.414 dal Ghana, 25.326 dalla Costa d’Avorio eccetera. Il totale di cittadini stranieri provenienti da paesi africani e residenti sul territorio italiano ammontava nel 2014 a circa 1.027.172 su una popolazione di 60.795.612. A fronte di questi numeri la tesi dell’invasione degli immigrati è infondata. Se larga parte dell’opinione pubblica si è quindi concentrata sul fenomeno dell’immigrazione africana in Europa ed in Italia, sono stati pochi i contributi che hanno fornito un quadro generale sulla presenza italiana ed europea nei paesi africani.

I dati che forniamo in questo contributo intendono gettare luce sulla presenza di aziende e compagnie italiane che operano nei paesi africani. Le domande che ci siamo posti riguardano in quali settori queste aziende sono attive, quanto ricavano dallo sfruttamento e utilizzo di risorse naturali e manodopera a basso costo in molti paesi africani e, infine, in quali problemi di carattere politico sono incorse alcune di queste aziende durante il loro operato. Come premessa, va sottolineato che la nostra attenzione si è focalizzata solo sulle aziende italiane e non ha tenuto conto di quelle compagnie che fanno capo ad altri stati dell’Unione Europea e non (Francia, Germania, Cina, Inghilterra, Corea del Sud e Stati Uniti). Sebbene i dati testimonino l’avanzata del neo-colonialismo economico, non abbiamo tenuto conto dello sfruttamento economico e sociale perpetuato durante il colonialismo italiano in Africa.

Per quanto riguarda la presenza di aziende e compagnie italiane in Africa, bisogna considerare che l’esportazione è uno dei maggiori volani dell’economia. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, risalenti al 2014, l’Italia risulta come la settima potenza nelle esportazioni con un volume di affari che si aggira intorno ai 26 miliardi di dollari. Una cifra tra il 62% e 67% relativamente alle esportazioni italiane nel continente africano si riferisce a 5 tipi di prodotti: (1) macchinari e dispositivi elettronici; (2) fossili minerali (petrolio e suoi derivati) e gas naturali; (3) apparecchiature elettroniche; (4) ferro e acciaio; (5) veicoli a motore e per trasporto. Tra i mercati in cui la presenza di aziende italiane è più forte vi sono la Tunisia, il Marocco, il Sud Africa e l’Etiopia.

La grande “pacchia italiana”: petrolio e gas nel continente africano

Uno dei settori più lucrativi nei rapporti tra aziende italiane e paesi africani è quello dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), con diverse filiali e siti di estrazione in ben 14 paesi, è l’azienda straniera che registra una presenza maggiore all’interno del continente. Dopo il 1981, la compagnia italiana (azienda nazionale fino al 1995 e poi in parte privatizzata) ha infatti prodotto una media di 100.000 barili di petrolio al giorno in diverse parti del continente. Tra i paesi in cui l’Eni è presente figurano: Egitto, Nigeria, Angola, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Ghana, Libia, Mozambico. Nel 2016, l’amministratore delegato Claudio Descalzi trionfalmente spiegava la strategia per gli anni futuri della compagnia petrolifera italiana affermando che ENI avrebbe investito 20 miliardi di euro in Africa, soprattutto in Mozambico e nel sito offshore di Zohr in Egitto.

Se in passato l’azienda si è dedicata soprattutto all’estrazione del petrolio in Africa Nord-occidentale, la sua recente espansione riguarda oggi anche il gas liquido in Nord Africa e in Africa Orientale. ENI, infatti, ha pianificato di investire circa 25 miliardi di dollari (circa il 60% di tutti gli investimenti) nel continente. Esempi di questo rinnovato interesse di ENI per il gas liquido sono innumerevoli. L’azienda ha recentemente siglato un contratto con Sonatrach (compagnia algerina di stato) per incrementare le esplorazioni di gas e petrolio soprattutto nell’area di Berkine nella zona sudest dell’Algeria. Il contratto di cinque anni, rinnovabile per altri 25, siglato tra le aziende ENI East-Africa e GE Oil & GAS per lo sviluppo di siti off-shore ai fini dell’estrazione di gas liquido all’interno dell’area 4 del bacino di Rovuma in Mozambico, rappresenta uno dei casi più emblematici. Un’ulteriore prova di quanto possa essere redditizia l’attività di estrazione e la commercializzazione di gas liquido proveniente dall’Africa Orientale è la vendita da parte di Eni del 25% di interessi indiretti sulla vendita del Gas liquido estratto in Mozambico al gigante petrolifero texano, ExxonMobil. In tal modo, l’azienda petrolifera italiana, che già possedeva circa il 50% di interessi indiretti sull’Area 4, consolida il suo primato nella zona dopo aver già investito in precedenza circa 8 miliardi di dollari. In tale contratto è previsto un prezzo di vendita di circa 2.8 miliardi di dollari. Attraverso questa strategia di compra-vendita attuata tra ENI e altre società a questa affiliate – tra cui figura anche ENI East-Africa (i cui interessi sono nelle mani di ENI, la holding CNPC of China e ExxonMobil) – l’azienda nazionale è stata in grado di guadagnare circa 9 miliardi di dollari in quattro anni. Bisogna inoltre sottolineare come la presenza di aziende italiane in Africa Orientale non appartiene soltanto al recente passato. Le prime esplorazioni in questa zona del continente risalgono infatti agli anni ‘50 con AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli), assorbita negli anni ‘90 da ENI, in Tanzania. Nonostante queste prime esplorazioni non abbiano dato seguito ad ulteriori ricerche di petrolio, gli anni 2000 segnano una data di svolta in questo senso con l’estrazione e la commercializzazione di gas liquido. Non è un caso che ENI, dopo essersi aggiudicata l’Area 4 del bacino di Rovuma con la sua capacità di circa 140/180 trilioni cubici di piedi (tcf), abbia venduto concessioni a compagnie petrolifere coreane, cinesi e indiane[1].

Olabamiji Yemi Tubi, Hunger in the Land of Plenty

Una “pacchia” armata: industria e commercio di armi

Un altro settore strategico per quanto riguarda la presenza delle aziende italiane nel continente africano sono le armi (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).

A causa di instabilità politica o della presenza di regimi totalitari o di interventi di “pace” da parte di organizzazioni governative, alcuni paesi del continente costituiscono una grossa fetta di mercato per gli affari della Leonardo-Finmeccanica e altre aziende a questa affiliate. Le occasioni commerciali in cui la compagnia nazionale italiana è presente spaziano dalla vendita di armamenti alla fornitura di servizi di sicurezza e supporto, ad azioni umanitarie. Un esempio di quest’ultimo tipo di affari proviene dalla Repubblica del Congo, in cui lo stato ha appaltato alla IA4P (Italian Alliance for Ports), un gruppo di compagnie della penisola attive nella logistica e nelle infrastrutture, la creazione di un sistema integrato di sicurezza marittima nel porto di Pointe Noire. La Leonardo-Finmeccanica figura come l’azienda leader in questo gruppo di compagnie e guadagnerà un totale di 30 milioni di euro sui 150 milioni complessivi. Finmeccanica-Leonardo è anche attiva nei paesi dell’Africa del Nord. Nel 2016, l’azienda nazionale, che nel 2015 aveva un fatturato di circa 13 miliardi di euro, ha siglato un accordo commerciale con il Ministro della Difesa algerino che prevede la creazione di una compagnia condivisa per la produzione di elicotteri Augusta-Westland nel sito industriale di Aïn Arnat. Nonostante questo volume d’affari, il settore più redditizio per Finmeccanica e altre aziende associate o di cui è proprietaria (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries) rimane la vendita di armamenti nel mondo ed in molti paesi del continente. Bisogna considerare che il valore globale delle licenze di esportazione definitiva si aggirava intorno agli 8.247.087.068 euro, rispetto ai 2.884.007.752 del 2014, con un volume di affari complessivo tra il 2010 e il 2014 di circa 4,8 miliardi di euro di armi. Di tale dato bisogna considerare che il valore complessivo dell’export di armamenti nel continente ha superato i 240 milioni di euro nel 2015. Tra i paesi africani in cui le aziende italiane hanno concluso gli affari più remunerativi ne figurano alcuni in cui i legami commerciali sono da tempo consolidati (Algeria, Marocco, Egitto, Nigeria) e stati che hanno potenziato il loro arsenale bellico grazie alle esportazioni italiane (Sudan, Angola, Zambia, Kenya). Nonostante la legge 185/90 sia vigente da 25 anni (norma che vieta la vendita di armamenti da parte di aziende italiane), l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. A nulla sono valse le proteste del mondo disarmista: le aziende italiane hanno continuato a vendere armi a paesi africani ad alta spesa militare e/o a regime militare (Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria). Nel 2016 i risultati sono stati alquanto impressionanti. Sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea).

Nel commercio di armamenti è stato dimostrato che sono coinvolte anche alcune grandi banche italiane, definite come banche armate. Non è un caso che secondo la Relazione Governativa sull’Export Italiano di Armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017, le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Nonostante la norma abbia forzato diverse banche (Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio della Spezia, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca Intesa) a disimpegnarsi dal campo delle transizioni commerciali nei primi anni 2000, la vendita di armamenti e le operazioni commerciali dirette da alcune banche (Unione di Banche Italiane, Banca Carige, Monte dei Paschi, Banca Valsabbina, BNL) continuano al giorno d’oggi[2]. Va infatti sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più̀ obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa San Paolo (137 milioni).

Una “pacchia” in costruzione: infrastrutture, green energy e altri affari

Sebbene i settori dell’estrazione di gas liquido e petrolio e la vendita di armamenti costituiscano il fiore all’occhiello della presenza di aziende italiane in molti paesi del continente africano, la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo di sistemi per lo sfruttamento di energie rinnovabili garantiscono ugualmente ottime entrate economiche alle compagnie italiane. A livello globale, l’attività all’estero delle imprese italiane di costruzioni continua a seguire una tendenza di crescita con oltre 230 nuovi cantieri aperti nel 2015 per un totale di 17,2 miliardi di euro e un fatturato cumulato che raggiunge quota 12 miliardi, con un aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2015, il 9,7% delle commesse totali di aziende italiane del ramo costruzioni hanno interessato l’Africa Sub-Sahariana e il 4,1% l’Africa del Nord. L’Europa (unendo paesi UE ed Extra UE) conta il 32% del portafoglio lavori complessivo, il Sud America il 23,1%, il continente africano segue con il 20,4% (11,4% Africa Sub-Sahariana e 9,0% Africa del Nord). Stando ai dati diffusi dall’ANCE (Associaizone Nazionale Costruttori Edili), Kenya ed Egitto figurano poi, rispettivamente, al nono e al decimo posto nella classifica delle 10 principali acquisizioni del 2015 per il settore costruzioni. Mentre Algeria (sesto posto) ed Etiopia (settimo) nella top ten delle principali commesse in corso.

Tra le aziende impegnate nella corsa all’Africa, la prima compagnia è la Salini-Impregilo, nata ufficialmente a gennaio 2018 dopo la fusione dei due gruppi. Il più grande progetto in cui l’azienda è impegnata è la grande diga sul Nilo azzurro in Etiopia per la realizzazione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il più grande impianto idroelettrico in tutto il continente. Un’altra compagnia molto importante nel settore delle costruzioni in Africa è la Trevi. Nel 2014 l’azienda aveva annunciato appalti per un totale di 135 milioni di dollari a livello globale, oltre a un accordo quadro da 380 milioni per la realizzazione di un complesso portuale in Africa. La ravennate CMC ha appena ottenuto un finanziamento da 165 milioni da Sace, il gruppo statale italiano del credito all’estero, e da Bnp Paribas per la costruzione dell’ultimo tratto dell’autostrada Luanda-Soyo, che collegherà la capitale angolana al centro petrolifero del Nord. La friulana Rizzani de Eccher, infine, si è concentrata negli ultimi due anni sull’Algeria, dove, oltre all’ospedale di Algeri, costruirà l’Autostrada di Jijel, in partnership con due aziende algerine: un progetto da 1,6 miliardi, a cui si va ad aggiungere quello da 1,4 miliardi per un troncone della ferrovia Oued Tlelat-Tlemcen, che costruirà insieme ad altre due italiane, Condotte e Ansaldo Sts.

Insieme alla costruzione di infrastrutture, numerose compagnie italiane sono poi impegnate nella creazione di impianti fotovoltaici per l’utilizzo dell’energia solare. Un esempio è il contratto siglato tra Enertronica, attiva nel settore delle energie rinnovabili e leader di un consorzio di compagnie presenti in Sud Africa, Italia, Romania e Turchia, e il governo Eritreo per la costruzione di un impianto fotovoltaico nel 2015. Il valore del contratto è stato di circa un milione di euro. Esempio più eclatante di questo nuovo trend di mercato viene da Enel Green Power, una delle prime compagnie a investire ingenti somme di denaro sull’energia rinnovabile in Africa. L’azienda italiana, già presente in Sud Africa, Zambia, Tunisia, Marocco, Senegal, Kenya e Algeria, ha investito 120 milioni di dollari in un progetto volto a creare 100 megawatt di campi solari in Etiopia.

Aboudia, Djoly Du Mogoba

I problemi giudiziari connessi alla “pacchia” italiana in Africa

È venuto il momento di porre l’accento sui problemi giudiziari in cui alcune di queste aziende sono incappate nel corso degli anni.

Il 20 giugno 2018 inizierà il processo per l’affare OPL 245, nome di una concessione offshore in Nigeria, contro le compagnie Eni e Royal Dutch Shell. Le due compagnie petrolifere sono accusate di corruzione per aver versato fondi illeciti per circa 1 miliardo di dollari al fine di acquisire un blocco petrolifero del valore di circa 9 miliardi di dollari e con esonero totale dal pagamento di tassi nazionali. Coinvolti nell’inchiesta sono il già citato amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, cinque attuali e precedenti impiegati di Eni, cinque precedenti impiegati di Shell insieme all’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, proprietario di una compagnia nazionale Malabu in possesso del blocco offshore.

Purtroppo Eni non è nuova a condotte fraudolente. Per esempio, è accusata dalla giustizia italiana di aver versato circa 197 milioni di Euro tra il 2007 e il 2009 in Algeria attraverso l’intermediazione della filiale Saipem. Tramite tale operazione illecita Eni ha potuto accedere al giacimento di gas algerino di Menzel. Di corruzione internazionale, con la richiesta di 900.000 euro di ammenda e sei anni di reclusione, è stato accusato l’ex dirigente Paolo Scaroni. Un altro processo è ancora in corso contro Eni: quello che riguarda l’integrazione di una società congolese indicata dal governo del paese, l’AOGC (Africa Oil and Gas Corporation), che appartiene a Denis Gokana, consigliere del presidente Denis Sassou Nguesso, nel contratto che la compagnia ha stipulato in Congo. Ancora in Nigeria, l’ex presidente Goodluck Jonathan è accusato di aver incontrato dirigenti di Shell e Eni più volte. L’Eni potrebbe essere inoltre indirettamente coinvolta in una vicenda di corruzione nell’affare, che vale 2 miliardi di Euro, relativo al giacimento di gas offshore di Marine XI, di cui l’azienda possiede circa il 23%, situata nella Repubblica del Congo. 

Non si può non chiudere questa carrellata di atti poco meritori ricordando gli incidenti di percorso di quel partito politico che da anni e soprattutto in questi giorni non fa altro che ripetere come un mantra ipnotico che gli africani devono ritornare a casa loro. Nel 2012, Franco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, fa partire da Genova un bonifico di 4,5 milioni o 5,7 milioni di euro destinati a un fondo in Tanzania attraverso la società di Stefano Bonet e altre intermediarie a Cipro e in Norvegia. Lo scopo di questi investimenti erano i diamanti estratti nelle miniere nel nord della Tanzania. A quel tempo, Belsito, oltre che tesoriere della Lega Nord, era stato sottosegretario del governo Berlusconi e numero due di Fincantieri. I fondi investiti fanno parte dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. L’attuale Ministro degli Interni e leader del partito politico sembra sia estraneo a tale vicenda, nonostante la sua lunga militanza all’interno del partito. Oggi che è leader della Lega Nord non sa dove i fondi illeciti siano finiti e chi ne siano i beneficiari.

Chi sono gli invasori?

Gli introiti prodotti dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio, le ingenti commesse provenienti dalla vendita di armamenti, il volume di affari relativo alle costruzioni e agli investimenti sull’energia verde sono solo alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani. Questo massiccia presenza di aziende straniere, da una parte, genera l’impoverimento delle economie locali non in grado di creare un’alternativa locale al monopolio globale in molti settori strategici e, dall’altra parte, produce lo sfruttamento di intere popolazioni che accarezzano la precarietà esistenziale tipica del regime neoliberista o sono del tutto estromesse dai circuiti economici dominanti. La perpetuazione di legami economico-sociali sbilanciati riproduce nuove forme di neo-colonialismo in cui molti governi africani si piegano, a causa della corruzione dilagante, alle esigenze di compagnie straniere elargendo loro appalti e commesse o concedendo in prestito vasti settori del loro territorio. Non è un caso che non esistano un corrispettivo di aziende nazionali in Africa in grado di contrastare lo strapotere di ENI, Leonardo-Finmeccanica, Salini-Impregilo o di altre aziende straniere in settori chiave dello sviluppo economico del continente.

Per tali motivi, più che parlare delle migrazioni come problema, bisognerebbe riflettere sulle rinnovate disuguaglianze economiche tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo e i problemi strutturali derivanti da tali disparità. Lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di aziende italiane e occidentali e l’utilizzo di forza lavoro a basso costo sono le dirette conseguenze di relazioni economiche sbilanciate. Invece di farci assalire da pensieri e sentimenti di xenofobia dovremmo riconsiderare la nostra comune storia di relazioni, che lega e ha legato l’Italia e molti paesi africani. Ripensare alle dinamiche di disuguaglianza, riflettere su quali sono gli agenti politici ed economici che traggono benefici da queste relazioni e che sono latori di ulteriori iniquità. Per questi agenti economici e sociali la “pacchia” dovrebbe essere già finita da tempo.

Olabamiji Yemi Tubi, Petroleum Oil: Africans’ Wealth and Woes

[1] Augé, B. 2015. Petrole et gaz en Afrique de l’Est: quels enjeux et quel perimetre?, Paris, Brussell: Ifri and OCP Policy Center.

[2] Ministero dell’Economia e delle Finanze Dipartimento del Tesoro Direzione V – Ufficio VI ELENCO TABELLE Operazioni disciplinate dall’art. 27, legge 09/07/1990, n. 185 -Smi – Relazione attività 2017 AA. Esportazioni definitive per Istituti di credito – Riepilogo generale.

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