Politiche del contemporaneo

Appunti di ecologia della fine/2. Oligarchie del clima

La seconda di una serie di riflessioni basate su quelle proiezioni dell’immaginario (le Simulazioni Politiche di Previsione) che, corrette o meno, hanno l’obiettivo di provocare una discussione su possibili scenari futuri. Su come attrezzarsi mentalmente, intellettualmente e politicamente di fronte ai disastri del clima. Sbilanciarsi sul futuro è un’operazione poco rassicurante e approssimativa. Per quanto la si possa fondare su una minuziosa analisi del presente, sarà sempre un tuffo nella piscina gelata, un salto nel vuoto.

Qui la prima uscita del ciclo “Appunti di Ecologia della fine”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Immaginate di essere nel 1922. Gli intellettuali antifascisti, anziché riflettere sul 1915, sulla portata devastante della Grande Guerra, sulle cause dell’inquietante ascesa del fascismo, stanno provando invece a farsi domande assurde sul 1943, sulle cose da fare in un lontano domani. Per vent’anni l’opposizione intellettuale italiana perderà ossigeno e visibilità nella scena politica, l’antifascismo sarà in grado di organizzarsi (con reale efficacia militare) solo grazie agli Alleati, la gente non allineata al regime si limiterà a coltivare la dissidenza in via privata, silenziosa, clandestina. Quello che nel 1943 permetterà un reale capovolgimento politico non saranno i partiti (prima fantasmi di se stessi poi completamente schiacciati dal partito unico), gli assembramenti e le manifestazioni di strada (prima eventi sporadici poi definitivamente proibiti), o il lavorio intellettuale di letterati e filosofi (prima sotterranei o in esilio poi riscoperti a rivoluzione finita). Per arrivare a un reale capovolgimento politico ci vorrà una guerra mondiale e, per la società italiana, la Resistenza, che passerà anche attraverso una dolorosa fase di guerra civile. Bene. Proviamo a immaginare adesso il nostro 1943, che sarà il 2043, o il 2050, o anche solo il 2030.

SPP. Simulazioni politiche di previsione. Il pensiero rivolto al futuro è una costante antropologica. Meno intuitivo è ragionare in termini razionali sul futuro sociale, cioè raccogliere con sguardo analitico argomenti plausibili per immaginare scenari collettivi possibili. Perché farlo? Forse per qualche intellettuale da poltrona le SPP sono esercizi letterari di distopia, fantapolitica ecocatastrofista. Ma guardiamo le cose per quello che sono: la sinistra europea ha irrimediabilmente mancato il bersaglio perché, ad esempio, non ha capito che ben dieci anni fa Barack Obama ha vinto le elezioni usando sistematicamente i social media, e che l’amministrazione Trump in America e i vicepresidenti del governo Conte in Italia pagano da anni degli spin doctor per monitorare quotidianamente la pancia della nazione e riempirla di salsiccia. Il meccanismo è semplice. Basta produrre un messaggio veloce, banale, identico a se stesso, declinato volta per volta secondo il bisogno della cronaca: i negri, la sicurezza, il taser, l’ordine che verrà. Ma in sottotesto si muove un’unica maschera, la tranquillità, l’eucarestia quotidiana dei “neoqualcosa”. In questo mare piattissimo si naviga infatti a gonfie vele, per creare un vertiginoso handicap sociale a cui la gente accondiscende volentieri: tranquilli, sicuri. Sicuri del controllo offerto, di una vita blindata in casa, del benessere armato, mentre si allarga il controllo su stipendi, vita, spostamenti, abitudini, abitazione, frequentazioni, desideri, sogni, corpi, immaginari. E resistere? In bilico tra uno snobismo alla moda (“ah io il cellulare non lo uso, la rete è una trappola, dobbiamo assolutamente uscire dai social”) e un’arida mancanza di realismo (“reinventiamo il vecchio partito sui valori di sempre”), assistiamo proprio in queste ore al tentativo di vecchi scheletri di appropriarsi di inorganici e solo spontanei ed emotivi movimenti di piazza, o al patetico sfiorare il migliaio di like a volenterosi sconosciuti che propongono di fondare senza una reale narrazione aggregante un “chissacosa” sociale, apartitico, umano, veramente onesto. Il limbo dell’inazione, insomma.

Per chi si azzarda a ragionare in termini di SPP, tutto questo agitarsi virtuale è solo la fase di negoziazione del trauma prima della fase di depressione-accettazione, dove con trauma, oltre a quello di aver perso le elezioni, intendiamo l’incredulità nel vedere una tale impennata delle destre xenofobe che ci sembrava impossibile, è svegliarsi di colpo in una nazione intollerante che ci immaginavamo diversa. Per chi è abituato a ragionare in termini di SPP, non si dovrebbe perdere troppo tempo illudendosi di possedere veri e adeguati strumenti di partecipazione per opporsi ai cosiddetti politici-pagliacci di questa fase storica (Trump, Bolsonaro, Le Pen, Orban, Salvini). Quello che invece bisognerebbe fare è provare a immaginare la fase successiva, quella degli oligarchi del caos (Russia, Africa, Sudamerica, Cina), e a come sarà possibile inventare delle tattiche di resistenza politica e culturale per sopravvivere. Detto altrimenti, siamo nel nostro 1922, o nel 1933 tedesco, o nel 1936 spagnolo, siamo cioè al cuore di una svolta storico-politica che ci spinge ad affacciarci su un abisso, qualunque nome politico le si voglia dare. E dunque se vogliamo capire che cosa fare nell’Italia dei prossimi vent’anni, è bene provare a immaginare il nostro poco incoraggiante futuro. È appunto la mancanza di immaginazione, e dell’uso dell’immaginario in politica, che ha consegnato l’Italia al populismo sovranista. Mancanza di immaginazione e analfabetismo programmato dal 1994, quando il pop-up Berlusconi ha cambiato i linguaggi, con alcuni partiti in grado di adeguarsi e altri che ancora vagano nella patetica rincorsa di se stessi.

Quello che è accaduto negli ultimi vent’anni di cultura Mediaset e di smantellamento dell’istruzione pubblica, è all’origine della grande illusione partecipativa che rende possibile la permanenza al potere di alcuni tribuni della plebe ignoranti e incompetenti: la democrazia diretta è come fare sesso, la democrazia indiretta è guardare un video dove qualcun altro fa sesso. Forse i neuroni specchio si attivano e tutto sembra molto reale, ma l’unica cosa reale è la reazione del soggetto che guarda lo schermo. Altrimenti detto, siamo nell’illusione democratica, non nella democrazia. Quello che accade dietro lo schermo è solo il consolidamento di un potere personale attraverso il consenso di massa. E la massa, si sa, ama i vertici e il copia-incolla. L’unico modo di sabotare la macchina, l’unica rivoluzione possibile, sarebbe quella di porre al centro di ogni problema politico l’informazione. Informare i lavoratori, ormai sull’orlo della povertà, che il nemico non sono due migranti sopra una bagnarola ma i padroni. Informare i bambini sul valore della diversità culturale. La prima cosa la facevano i sindacati, la seconda avrebbe dovuto farla la scuola. Ma oggi i sindacati e la scuola sono in macerie. Per uscire dalle macerie bisognerebbe lavorare su una nuova generazione, forse due, ma questo sarebbe possibile se ci fossero le condizioni per farlo. E le condizioni non ci sono. I sindacati non rinasceranno se non, forse, per impulso dei migranti, mentre la scuola, a meno di una riforma economica, sarà sempre meno all’altezza dei propri compiti.

In attesa di un vero flusso migratorio, molto più consistente di quello attuale e magari incoraggiato dai mutamenti climatici, in attesa che le proporzioni etniche cambino realmente generando una trasformazione della struttura stessa dell’elettorato nazionale e creando una reale dialettica etnopolitica con conseguenze concrete sulle strategie di ricerca del consenso, in attesa cioè che l’opposizione politica coincida con una contrapposizione etnica (come di fatto accade negli Stati Uniti), l’italiano dovrebbe provare a uscire dalle discussioni sulla possibile rinascita del PD o dalla fase emotiva che lo porta a identificare tutta la politica del mondo con la sola questione dei migranti. Quello che dovrebbe fare, invece, è chiedersi se la partecipazione alla gestione della cosa pubblica non gli sia stata scippata già con la prima Repubblica, se il totalitarismo tanto paventato non sia già una realtà di fatto, e se nei prossimi decenni di regime esisteranno diverse fasi di conformismo e quindi diverse tattiche di resistenza. Come? Ci vuole una seria quanto complessa SPP: quale sarà il dopo-Salvini, dove con “Salvini” non si deve intendere la sua o la di altri prossima legislatura, ma la fase davvero successiva, quella in cui la tipologia politica del salsicciaio di Aristofane sarà sostituita dal Creonte di Sofocle. Chi saranno insomma, in Italia, i Boris Berezovskij, gli Islam Karimov, i Robert Mugabe?

La domanda, in altri termini, è: chi oggi in Italia si candida come futuro oligarca che potrà approfittare della dissoluzione degli schemi politici tradizionali per accrescere la propria fortuna personale e innalzarsi a imprenditore-difensore del popolo? A chi dovremmo guardare? Quali indizi sono anticipatori della mutazione? Il tentativo abortito ma significativo di un Montezemolo? Il basso profilo apparente della casta aggressiva dei Benetton? I Barilla? Gli investitori stranieri dell’Ilva? Forse. Ma più che cercare nomi e cognomi, dovremmo cercare di mappare quelle sacche di ricchezza sotterranea che per il momento appartengono a dinastie economiche in grado di passare incolumi anche attraverso una guerra, ma che un giorno, semplicemente derubate con la forza, saranno lo zoccolo economico di un qualche plutocrate-polemarco senza casta. Ora, il modo per individuare questi oligarchi in pectore sono la geografia e la tecnologia. Cioè vedere chi già sta acquistando “zone di resistenza climatica”, chi sta investendo in tecnologie di controllo organizzando contestualmente una forza militare o paramilitare. Nuova Zelanda, Argentina e Cile, Canada, Alaska, Siberia: terre non solo abbastanza a nord/sud per sottrarsi alla desertificazione e all’aumento spasmodico delle temperature del pianeta, ma aree montuose per poter approfittare di residui glaciali, bacini idrografici e correnti umide. Da qualche tempo gira la notizia di uno stravagante interesse di Putin per alcune aree della Siberia da trasformare in ecosistema del Pleistocene. La stampa parla del desiderio di creare un habitat da regalare a futuri mammut clonati, ma di fatto si tratta della prima fase di prospezioni geografiche per individuare aree di resistenza climatica in cui una parte limitata dell’umanità si riorganizzerà e si difenderà dalle catastrofi del clima e dalle masse umane abbandonate nei deserti senz’acqua. Delle ecofortezze, insomma, da cui guardare al sicuro il crollo della civiltà. Lo dice testualmente Peter Thiel, magnate della Silicon Valley, uno dei grandi sostenitori economici di Trump, che si è comprato un’enorme tenuta in Nuova Zelanda dove andrà a rifugiarsi con qualche amico alle prime avvisaglie del collasso.

Fantascienza? Distopia? Il controllo tecnologico che si vede su larga scala è perfettamente funzionale allo scopo, è il filtro di selezione per questa dipartita di massa, per questo abbandono programmato dell’umano debole. Controllo delle intenzioni, dei comportamenti, dei corpi, delle posture, per selezionare la classe dei salvati-schiavi: una massa uniforme, omogenea, priva di dissidenza, cinica e rassegnata alla necessità di un’ecatombe per mantenere salda sulla Collina dell’Acqua una tribù di padroni senza volto. Agli altri, ai noi, non resterà che la fine, in scenari simili a quelli che per ora non capiamo, che vediamo lontani e improbabili, ma che ci sono già, ad appena cinque ore di aereo da noi. L’apocalisse climatica raggiungerà le coste, le case, e la fuga degli Africani disperati sarà per noi una quasi-utopia: non ci sarà luogo dove scappare, buona parte del mondo sarà devastata, e l’altra piccola porzione di Sapiens, protetta dai residui del capitale, starà a guardare sotto ferrea protezione armata. Non si andrà da nessuna parte, semplicemente si morirà ovunque.

Oggi Moresco (Il grido, SEM 2018) racconta l’autoestinzione della specie, Baricco (Il gioco, Einaudi 2018) ci offre una visione personale del mondo digitale e Bifo (Futurabilità, Not 2018) analizza il presente proprio per sbilanciarsi sul futuro. Tutte riflessioni che però, in centinaia di pagine a volte troppo intelligenti, tendono a disinnescare la presa di coscienza dell’unico vero onnicomprensivo apocalittico problema: non “se” quel mezzo grado in più sconvolgerà il clima del pianeta entro il 2030, ma “che cosa fare” per essere nel 2030 dalla parte giusta, cioè quella di chi avrà scelto i luoghi e le tecnologie più efficaci per sopravvivere. Si tratta quindi di produrre manuali di resistenza ecologica, mappare le aree “salve” del pianeta, organizzare isole sociali non necessariamente create e governate dagli oligarchi. Le SPP sono forse dei falsi positivi: credo di vedere un serpente e invece era solo uno stecco. Ma se lo stecco fosse effettivamente un serpente? Nel 2016 la Altered Company ha brevettato un rubinetto che permetterà di risparmiare il 98% d’acqua potabile. Se qualcuno non avesse immaginato un mondo apocalittico senz’acqua non ci sarebbe stato motivo per inventarlo. Tutto il resto, tutte le chiacchiere intellettuali sul passato prossimo, sono pura dietrologia.

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