Milleuna

Nervi a fior di poesia

Tre poeti hanno da poco creato una casa editrice di poesia. Si chiama Nervi, come i filamenti del sistema nervoso e come quei fili che, nella rilegatura di un libro, tengono insieme le pagine. Ecco un estratto da ognuno dei primi tre volumi di Nervi Edizioni e due domande a ognuno dei loro autori: Mariagiorgia Ulbar, Andrea Longega e Sebastiano Gatto. 

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Ci sono i piani alti, e poi ci sono i sotterranei. Ai piani alti della poesia, negli ultimi tempi si è consumato un infervorato dibattito a proposito del suo stato attuale in Italia. Andrea Cortellessa ha parlato di «poeticidio»; Alfonso Berardinelli ha risposto che «per scrivere il novanta per cento delle poesie italiane che circolano oggi […] non ci vuole nessuna qualità, se non forse un po’ di specifica astuzia, dato che risultano essere niente»; Gilda Policastro ha reagito con forza; Paolo Di Stefano ha scritto che «la poesia è viva (nonostante tutto)» e anche Alberto Casadei ha reagito affermando che «la poesia è viva, ma ora bisogna ricostruire un pubblico competente», mentre Paolo Febbraro si è chiesto se «non stiamo sprecando i poeti». E così via.

Poi ci sono i sotterranei. Lì, fra gli altri, ci sono tre poeti – Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa – che hanno da poco avviato una casa editrice di poesia. L’hanno chiamata Nervi, come i filamenti del nostro sistema nervoso e anche come quei fili che, in una rilegatura, fanno sì che le pagine restino insieme come devono.

Nervi stampa i propri libri a Tipoteca, il museo del Carattere a Cornuda, in provincia di Treviso. I tre poeti-editori collaborano fattivamente alla lavorazione dei libri, per esempio sedendosi a tavolino a rilegare i volumi con filo di cotone, guidati dai maestri e dalle maestre della tipografia. I libri si presentano in una confezione sobria ma elaborata, decisa. Le raccolte poetiche sono esatte ed essenziali. Gli editori fanno un lavoro di ricerca e selezione con un rigore che si riflette in ogni minima scelta nella cura dei volumi.

I primi tre poeti pubblicati da Nervi – Mariagiorgia Ulbar, Andrea Longega e Sebastiano Gatto – sono giovani, ma non novizi: hanno altre pubblicazioni alle spalle e sono tre fra gli esempi più efficaci di quanto star lì a chiedersi se la poesia italiana sia viva o morta sia tempo forse non investito nel migliore dei modi. Meglio leggerla, per esempio. A questo proposito, ecco un estratto da ognuno dei primi tre libri di Nervi Edizioni e due domande per uno ai loro autori.

 

 Ulbar

 

 

 

Mariagiorgia Ulbar, Un bestiario

  

Ho visto le balene una notte

arenate nei pressi di uno stagno.

Tu dormivi teso nel respiro

e io vegliavo, tesa anch’io ma senza sonno.

Dormivano loro per sempre o

quasi per sempre

una almeno, mezzo respiro e un soffio più sottile.

E tra noi e loro solo il buio

e l’acqua immobile

e secoli di sconoscenza

di vita animale perduta

di vivere per cibo e per stanchezza

e vastità che non sappiamo immaginare.

Siamo tra la camera e lo stagno

e come ci arrivammo non si sa;

nessuna differenza, nessuna, amore,

due morti e due vivi per poco soltanto.

 

Bestiario è uscito più o meno nello stesso periodo della tua raccolta Gli eroi sono gli eroi, che ha ottenuto un ottimo e diffuso riscontro. Che relazione c’è fra le due opere?

Inizialmente, il manoscritto de Gli eroi sono gli eroi conteneva un paio di testi appartenenti ora a Un bestiario. Allora non avevo ancora ricevuto la proposta di Nervi, non avevo ancora visto quella serie di animali che poi è andata a comporre la plaquette, e conservavo qualche incertezza sulla composizione della parte iniziale del libro uscito per Marcos y Marcos. Quando Fabio Donalisio, mostrando fiducia e stima, mi invitò a inviargli qualche testo, quegli animali affiorarono tutti insieme dalle acque dei miei quaderni e delle cartelle elettroniche, si riunirono e partirono alla volta di Nervi. Se sia stato uno spirito da Noè a spingermi me lo chiedo ancora. Forse inconsapevolmente ho voluto salvarli, li ho messi insieme perché, benché tutti malmessi, sfortunati, in pericolo, mi sembravano esprimere una dignità che dovevo provare a conservare, proteggere, nascondere in luogo sicuro, riservato. Nervi era un buon posto. Al di là di quella primissima intersezione, la relazione che c’è tra le due opere è il luogo di provenienza, ovvero la mia testa, il punto di osservazione.

 

La forma del “bestiario” ha una storia lunga e tanti precedenti illustri: perché l’hai scelta?

Sì, ne sono consapevole. Da questa consapevolezza, e dallo sparuto numero di animali presenti nel libro, viene la scelta dell’articolo indeterminativo Un. E poi, è quel che è: la volontà di trasmissione di una summa di animali che io ho visto, incontrato, osservato o di cui ho solo sentito dire – come spesso valeva per gli animali descritti nei bestiari dell’antichità. Certamente io stipulo un patto di sospensione dell’incredulità col lettore, e da “scienziata” racconto quella manciata di bestie, indugiando nell’allegoria, nel simbolo. Dunque è vero: precedenti illustri, tradizione, storia di una forma letteraria che si svolge nei secoli, ciò che significa essere dentro una griglia, dentro un modello, ossia scrivere controllandosi, gentilmente costretti, stando in un solco, tanto da lasciare alle parole e alla sintassi il compito di portare il nucleo, la potenza, lo scarto.

 

Gatto

 

 

 

 

Sebastiano Gatto, Strada lavoro

 

Non puoi star male

 

I

Non puoi star male,

hai un figlio.

 

II

Le ore compongono un tempo complesso,

un rito in cui basta una febbre

o un piccolo intervento in sedazione

perché tutto coincida con se stesso:

paura con paura,

amore con amore.

E se questo è un mistero

è tale per troppa evidenza,

com’è chiaro, a guardarlo giocare

da solo,

che in principio non era il verbo,

ma un corpo uguale al suo

che tutto dice senza bisogno di spiegare.

Far buchi nella lingua per trovare

le parole, mostrargli che la tua

non è che stanchezza; provarci

con un bacio, una carezza,

con il libro che sapete a memoria

certi che identico

sarà il lieto fine, identica

la vostra storia.

 

Ci sono riferimenti espliciti all’Unione Sovietica, alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, a Černobyl’, che nel frattempo ha vinto il Nobel: cosa ti ha attirato verso quel mondo e quell’immaginario?

È stato probabilmente l’arrivo delle badanti Moldave e Ucraine nelle nostre case – ormai una decina di anni fa – a rendermi sensibile alle storie di vita raccolte dalla Aleksievič (il mio ultimo libro di poesia Voci dal fondo affronta proprio il tema delle badanti).

Parlare di temi tremendi e sacri come può essere quello di Černobyl’, tuttavia, è cosa complicata, delicata se vogliamo: farlo comporta il prendersi la responsabilità di parlare di qualcosa che non ci tocca personalmente e di cui non si ha forse il diritto di parlare; non farlo può voler dire lasciare la Storia con la S maiuscola in una teca, quasi non si potesse toccare, quasi non fossimo anche noi, più o meno direttamente, figli di quella storia.

È la stessa Aleksievič a indicare la strada: lei stessa per affrontare un simile tema utilizza lo strumento della storia orale, della testimonianza diretta per mediare il meno possibile. La poesia è dedicata a lei, al suo pudore, alla sua voce, al suo prendersi cura.

 

C’è un verso di Non puoi star male che dice che «le ore compongono un tempo complesso». Lì pare risiedere un carattere fondamentale del tuo lavoro, quello di creare un tempo complesso: qual è la complessità che senti di sciogliere o fondare con la tua poesia?

Qualche mese fa un amico poeta, cui avevo chiesto di leggere e dare un parere su alcuni miei testi, mi disse – data la loro gravità e cupezza – che è come se i miei versi li scrivessi su una scrivania diversa da quella su cui scrivo altre cose, che è come se nello stesso momento in cui mi dedico alla poesia, sparisca la leggerezza. Questa critica contiene del vero: se da un lato, in poesia, non mi do a priori l’obiettivo di trattare cose particolarmente serie, tristi e complesse, dall’altro, guardandomi indietro, mi rendo conto che quanto ho messo assieme in tutti questi anni è effettivamente tale. Insomma, il mio ragionare in versi tende a escludere leggerezza, immediatezza e semplicità.

La mia poesia non fa chiaro, non cerca un ordine, un senso plausibile. Sulla mia scrivania, per ora, esistono grumi, nodi e storture. Mi limito a lasciare che esistano; non sento il bisogno di semplificare. Li accetto così, lascio loro lo spazio dei miei versi, lascio che reagiscano tra loro e vedo cosa succede.

 

Longega

 

 

 

 

Andrea Longega, Primo lustro

 

Segnéti neri

 

Tuti ’sti ani co l’aqua alta

mio papà ga fato dei segnéti neri

no solo su le èrte de la porta de la botéga

ma anca sul marmo largo del ponte,

su la colòna col leonsin.

El ga cussì le misure precise

de quanto la cresse e de quanto la cala,

sentimetro dopo sentimetro

no ’l se pòl sbagliar. Niente e nissuni

pol ciaparlo de sorpresa mio papà.

’Pena solo el mal de mia mama

un setembre de sinque ani fa.

 

[Segnetti neri. Tutti questi anni con l’acqua alta / mio papà ha fatto dei segnetti neri / non solo sugli stipiti della porta del negozio / ma anche sul marmo largo del ponte, / sulla colonna con il leoncino. / Ha così le misure esatte / di quanto cresce e di quanto cala, / centimetro dopo centimetro / non si può sbagliare. Niente e nessuno / può coglierlo di sorpresa mio papà. / Appena solo il male di mia mamma / un settembre di cinque anni fa.]

 

Banalmente: perché la scelta del dialetto?

La scelta è avvenuta a un certo punto molto naturalmente: bastava accorgersi che la mia verità era racchiusa nel dialetto e non nell’italiano. Sono cresciuto con il dialetto come lingua della famiglia, degli amici, come lingua di ogni giorno a Murano, dove ho sempre vissuto. Anche negli ultimi anni, benché varie circostanze abbiano contribuito ad allentare questo stretto legame, continuo a pensare sempre, rigorosamente, in dialetto.

 

Una volta letta la tua raccolta, si ha l’impressione che il Primo lustro del titolo sta a indicare una sorta di bilancio dei primi cinque anni da una scomparsa importante. La poesia può essere un bilancio? La tua lo è?

Penso che per molti dire che la poesia sia un bilancio suoni molto riduttivo e sotto molti punti di vista – i più importanti forse – essa non lo è, ma nel mio caso, nel caso di Primo lustro e di molte poesie scritte in questi anni, credo lo sia. Credo sia uno degli aspetti più evidenti. Mi accorgo di essere critico, soprattutto verso me stesso, e a volte il bilancio risulta negativo anche quando in realtà non lo è: le mie poesie hanno sempre fatto molta fatica a registrare le entrate.

Nervi

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