Contro il naufragio del cosmopolitismo: etica e politica delle forme di vita

Quando parliamo di soccorrere i migranti nel Canale di Sicilia, il nostro discorso oscilla tra etica e politica, rimandando a una questione antropologica fondamentale: chi siamo quando ci diciamo umani?

El Anatsui, In the World But Don’t Know the World, 2011.
El Anatsui, In the World But Don’t Know the World, 2011.

La tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia pone una serie di problemi di ordine etico: il papa li ha posti con chiarezza, quando ha richiamato l’attenzione sul fatto che chi cerca, anche illegalmente, una nuova vita in Europa, perché nei paesi d’origine la sopravvivenza è spesso impossibile, è nostro fratello.Se siamo esseri umani dobbiamo tentare seriamente e concretamente di impedire che altri esseri umani muoiano annegati nel tentativo di sfuggire alla disperazione.

In questo dovere morale c’è qualcosa di profondo, che non attiene all’etica di riferimento di ciascuno, sia essa laica o religiosa. È un obbligo che ha a che fare con una dimensione quasi antropologica. L’evoluzione culturale della specie umana si è infatti appoggiata a strategie e forme di controllo razionale della realtà, a tecniche e tecnologie. Tra queste tecniche, una delle più antiche e diffuse all’interno di tutti i gruppi umani è l’arte della navigazione.

Quando è in gioco l’obbligazione morale ad aiutare i naufraghi, si tratta allora, come direbbe Kant, di rispettare l’umanità che è in noi, non però come astratto principio della ragione, bensì come concreto riconoscimento delle forme di vita che da sempre ci accompagnano e senza le quali non saremmo gli esseri umani che siamo. Il dovere di aiutare i naufraghi deve passare per l’ipotesi che potresti esserci tu in alto mare a rischiare la vita.

Non deve essere un esperimento mentale, cui con cinico buon senso si potrebbe rispondere: io non lo farei. Non è sufficiente nemmeno dire che, se queste persone affrontano simili sofferenze e rischi per venire da noi, è perché la vita nei loro paesi d’origine è insostenibile. Non basta. Bisogna anche dire che, se siamo entrambi in mare, noi con le nostre imbarcazioni da pesca, da diporto e di sorveglianza, essi con i loro barconi precari, è per via di una comune civiltà, che ha fatto del mare un luogo di vita (e di rischi).

Nella Pace perpetua, così come nella Dottrina del diritto, Kant afferma che il cosmopolitismo – l’idea, di ascendenza stoica, cara agli illuministi del XVIII secolo, di una fratellanza comune di tutti gli uomini – non ha tanto a che fare con la simpatia reciproca, con un senso di compassione nell’accezione etimologica del termine. La filosofia politica contemporanea Seyla Benhabib ha mostrato le implicazioni extra-etiche del concetto in Kant.

Il cosmopolitismo per Kant discende direttamente dal fatto che la Terra è rotonda. Non è la presa d’atto di una conoscenza scientifica, peraltro non sempre ammessa nel corso della storia umana. Si tratta, al contrario, della percezione che il mondo è uno spazio continuo ma non infinito, in cui gli esseri umani non possono evitare l’eventualità di incontrarsi.

Di recente lo scienziato cognitivo Michael Tomasello ha proposto un’ipotesi scientifica per spiegare lo shift evolutivo della specie umana rispetto ai primati più evoluti. Le forme di razionalità sviluppate dalla specie umana nel corso dell’evoluzione non sono connesse solo con specifiche abilità riflessive, radicate a livello linguistico: questa ipotesi ha padri scientifici nobili e sul piano di una filosofia dell’evoluzione umana è stata già avanzata da Emilio Garroni alla fine degli anni Settanta. Tali forme di razionalità rimandano anche a relative strutture di cooperazione, senza le quali quelle strategie non avrebbero potuto funzionare. Un’etica è perciò radicata nella stessa strategia evolutiva della specie umana e nella specifica cultura connessa con questa strategia: tale etica non ha pertanto a che fare solo con princìpi, inclinazioni e sentimenti individuali, ma lavora a livello delle forme di vita che ci permettono di vivere in società. È un’etica, e non una morale in senso stretto, che sconfina continuamente nella politica e, parafrasando Pietro Montani, ne risensibilizza le pertinenze.

Questo per dire che, quando parliamo di soccorrere i migranti nel Canale di Sicilia, il nostro discorso oscilla tra etica e politica, rimandando a una questione antropologica fondamentale: chi siamo quando ci diciamo umani? In questo senso le parole del papa, anche se sono state le più chiare a favore dell’obbligo di soccorso, non bastano, perché esse indicano solo l’aspetto etico del problema.

L’aspetto politico è stato invece lasciato al populismo di destra: ai Salvini, alle Le Pen. Questi politici hanno ben chiara l’idea di Europa che vogliono promuovere. Si badi che, nonostante le apparenze, si tratta di una visione europea: noi (europei) siamo un popolo così evoluto da esseri stati capaci di far convivere laicità e fede, un’identità culturale storicamente sedimentata (riscoperta dell’antico, cristianesimo, scienza moderna, illuminismo e così via dicendo) con il multiculturalismo, il capitalismo con un diffuso benessere e con i diritti sociali (con minore successo negli ultimi anni), la democrazia con l’ordine sociale. Si deve tener presente che la nuova destra populista europea, seguendo la lezione del suo precursore olandese Geert Wilders, non vuole per nulla chiudere i conti con tutto questo. La nuova destra populista vuole al contrario difendere questo modello di sviluppo, facendone, come Stalin con il socialismo, una “civiltà in un continente solo”. Tutta la politica della destra populista si regge oggi in tutti i paesi d’Europa su questo paradosso. Basterà che le istituzioni dell’Unione Europea si facciano apertamente sostenitrici di una visione simile perché la destra populista non abbia solo una visione europea, ma diventi anche europeista.

E la sinistra? Non stupisce, perché ci siamo abituati, ma lascia allibiti che la sinistra – tanto la sinistra “riformista”, che si limita a declinare in modo morbido le direttive politiche europee, quanto la sinistra “radicale”, che ormai tace o si rifugia in petizioni di principio puramente etiche, aderendo magari in Italia agli appelli del papa – non abbia da proporre una visione politica alternativa a quella della destra. È un processo di esaurimento della proposta doppiamente pericoloso: da una parte toglie un’alternativa politica all’elettorato; dall’altra spinge la destra moderata a inseguire la retorica populista dell’estrema destra per non perdere consensi. Il quietismo della sinistra ne riduce al nulla la proposta, radicalizzando quella della destra: la Francia è un caso esemplare. È una dinamica politica pericolosa, che ha precedenti nella storia europea del Novecento.

Credo personalmente che la sinistra dovrebbe ripartire da tre punti. Il primo è naturalmente quello di ribadire l’obbligo di soccorso. Ma non basta: da sola questa scelta è puramente etica.

La politica ha a che fare non solo con gli individui, ma con i gruppi, i popoli, le masse e con i loro interessi e bisogni, spesso contrastanti. Un secondo punto va introdotto nella discussione; e qui entriamo nel campo degli esami di coscienza che la sinistra forse dovrebbe farsi. La politica è un’arte precaria: si fa con le forze disponibili, si porta avanti nelle situazioni che ci si trova ad affrontare. Non è permesso perdersi nei teoremi, nelle visioni d’insieme, nelle spiegazioni inverosimilmente complesse, nelle “filosofie della storia”. La sinistra europea nel passato si è spesso gingillata con simili dispositivi di pensiero, molto potenti sul piano dell’analisi, ma spesso immobilizzanti per l’azione.

La sinistra aveva comunque una via d’uscita, data dal fatto che almeno una sua larga parte si riconosceva in un grande soggetto politico mondiale, l’Unione Sovietica, che di politica estera attiva ne faceva eccome. I teoremi sulle responsabilità dell’America e sugli scacchieri dell’Africa, del mondo arabo e del Medio Oriente devono cedere il passo a concrete riflessioni sulla posizione che l’Europa deve assumere unitariamente in questi scenari, riconoscendo l’esistenza di conflitti e rinunciando a pensare di poterli gestire preventivamente, o di tenersene alla larga.

La sinistra europea, vengo al terzo punto (e al secondo esame di coscienza), deve riscoprire nel riconoscimento e nell’elaborazione del conflitto (che significa schierarsi, scegliere la parte dove stare) una delle risorse per riattivare un ciclo politico positivo in Europa. La sinistra deve compiere un salto di qualità in Europa, deve riconoscere l’Europa come l’orizzonte di conflitto entro cui porre tali questioni. Deve pretendere, come richiedono le organizzazioni umanitarie, che le ambasciate degli stati europei accolgano le richieste d’asilo direttamente nei loro paesi, in modo da evitare i traffici di essere umani nel Mediterraneo.

Ma deve fare anche un’altra cosa. I traffici di esseri umani non nascono in un’economia informale, locale: è accertato che i trafficanti hanno reti internazionali di gestione finanziaria dei loro profitti. L’Europa deve mettere mano a una riforma radicale della finanza e dei flussi di denaro, in nome della trasparenza e di alcuni princìpi basilari di giustizia: non l’ha fatto per la crisi e per la stabilità sociale dei paesi europei, lo deve per fare per le morti in mare e per la stabilità politica.

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