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Mostro, terrorista, frocio

Pubblichiamo alcuni passi del saggio di Jasbir Puar e Amit Rai, Mostro terrorista frocio: la guerra al terrorismo e la produzione di patrioti docili, contenuto nel libro “Femminismi queer postcoloniali. Critiche transnazionali all’omofobia, all’islamofobia e all’omonazionalismo”, a cura di Paola Bacchetta e Laura Fantone (ombre corte 2015).

femminismi queer postcoloniali

Quanto sono centrali la sessualità e il genere nell’attuale guerra al terrorismo? In che misura le tecnologie che si sono sviluppate nella guerra al terrorismo possono considerarsi come un punto di partenza oppure come una trasformazione delle precedenti tecnologie dell’eteronormatività, della supremazia bianca, del nazionalismo? In che modo le attuali pratiche anti-terroristiche impiegano queste tecnologie, e in che modo queste pratiche e queste tecnologie diventano il quadro di riferimento quotidiano attraverso cui siamo costretti a combattere, sopravvivere e resistere?

La sessualità ha una posizione centrale nella produzione di un certo tipo di sapere riguardante il terrorismo, in particolare quella branca dell’analisi strategica entrata a far parte del mainstream accademico come studi sul terrorismo. Questa disciplina ha una storia recente, e pure spesso collega l’immagine del terrorista moderno ad una figura molto più antica, quella del mostro, del corpo altro, per razza e sessualità, che assume particolare rilevanza nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Inoltre, la costruzione della patologia psichica del terrorista abilita pratiche di normalizzazione, che nel contesto di oggi, corrispondono alla co-formazione del patriottismo eterosessuale. In opposizione alle reazioni all’11 settembre, consideriamo la questione della giustizia di genere e della politica queer attraverso alcuni quadri di riferimento ampi, con molteplici genealogie – sperando di dimostrare che il genere e la sessualità entrano nell’immaginario, creando sia icone ipervisibili sia fantasmi che infestano le macchine della guerra.

Qui intendiamo formulare due argomenti correlati: che la costruzione del terrorista sia fondata sulla conoscenza di una sua perversione sessuale (una mancata eterosessualità, e una certa mostruosità omosessuale, secondo i termini psicologici occidentali); che la normalizzazione favorisca un patriottismo eterosessuale aggressivo, riflesso nelle rappresentazioni mediatiche dominanti (per esempio, nelle serie televisive). Le forme di potere impiegate nella guerra al terrorismo sono basate, infatti, su processi di messa al bando dell’altro razzializzato e sessuato, ma anche su processi che rendono questi altri, dei soggetti da correggere. Il nostro argomento si ispira all’analisi della figura della mostruosità, formulata da Michel Foucault, come uno dei soggetti anormali dell’Occidente, seguita da una considerazione sul ritorno del mostro, come perturbante, negli studi sul terrorismo. Procediamo, quindi, verso un’analisi della relazione tra queste figure mostruose contemporanee e il patriottismo eteronormativo. In questo saggio, offriamo un esempio concreto di analisi culturale di un episodio della serie televisiva The West Wing – Tutti gli uomini del Presidente sul terrorismo, e un’analisi della risposta delle comunità Sikh in America all’11 settembre, come esemplare del significante del turbante, nell’immaginario americano, come necessariamente collegato al terrorismo.

[…]

Innanzitutto, il mostro. Perché la mostruosità viene ad influire nel discorso sul terrorismo? Dando semplicemente un’occhiata al linguaggio utilizzato dai media nella loro descrizione, certo non neutrale, della militanza islamica, un noto articolo del “New York Times”, datato 2001 dichiara: “Osama bin Laden, secondo collaboratori, analisti e corrispondenti della Fox News, è immondizia, un mostro che controlla una rete di odio. I suoi seguaci di Al Qaeda sono degli scagnozzi del terrore. I combattenti talebani sono diabolici, un branco”.
In un altro articolo simile, sul web, si leggeva:

È importante rendersi conto che i talebani non tollerano semplicemente la presenza di bin Laden e i suoi campi di addestramento terrorista in Afghanistan. Piuttosto, essi fanno parte della stessa alleanza. Al Qaeda e i talebani sono le due teste di un unico mostro, e condividono la stessa fanatica ossessione: imporre a tutti i musulmani un marchio distorto e rigido dell’Islam, e inferire la morte a tutti coloro che gli si oppongono.

In queste evocazioni di mostri-terroristi, una moralità assoluta separa il bene da un “male oscuro”. Come catturato dalla stessa oscura retorica anti-occidentale dell’Islam radicale, questa storia traccia una figura, Osama Bin Laden, un governo, i talebani, come totalmente opposto di tutto ciò che è umano e buono. Il mostro terrorista è il male puro e deve essere distrutto, in questa visione radicale. Ma il mostro ha una mente?

Da ciò scaturisce un’altra domanda: queste figure e queste strategie rappresentative hanno una storia? Il linguaggio legato al mostro-terrorista dovrebbe essere letto a partire dal modo in cui il mostro emerge nella storia nei discorsi occidentali sulla normalità. Potremmo cominciare ricordando, per esempio, che il mostruoso è stato uno dei tre elementi che Foucault collegava alla formazione degli “anormali”.

Il gruppo degli anormali era formato da tre elementi, la cui formazione non era esattamente sincronica. Il mostro umano. Un’antica nozione, il cui quadro di riferimento è la legge. Una nozione giuridica, dunque, ma in senso lato, poiché si riferiva non solo alle leggi sociali ma anche a quelle naturali; il campo in cui compare il mostro è quello giuridico-biologico. Le figure dell’essere metà-umano, metà-animale […], di doppie personalità […], di ermafroditi […] a loro volta rappresentavano quella doppia violazione; ciò che rende un mostro umano un mostro non è solo la sua eccezionalità relativa alla sua specie; ma è il disturbo che egli apporta alle regolarità giuridiche (siano esse leggi matrimoniali, tradizioni di battesimo, o regole di eredità). Nel mostro umano si combinano l’impossibile e il proibito. […] L’individuo da correggere. È una figura più recente del mostro. Non è tanto il correlativo degli imperativi della legge quanto quello di tecniche istruttive e delle loro specifiche richieste. L’emergere degli incorreggibili è contemporaneo all’attivazione di tecniche disciplinari, durante il diciottesimo e diciannovesimo secolo, nell’esercito, nelle scuole, nei seminari, e un po’ più tardi nelle famiglie stesse. Le nuove procedure sull’educazione del corpo, del comportamento, delle abitudini, sollevano il problema di coloro che sfuggono a quella normatività che non consiste più nella sovranità della legge. (M. Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France 1974-1975).

Secondo Foucault, il mostro si configura sia come metà-animale, sia come sessualmente ibrido. Ma è importante differenziare il mostro dall’individuo da correggere, sulla base del potere che opera su di lui o attraverso di lui. In altre parole, il potere assoluto che produce ed emargina il mostro incontra la propria dispersione nelle tecniche di disciplina e normalizzazione. Foucault analizza la mostruosità all’interno di una più ampia storia della sessualità. Questa genealogia è fondamentale per comprendere i passaggi, le resistenze, i reinvestimenti politici e storici tra il terrorista mostruoso e il discorso dell’eteronormatività. Perché i mostri e gli anormali sono sempre stati considerati deviati sessualmente: Foucault legava la mostruosità alla sessualità attraverso specifiche analisi dei corpi sessuati, della regolazione dei desideri, della manipolazione di spazi domestici e la tassonomia di atti sessuali quali la sodomia.

Come tale, il mostro sessuato era la figura che chiamava in causa una forma di potere giuridico, legata a diversi apparati disciplinari. Ricorriamo al concetto foucaultiano di mostruosità per elaborare ciò che riteniamo essere centrale oggi nella guerra al terrorismo: la mostruosità come costrutto che regola la modernità richiamando direttamente non solo la sessualità ma anche questioni legate alla razza e al genere. Prima di collegare queste pratiche alla politica contemporanea, soffermiamoci su due cose: primo, il mostro non è solamente l’altro; è una categoria attraverso cui opera un potere multiforme. In quanto tali, i discorsi che attiverebbero la mostruosità come schermo verso l’alterità sono sempre anche coinvolti in circuiti di potere normalizzante: il mostro e la persona da correggere sono cugini stretti. Secondo, se il mostro fa parte della famiglia degli anormali dell’Occidente, le questioni di razza e sessualità avranno sempre ossessionato la sua figurazione. La categoria della mostruosità è anche un implicito indice di sviluppo civile e adattabilità culturale. Quando le macchine da guerra cominciano a restringere la scelte e le possibilità di vita che la gente ha in America, e in modi molto più sanguinari all’estero, sembra che una sorta di configurazione del processo civilizzante sovrintenda la figura del mostro, organizzata da alcune parole chiave come democrazia, libertà e umanità.

[…]

Le due figure del mostro e del soggetto da correggere convergono in diversi modi nel discorso del mostro-terrorista. Sarebbe a dire che il terrorista è divenuto sia un mostro da emarginare sia un individuo da correggere. È nell’analisi strategica del terrorismo che queste due figure si trovano insieme. Da trent’anni, fin dal 1968, alcuni studiosi occidentali si sono dedicati allo sviluppo di un corpus disciplinare che ha fatto della psiche del terrorista il proprio obiettivo e un vero e proprio oggetto di studio: gli studi sul terrorismo. L’analisi strategica di ciò che negli ambienti dell’intelligence è noto come violento attivismo sub-statale richiesta per la sua rilevanza politica. Da qui, la sua strana integrazione nel più ampio campo di quello che una volta Edward Said ha definito come la casa disciplinare dell’orientalismo: le scienze politiche. La nostra analisi si lega alle riflessioni di studiosi e attivisti come Said, Cynthia Enloe, Ann Tickner, Noam Chomsky, Shirin M. Rai, Edward Herman, Helen Caldicott, Philip Agee, Talal Asad e altri.

Questi scrittori hanno aperto uno spazio di critica che mette in discussione le rivendicazioni epistemologiche ed etiche degli studi sul terrorismo. Va ricordato che la loro rigorosa e scrupolosa critica alla politica estera degli Stati Uniti ha permesso ad altri di collegare le guerre domestiche contro le persone di colore e i poveri negli stati uniti. Inoltre, le loro critiche hanno anche attivato una contro-memoria di altre genealogie, storie e modalità di potere, come la sessualità, il colonialismo e la normalizzazione. Nel discorso antiterroristico dell’ultimo decennio, la modernità condivisa del mostro e del delinquente vengono collegate a specifiche nazioni e razze. La modernità intesa anche come superiorità tecnologica e militare. Nell’editoriale della rivista “Foreign Policy”, intitolato Conosci il tuo nemico, si legge:

Il GPS Globale, i droni, i big database, e i computer palmari – nascono dalle risorse di cui dispongono gli apparati militari e diplomatici statunitensi. Ma cosa fare in caso di guerra contro un paese di cui non conosci i territori, la lingua, e del quale non puoi ottenere alcuna mappa attendibile con le tecnologie? Benvenuto al fronte della guerra contro il terrorismo, che si svolge soprattutto in zone di cui gli Stati Uniti hanno una limitata conoscenza.

L’autore conclude il pezzo traendo una lezione particolare da L’Arte della guerra di Sun Tzu, “Se conosci te stesso ma non il nemico, soffrirai una sconfitta per ogni vittoria guadagnata. Se qualsiasi guerra al terrorismo ha come scopo la vittoria, allora gli Stati Uniti hanno davvero tanto da imparare”. Gli studi sul terrorismo si trovano al fronte di questa produzione di sapere. In un articolo della rivista fondata dalla Rand Corporation, “Studies in Conflict and Terrorism”, Richard Falkenrath nota:

Le pubblicazioni sul terrorismo sono molte. La maggior parte riguarda coloro che praticano il terrorismo, ovvero i terroristi stessi. Diversi filoni all’interno degli studi sul terrorismo prendono in considerazione, per esempio, le motivazioni o i sistemi di credenze di singoli terroristi; le strategie esterne o […] dinamiche interne di particolari organizzazioni terroristiche; o l’interazione di movimenti terroristi con altre entità, come i governi, i media, o sottogruppi sociali. […] Gli studi sul terrorismo aspirano non già ad una rispettabilità scolastica, ma piuttosto ad una rilevanza politica. […] Essi hanno fornito un aiuto valido nell’organizzazione e nell’informazione di pratiche anti-terroristiche.

L’antiterrorismo è una forma di sapere razziale e civilizzante, e oramai anche una disciplina accademica, che è piuttosto esplicitamente collegata all’esercizio del potere statale. Inoltre, questo sapere assume la psiche come suo luogo privilegiato di indagine. Come viene spiegato in un altro articolo di “Studies in Conflict and Terrorism”,

I modelli basati agli aspetti psicologici sostengono solitamente che la violenza del terrorista non è tanto uno strumento politico quanto un fine in sé stesso; essa non dipende dall’attività razionale, ma è il risultato di un atteggiamento compulsivo e psicopatologico. Nel tempo gli studiosi sostenitori di questa tesi hanno suggerito che i terroristi sono spinti da impulsi autodistruttivi, ossessioni igieniche, disturbi emotivi, problemi nei confronti dell’autorità e del sé, e una madre instabile. Dei tentativi articolati nel presentare interpretazioni psicologiche più ampie, vaghe e (deliberatamente) generalizzabili del terrorismo sono stati fatti, tra gli altri, da Jerrold M. Post, che ritiene che “[…] i terroristi sono portati a commettere atti di violenza come la conseguenza di spinte psicologiche, e […] la loro particolare psicologia è predisposta a razionalizzare azioni che essi sono psicologicamente costretti a commettere”.

Nel passaggio qui riportato, è utile sottolineare la ricorrenza del falso mito della maternità instabile attribuito a molti modelli familiari non-occidentali, e al collegamento tra pulsioni, mente del terrorista e la sua agentività. Su queste discutibili basi gli psicologi che lavorano nel campo degli studi terroristici hanno costruito tassonomie sulla mente del terrorista. In un recente articolo della rivista “Analyses of Social Issues and Public Policy”, Charles L. Ruby fa notare l’esistenza di due quadri di riferimento chiave per l’interpretazione della sfera mentale del terrorista:

il primo comprende teorie che ritraggono il terrorismo come conseguenza di deficienze o disturbi della personalità. Questo primo gruppo di teorie utilizza un modello psicodinamico. Il secondo consiste di teorie che vedono il comportamento terroristico come una forma di violenza politica perpetrata da persone che non possiedono risorse militari sufficienti per accedere a forme di violenza politica più convenzionali.

[…]

È l’idea dell’inspiegabile che continua ad ossessionare tutti gli apparati civilizzanti che la macchina da guerra occidentale impiega nei suoi tentativi di capire la psiche del terrorista. Questa volontà di sapere, non è molto diversa da quella che ha mosso il colonialismo. Nella prossima sezione ci concentreremo sulla relazione di genere, tra quei saperi e le pratiche dell’eteronormatività.

[…]

Cominciamo semplicemente sottolineando alcuni fattori che conferiscono un carattere eteronormativo al nazionalismo americano e che si sono esacerbati nell’attuale clima politico. Questi comprendono i racconti di traumi e dolori della famiglia eterosessuale (tornano alla mente le immagini delle mogli che piangono in tv, o le famiglie che chiedono al governo aiuto dopo aver perso il padre nelle torri gemelle); le lodi degli eroi gay nazionali come Mark Bingham da parte dei conservatori LBGTQ come Andrew Sullivan; e persino il concorso di bellezza Miss America, svoltosi soltanto a poche settimane dall’11 settembre, che enfatizzava l’orgoglio nazionale delle concorrenti con lo slogan: “C’è così tanto orrore nel mondo, abbiamo bisogno di vedere la bellezza”.

Queste immagini ci portano a interrogarci sul modo in cui il patriottismo ha riattivato una memoria storica di una maschilità militarista, razzista e classista. Nei giorni e nelle settimane seguiti agli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center e al Pentagono, sono circolate varie immagini derisorie di Osama bin Laden con il turbante, e qui ci pare utile soffermarci sul turbante. In un fotomontaggio détournement apparso su Stileproject.com, anche George Bush sfoggia un turbante alla bin Laden. Alcuni cartelloni apparsi nel centro di Manhattan dopo solo alcuni giorni dagli attacchi, mostravano un bin Laden con turbante, che subisce una penetrazione anale dall’Empire State Building. La didascalia recitava: “L’Impero si vendica”, e “così ti piacciono i grattaceli, eh?”.

Venne creato un sito web in cui si poteva torturare Bin Laden fino alla morte tipo videogioco, con una serie di armi a disposizione, culminanti nella sodomia.

Queste immagini mostrano una vendetta sul corpo e un utilizzo della queerness come devianza sessuale, che si lega stranamente alla figura mostruosa del terrorista, nel tentativo di creare una distanza tra la norma e i soggetti classificati come terroristi. Il terrorista-mostro aiuta a normalizzare, unificare un popolo. Sebbene molta parte dell’umorismo nero e sessuale incentrato sulle punizioni immaginarie a Bin Laden diventa anche un discorso di genere, profondamente razzista, sessista e omofobico. In un caso, la vignetta suggeriva di sottoporre Bin Laden ad un’operazione che gli facesse cambiare sesso, in modo da poter vivere come una donna in Afghanistan, oppressa dal burka e sottoposta a matrimoni combinati eterosessuali. L’America minaccia di evirare Bin Laden.

Così, da una parte gli Stati Uniti vengono rappresentati come distanti dall’omosessualità attraverso il paragone con l’Afghanistan, e, dall’altra parte, gli Stati Uniti, avendo fatto esperienza di una castrazione simbolica, un’evirazione della sua maschilità capitalista, offrono narrazioni simmetriche di evirazione di Bin Laden, un uomo con il turbante, esplicitamente altro.

Un’immagine del genere che implica connotazioni negative per gli omosessuali in generale. Non stupisce che in tutta New York si sia registrata una crescita dei fenomeni di violenza e aggressioni contro gli omosessuali non bianchi, proprio in quel periodo. Queste immagini di cattivo gusto hanno promosso un’aggressività e una violenza omicida, che ha influenzato i livelli di accettabilità di violenza verbale, dato che toni simili si sono sentiti nei discorsi del Presidente George W. Bush. Tutti questi esempi mostrano che le connessioni storiche tra l’eteronormatività come processo e il terrorista mostruoso come oggetto di paura si intersecano: infatti, l’omosessualità emerge come opposto del patriottismo eteronormativo dopo l’11 settembre.

Quando su una bomba della flotta statunitense, a bordo della U.S.S. Enterprise, apparve la scritta “distruggiamo quei froci”, le organizzazioni nazionali per i diritti LGBTQ denunciarono l’omofobia di questo tipo di retorica nazionalista, ma non ebbero il coraggio di criticare la guerra contro l’Afghanistan di per sé. In altre parole, ciò che vediamo nell’impiego del patriottismo eteronormativo è la messa al bando del terrorista-mostro-frocio, dell’altro queer, ma anche una forma celebrata di omosessualità purché contenuta all’interno della nazione.

[…]

Come comunità LGBTQIA (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e queer, intersessuali e asessuali) possiamo articolare una risposta al terrorismo più sofisticata che non la semplice condanna del burka, la distinzione Noi/Loro e del con noi o contro di noi. Insomma, dobbiamo problematizzare i legami tra il patriottismo e l’identità culturale e sessuale. Se dobbiamo resistere alle ideologie guerrafondaie promosse in termini sforzo bellico, dobbiamo porci delle domande che ci permettano di costruire solidarietà pratiche con le comunità e i movimenti internazionali e locali. Se il femminismo occidentale si è reso complice del dominio imperiale e nazionalista, come possono le femministe di colore statunitensi, come anche quelle Sud globale, (come le donne di RAWA) vedersi riflesse in esso? Se certe forme organizzative queer e progressiste si legano a forme di dominio nazionalista e imperiale, come l’esercito, come possono gli omosessuali di colore, qui e in tutto il mondo, contrastare le narrazioni di patriottismo e del nazionalismo che li includono?

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