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Sguardi su METAMORFOSI #2 (di forme mutate in corpi nuovi). Uno spettacolo in costruzione.

È passato un mese dal 27 giugno dallo spettacolo METAMORFOSI # 2 (di forme mutate in corpi nuovi) della compagnia Fortebraccio Teatro, in scena in piazza Duomo a San Gimignano, Siena, all’interno del festival Nottilucente

Lo spettacolo, con la regia di Roberto Latini, vincitore del premio Sipario nel 2011 e del Premio Ubu come miglior attore nel 2014, costituisce la seconda tappa di un progetto più ampio che si propone come una traduzione in forma di teatro contemporaneo delle Metamorfosi di Ovidio.

Sto cercando all’interno di Metamorfosi
quanto sul confine del contemporaneo
e cercando di muovere da lì

(R. Latini, da uno scambio via mail e poi telefonico avvenuto i primi giorni di luglio del 2015)


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Il sipario si era aperto due giorni prima al Teatro di Poggibonsi e in questi più di trenta giorni è cresciuto, si è trasformato, è passato dal festival Inequilibrio di Castiglioncello, da Diffusioni di Loro Ciuffenna e il 2 e il 3 agosto sarà a Chiusi al festival Orizzonti.

Un’architettura in divenire, che in tre anni si propone di costruire una drammaturgia prendendo come stella polare l’opera ovidiana, senza però rimanere filologicamente aderente al testo, senza dover dare per forza un ordine, una cronologia. Perché, come recita la presentazione dello spettacolo di Fortebraccio Teatro, «il divenire è il fine, non il mezzo». Così la scheda tecnica di presentazione dello spettacolo e del progetto:

Ci mettiamo in un divenire, rendendolo il fine e non il mezzo, pensando fermamente che gli stimoli che verranno da questa indefinizione di partenza potranno essere capaci di rispondere alla natura in trasformazione del Teatro e del contemporaneo al quale cerchiamo di contribuire con le nostre proposte.

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L’attenzione di attori e danzatori sulla scena è altissima, i corpi sono tesi, protesi e ricettivi: Metamorfosi è in una fase di studio, di creazione e di elaborazione; il pubblico, arrivato alla fine, fatica ad avere chiarezza del messaggio, dell’intenzionalità nell’elaborazione del testo ovidiano. Lo sforzo – forse il più difficile – richiesto agli astanti è proprio quello di non giudicare il materiale che si sviluppa, di non cercare per forza il senso, per lasciarsi trasportare invece dai fotogrammi, dalle tonalità glaciali di Max Mugnai e dalla musica metallica di Gianluca Misiti, senza necessariamente dover riconoscere nelle immagini le sequenze del testo ovidiano.

L’episodio centrale è quello della peste, tratto dal Settimo libro delle Metamorfosi e riproposto dal corpo di danza Esklan Art’s Factory, il coro degli appestati. I colori chiari degli indumenti dei ballerini sono in contrasto con quello degli altri personaggi. Mentre una voce esterna al palco recita i versi ovidiani sulla contaminazione della peste, i corpi assecondano danzando le parole diventate suoni e ritmo.

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Una peste tremenda, originata

dall’ira di Giunone indispettita

che questa terra, Egìna, avesse il nome

di mia madre, rivale sua in amore,

si abbatté sul mio popolo. Finché

sembrò un malanno naturale e oscura

ci fu la causa dell’orrenda strage,

la combattemmo con la medicina.

Ma il flagello era tale che ogni mezzo

riusciva vano e bisognava arrendersi.

Nel primo tempo una spessa caligine,

opprimente, calò su questa terra:

una cappa di nuvole, sfibrante

per l’afa insopportabile. La luna

per quattro volte completò il suo cerchio

richiudendo la falce e assottigliandosi

lo ridisfece. Un Austro soffocante

muovendosi nell’aria diffondeva

i suoi soffi mortali. L’infezione

si propagò sino alle fonti e ai laghi,

e migliaia e migliaia di serpenti,

errando per i campi desolati,

con i loro veleni contagiarono

fiumi e torrenti. Fu con una strage

di cani, uccelli, pecore, giovenchi

e animali selvatici che il morbo

nei primi tempi si manifestò

con un impeto molto virulento.

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C’è poi un personaggio che è vivo ed esistente: maschile e femminile al contempo, interpretato nello spettacolo a San Gimignano da Roberto Latini. Ha una parrucca nera, la bocca truccata, una gonna di un rosso brillante, scarpe da clown fuori misura, il corpo teso per la tensione di voler parlare, al contempo frenato dal timore di poter dire troppo, di ricordare qualcosa.

Protagonista è una coppia di clown, in alcuni frangenti Minni e Topolino, che vanno per mano rassegnati, lenti nel loro avanzare; strisciano nel buio della terra.

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In conclusione, sembra poter dire che in questo dramma messo in scena, non c’è nessuno rimasto a piangere, nessuno che possa ricordare. Manca infatti chi piange, o perché sono tutti morti, o perché sono tutti clown. Viene da chiedersi infatti, dato che si tratta di clown, che sia forse perché sono tutti contenti?

Colpisce il contrasto tra il piano tridimensionale, di drammaticità, che rende a tratti i personaggi pieni di spessore e psicologia e d’altra parte quello stilizzato, bidimensionale e senza parole del fumetto. La tragicità rivela lascia a tratti spazio al gioco: il culmine della tensione, in cui uno dei personaggi armato di pistola minaccia gli altri, in un attimo si sgretola: con lo scattare del grilletto al posto del proiettile compare una bandierina con la scritta «BANG»: la pistola era solo un giocattolo, e tutto rientra in un’atmosfera leggera e ironica.

Lo stesso scarto ritorna nel finale, dopo il lungo drammatico recitato che descrive il contagio umano, a cui segue l’invito da parte degli attori in scena a far salire il pubblico sul palco. Lo spettacolo si conclude con una danza contagiosa e forsennata forse senza memoria, forse senza un domani.

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[Crediti fototografici: Fortebraccio Teatro – Metamorfosi | Nottilucente | 2015 © Guido Mencari]

 

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