400 ISO / Reparto Agitati

Dietro a ogni matto c’è un villaggio

Tra novembre e dicembre 2015 il Collettivo FX ha attraversato l’Italia per ritrarre i matti del paese sulle pareti delle città. Il soggetto era il Matto, ma il vero argomento è stato il Paese. Ed è così che sono venute fuori un bel po’ di storie e molti spunti di riflessione. 

«Il Matto invita le persone ad affrontare la vita con leggerezza, ad essere
spontanee e ad affrontare le cose così come vengono, senza paura di quello che accadrà».

 

San Francesco

Roma

a cura di URBAN LIVES

Un paricolare ringraziamento all’OFFICINA FOTOGRAFICA DI ROMA.

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Eravamo lì a San Pietro, come tanti altri. E c’era questo ragazzo con la barbetta che all’improvviso si è completamente spogliato. Ti lascio immaginare l’imbarazzo e le reazioni delle gente! Una volta nudo, si è inchinato e messo a pregare! Completamente matto. Quel ragazzo si chiama Francesco ed è il Santo più rivoluzionario della Chiesa. A noi piace immaginarlo anche come Santo Protettore dei Matti e dei Gesti Folli. Lo abbiamo messo in mezzo al tour, anzi sopra al tour, grande dieci metri per venti, nel caso qualcuno avesse ancora il sospetto che questo fosse un progetto dove la figura del matto fosse in qualche modo considerata una macchietta. «Qui a Roma se vuoi vedere un matto basta salire in autobus» ci dice Ivana. Detto fatto. Montiamo in autobus e di fronte a noi c’è un signore con il nasone e il sorriso che chiede a due ragazzi per la stazione Tuscolana. «Deve scendere la prossima e attraversare la strada», «Ci stanno i binari, alla stazione ci stanno i binari», «Sì, glielo diciamo noi quando scendere». «Ok, ma alla stazione ce stanno i binari, vero?» «Sì sì, ci stanno molti binari». Un paio di fermate e «Signore deve scendere ora» dicono i ragazzi. «Questa?» «Sì sì questa, deve scendere a questa». Noi nel frattempo siamo scesi e stiamo aspettando il signore per accompagnarlo dentro la stazione. «Ma non vedo i binari» dice lui nell’autobus davanti alla porta spalancata. «Scenda che è questa la fermata, scenda!» «Non vedo i binari». «Sono sotto il ponte, scenda!» «Non ce stanno i binari». E tutto l’autobus quasi in coro dice «È questa, scenda scenda scenda!». E mentre ripete «non ce stanno i…» le porte si chiudono davanti a noi e l’autobus riparte portandosi via il signore con le manone che gesticolano in mezzo al nasone e al labiale che continua a muoversi. Roma è stupenda, piena di personaggi e quindi di matti. Ma perché non avete fatto i matti romani a Roma? Perché ce ne sono troppi, ed è impossibile sceglierne uno e basta. A Roma va dedicato un intero progetto. O no?

 

GIULIO GIUSTO

Bonito Irpino

a cura di Boca Bonito.

Un particolare ringraziamento a David Ardito.  fx_matto_13In Irpinia facciamo due tappe. Visto il ritmo del viaggio, e l’Italia intera da attraversare, la scelta non avrebbe senso. Ma è stato lì, quest’estate, dipingendo “Lo Monaco” e confrontandosi con Ardito e la Caro, che quella mezza idea di fare il tour dei matti (che nasceva da una pittata del Brunin a Finale Emilia) ha avuto la spinta definitiva per essere concretizzata. Ed era giusto che lì ci fossero sia Bonito che Ariano Irpino. Giulio Giusto, se fosse vissuto in qualche città, sarebbe stato definito come il primo street artist di protesta. Era la fine degli anni Ottanta e munito di spray andava a scrivere sulla sede del Partito monarchico, «viva marx». Al bar dava lezioni di politica, ribadendo il suo appoggio a Marx (per la serie: come non farsi sgamare). Ma la sua protesta non finiva lì. Quando usciva da Bonito andava solitamente al mare. Da lì spediva una cartolina al sindaco e si metteva in spiaggia, dove si spogliava completamente. Arrivavano i vigili e lo riportavano a Bonito. Visto l’episodio narrato viene il sospetto che qualche anno prima qualcuno avesse riportato un ragazzo che si era spogliato al proprio paesello. Ma andiamo oltre, anche se il paragone, un po’ azzardato, un po’ ci piace.

 

SANT’OTTONE FRANGIPANE

Ariano Irpino 

a cura di Ziguline

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Ci spostiamo ad Ariano. Rosetta era il personaggio pianificato. Una “Bocca di Rosa” che animò il paese e portò nuovi costumi negli Ottanta e Novanta. Super truccata, sempre sorridente, vestita con colori sgargianti e una mini mozzafiato, se gli piacevi non si faceva grossi problemi. Il suo comportamento più che sbigottito ha “sbigottinato” il paese, all’epoca un po’ troppo bigotto. La sua personalità lascia una scia di sorrisi, allegria, battute e sopratutto imbarazzo. Così si decide di lavorare su di lei con più calma e puntare sull’Avvocato. Lui non imbarazza, anzi entusiasma il paese. Ha animato la piazza con narrazioni epiche per decenni. La più nota è che fu convocato da Totò Riina al carcere di Roma, per un incontro assolutamente riservato. Il boss gli confessò alcuni segreti e gli consegnò duecentocinquantamila euro; l’Avvocato rientrò ad Ariano in aereo. Che sia vero o no, al paese non importa più di tanto, perché qui sanno (forse inconsapevolmente) che un po’ di immaginazione non fa per nulla male. L’unica a non essere entusiasta dell’omaggio all’Avvocato è la parente che sta altrove. Una Signora gentile ed educata che non vuole l’immagine su muro perché desidera che il ricordo rimanga nella memoria dei parenti. Non condividiamo la scelta della signora, soprattutto perché l’Avvocato era tale, cioè una persona stimata e ben voluta da tutti, perché gli arianesi hanno dato un valore teatrale e non reale alle sue narrazioni; in molte altre comunità quelle fantasie avrebbero avuto un peso diverso e lui, probabilmente, non sarebbe stato così importante. Detto questo, rispettiamo la scelta della Parente che sta Altrove e ci troviamo, dopo un giorno di telefonate, di fronte al muro ancora vuoto. Da qui partono una serie di coincidenze. La prima: è la data di ricorrenza del terremoto dell’ottanta e staccarsi per un attimo dalla tematica del viaggio per fare un pezzo dedicato non guasta. Seconda: mentre siamo lì che discutiamo sulla nuova possibile tematica passa un signore che si ricorda si ricorda del terremoto e del crollo del campanile che miracolosamente non ha ucciso nessuno. La terza: che lo stesso signore ci richiama dopo mezz’ora, perché qualcuno gli ha raccontato che quel crollo è legato a una leggenda: un anziano barbuto e ingobbito, mai visto prima in paese, attraversò tranquillamente la piazza poco dopo il crollo, ignorando tutti e tutto, nonostante il panico totale, e molto lo indicarono come Sant’Ottone Frangipane, il patrono del paese. La serie di coincidenze ci porta ad avere un Patrono che coincide anche con la leggenda legata al terremoto. Ma manca un’ultima e più interessante coincidenza: la storia di Sant’Ottone. Incredibile, peggio, anzi meglio di San Francesco. Dopo aver gestito per tre anni un ospizio per pellegrini, decise di ritirarsi a vita da eremita. Costruì una cella di fianco alla chiesa e visse chiuso in gabbia il resto dei suoi giorni. Non solo; dopo qualche anno decise di scavare una fossa dentro alla cella per ricordarsi come la morte era vicina e la santità fosse importante. Che dire? Se non è folle quel gesto?!

 

CHIARENZA

con Nemo’s

Messina

a cura di Mosè Previti e in collaborazione con il Centro Camelot

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«Qui l’arte è al primo livello, insieme alla terapia, e ai farmaci». «Ma com’è che per i normali invece è al terzo livello, nel terzo settore, quello del turismo e dell’intrattenimento?» «Non mi interessa che i miei pazienti diventino normali, ma che trovino la propria natura. Farli diventare normali significa snaturare loro stessi e quindi fare la cosa più malata che ci sia». Il dottor Allone ne sfodera una dietro l’altra. Non sono idee, ma princìpi con cui si muove da anni. Princìpi che funzionano. Il videodel padiglione maschile che ci fa vedere sembra provenire dai documentari sui manicomi anni Cinquanta. E invece è girato da lui negli anni Novanta. «Si puntava al risparmio, quindi nessuna attività. Così i pazienti rimanevano a letto, sempre, anche quando facevano i propri bisogni. Ogni giorno erano centinaia di coperte da mandare in lavanderia, e ogni settimana centinaia di coperte consumate da cambiare. E questo è il risparmio?» «Di fronte al primo murales ci fu una reazione di tutti, pazienti, infermieri e assistenti. Di tutti. Qualcosa capitò. Di importante, di molto importante». Chiarenza sofriva di schizofrenia e non era quasi mai uscito di qui, quando iniziò a disegnare. Si rivelò subito un talento, nel dipingere forme e mettere insieme i colori. Non solo, aveva anche una meticolosità e un impegno da professionista. Quando si trasferì in un proprio appartamento privato mantenne lo studio qui. Si alzava la mattina, sempre alla stessa ora, si preparava mettendosi l’impermeabile (estate, inverno, dai dieci ai quaranta gradi per lui non cambiava), usciva, e prendeva l’autobus che lo portava allo studio di Giostra. Preparava le sue tele, le dipingeva e le vendeva. La pittura non fu solo uno strumento espressivo ma anche una scansione e connessione con il tempo e con il mondo. Non era più una persona chiusa un luogo, ma un professionista con un’attività e un vero contatto con la gente. E su questo che abbiamo ragionato con Nemos la sera prima di dipingere. Ed è venuto fuori l’occhio con la pupilla/chiarenza. Vedere, vedersi, guardare, giudicare, entrare in contatto; quell’occhio significa molte cose. Come significa molte cose, per il Camelot, utilizzare quel linguaggio, la pittura, su quel supporto, il muro. La conclusione non ci deve essere, perché questa questione deve continuare.

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