Milleuna

Mattina d’autunno con scrittore ungherese: intervista con László Darvasi

László Darvasi è uno scrittore ungherese, autore di molti volumi che spaziano tra le più diverse forme letterarie. La sua prima opera pubblicata in Italia è la raccolta di racconti “Mattina d’inverno con cadavere” (Il Saggiatore). Grazie a Dóra Várnai, che ha tradotto sia il libro, sia questa intervista.

László Darvasi

Matteo Moca: La traduttrice del libro, Dóra Várnai, ha segnalato che il titolo originale in ungherese del volume designa un gioco di parole intraducibile in italiano sulla triade Dio, Patria, Famiglia, tre parole che rimangono però anche nell’edizione italiana perché sono quelle che danno i nomi alle tre parti che compongono il volume. Ciò che infatti emerge con forza dal tuo libro è il tentativo di raschiare la lucentezza di questa santa trinità della società conservatrice e mostrare le ferite della società. Da dove nasce questa esigenza?

László Darvasi: Questi racconti sono, come dire, racconti “ungheresi”. Storie drammatiche, scritte per lo più in una lingua semplice, asciutta. Pezzi da camera. Che si svolgono oggi, nella mia amata patria. In provincia. Nella stanza di un casermone prefabbricato. In pianura, dove – per dirla poeticamente – è il sale il miglior cantore della terra. E dove attualmente stanno costruendo uno stato illiberale, dove yuppie senza scrupoli, uomini d’affari improvvisatisi credenti, e vari imbecilli insensibili alla cultura e ai suoi valori predicano una forma di democrazia di impronta cristiana, dove si sta beatamente rafforzando il ruolo centrale dello stato, reintroducendo una palese censura. Magari ci fosse tra loro almeno un Berlusconi, ma ormai perfino il boss milanese sembrerebbe ai loro occhi troppo liberale! (Scherzo, ovviamente.) Ma non è di questo che volevo parlare nei racconti. Parlare, scrivere di tutto ciò è compito dei giornalisti. Invece, in queste storie volevo raccontare come dietro alla sacra triade conservatrice, proclamata valore assoluto e basilare, si nascondano drammi umani, problemi esistenziali, situazioni inimmaginabili. In questo senso queste storie sono perfettamente comprensibili anche per il lettore italiano. Come possiamo lasciar morire nostra madre? Come possiamo sopravvivere alla morte di nostro figlio, come possiamo non accorgerci del desiderio di morte del nostro partner? Domande che chiunque si potrebbe porre, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi momento. In questo libro vuole essere fortemente visibile la forma più cruda della realtà. Quella che è sempre, in ogni circostanza, drammatica, tragica, complessa. Dobbiamo tenerci stretta la nostra complessità.

M.M.: Una domanda inerente la situazione ungherese diventa allora tragicamente necessaria. Come è condurre la propria vita, di scrittore nel tuo caso particolare, con un governo simile? Ci sono delle forze intellettuali o della società civile che si adoperano in senso oppositivo?

L.D.: Nel momento in cui stiamo facendo questa intervista, proprio in questi giorni, nel mio paese vengono trascinati in tribunale i senzatetto, perché in base a una nuova legge dormire per strada è diventato un crimine. Non possono però mettere piede nella sala delle udienze, vengono processati e condannati mentre sono tenuti segregati in un’altra saletta. Persone malate e senza dimora vengono portate via dai luoghi pubblici dalla polizia. Migliaia di avvocati e sociologi hanno protestato. In altre occasioni, per lo più in località di provincia, persone dalla pelle un po’ più scura sono state segnalate alla polizia perché scambiate per profughi. Stiamo avanzando verso il buio. Dentro il buio sempre più buio. Con la bava alla bocca gli ungheresi urlano contro Bruxelles, e intanto il governo fraternizza con dittatori orientali, molto orientali, e li colma di onorificenze. Facendoci affari di ogni genere. Gli ungheresi non sono avvezzi alla libertà, ed è proprio su questo, sulla mancanza di libertà, che si basa il nuovo sistema, questa specie di regime illiberale, o quel che è.

M.M.: Uno dei primi nomi che viene in mente leggendo il tuo libro è ovviamente quello di Franz Kafka, soprattutto per la rappresentazione di una realtà trasognata e surreale. Sta nel tuo olimpo personale degli scrittori? Come influisce questo tipo di letteratura, e non solo quella di Kafka, geograficamente vicina a te?

L.D.: In effetti, posso dire che Kafka per me è una specie di evangelista letterario. Come lo sono, per esempio, Bruno Schulz, o il grande, purtroppo sempre più dimenticato, Marquez. Ma quanto ho imparato anche da Hrabal! L’ungherese Miklós Mészöly è il mio riferimento principale. La cosa interessante è che quegli elementi surreali, assurdi, grotteschi fino all’estremo, in mezzo a cui Kafka sguazzava ridacchiando divertito – e che avrebbero finito col distruggerlo, se fosse vissuto più a lungo – adesso stanno tornando alla ribalta. Il male fa capolino in mezzo agli ingranaggi piccoli e grandi del mondo, manifestandosi con i tratti deformati di una maschera grottesca, superando la più fervida immaginazione umana. In Ungheria oggi il male è palesemente presente. Il nostro è un paese splendido, bellissimo, è ovvio che piaccia anche al male. Che è qui, e cammina in mezzo a noi.

M.M.: Mi sembra che il filo rosso che tiene insieme tutti questi frammenti sia il tema della morte che pare assumere, paradossalmente, il carattere di essenza stessa della vita, l’elemento che accomuna tutti i tuoi differenti personaggi. A quali motivazioni risponde la tua scelta di questo particolare tipo di immaginario?

L.D.: Poco dopo l’uscita del libro in Ungheria, mi sono ammalato, ho rischiato di morire. Polmonite, legionella. Sono stato in coma per dieci giorni. Nei miei sogni ospedalieri era costantemente presente la promessa della morte. Ecco che arriva, adesso mi porta via. Sembrava quasi di aspettare un essere umano. La morte era un uomo, un ospite in arrivo, eppure sembrava anche perfettamente a suo agio, a casa sua. A casa sua, qui, dove pensavo ci fosse la mia casa. In questi racconti in effetti muoiono molte persone. La cosa interessante della morte è che, nonostante sappiamo che alla fine dovrà arrivare, e benché possiamo pensarla o con paura o con rassegnazione, in realtà non la conosciamo affatto. E non la conosceremo mai. Quando moriremo sarà un’altra persona a morire. Quella persona non saremo più noi. Eppure saremo il conoscente di tutti.

M.M.: C’è un libro molto importante nella tradizione italiana che è La Storia di Elsa Morante, definita dalla scrittrice come «uno scandalo che dura da diecimila anni» per come essa riversa la violenza su tutti gli uomini senza fare distinzioni, ma con un’incidenza certo maggiore sui più poveri e deboli. Pure i tuoi personaggi, spesso reietti della società o insignificanti, mi sembrano subire simili pressioni.

L.D.: La violenza oggi, anche qui dalle nostre parti, funziona in una forma molto più pragmatica, raffinata. Non usa il manganello o altre armi. La violenza si palesa tramite un esercizio estremamente efficace delle tecniche di manipolazione. Ripetizione, ripetizione e ancora ripetizione, enormi manifesti con messaggi molto semplificati affissi capillarmente in tutto il paese, falsi problemi generati in continuazione, sollecitazione continua dei più bassi istinti, nemici sempre nuovi, intimidazioni, riduzione alla fame, grosso modo è ciò che accade anche nel mondo dell’arte e della scienza. A braccetto con ogni tipo di spettacolare attacco a tutto ciò che è intellettuale. Credo che i lettori italiani conoscano bene I ragazzi della via Pál, giusto? Nel libro si parla della “Società dello Stucco”, un gruppo di ragazzini fragili in rivalità tra loro che masticano lo stucco grattato via dalle finestre e litigano per futili inezie. Questa è un’immagine perfetta degli intellettuali ungheresi, impauriti, umiliati, costretti in castigo in un angolino. Alle manifestazioni ti tocca salutare cento volte: ciao, salve, buongiorno, ci si conosce tutti. Accademici di fama mondiale stanno davanti alla finestra, le mani che tremano per l’impotenza.

M.M.: Il tuo libro è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Il Saggiatore che negli ultimi anni sta portando avanti un deciso itinerario editoriale che fiancheggia e si addentra in territori propri di una letteratura nera e inquietante. Tra gli autori che vengono pubblicati che operano un tale lavoro decisivo sul linguaggio, sull’immaginario e sulla rappresentazione della realtà ci sono Gombrowicz, Ligotti e Moster e, con la pubblicazione di Mattina d’inverno con cadavere, pure tu. Quale è il tuo rapporto con questo tipo di letteratura?

L.D.: Il mio armeggiare con la letteratura ha per lo più caratteristiche “coloniali”. Affronto ogni forma letteraria possibile, ho scritto migliaia di testi brevi, nei quali vengono portate avanti, in modo analogo a quello dei classici eroi tedeschi di Kehlmann, la misurazione e la conquista del mondo. Scrivo elzeviri, feuilleton, racconti brevi, romanzi fiabeschi, drammi, lunghi romanzi storici. Alcuni miei racconti si svolgono all’epoca di Gesù, altri sono di ispirazione balcanica, spagnola, tedesca. Nei miei romanzi più lunghi appaiono personaggi italiani, per esempio un gondoliere veneziano nano del XVI secolo o la bellissima Barbara Strozzi. Gli autori menzionati consideravano uno dei principali compiti della propria scrittura quello di affrontare la grande problematica della diversità e dell’identità. Io stesso sono spesso diverso quando scrivo. Nei miei libri sono presente come ebreo, come italiano, come tedesco. Credo di non aver ancora mai impersonato Dio, in compenso sono stato spesso donna, e di tanti tipi differenti anche. E pure calciatore, per la precisione un calciatore italiano! Sono stato vecchio e giovane. E ovviamente resto sempre ungherese, che in fin dei conti è il compito più difficile. Una volta mi trovavo ad Aachen per un evento, in occasione della mia prima pubblicazione tedesca. Oddio, a ripensarci è stato più di un quarto di secolo fa! Un mio racconto aveva, per così dire, portato alla ribalta il mio nome: si trattava di una storia sulle tecniche del potere, una storia d’amore, metafisica, realista, kafkiana, il racconto di un peccato, di un interrogatorio, di un’indagine. Durante quella serata stavo giusto spiegando che quel mio racconto si sarebbe potuto svolgere ovunque. In qualsiasi parte del mondo! Una signora ha scosso la testa: no! Questa cosa può succedere solo lì dalle vostre parti, sul versante est, tra voi ungheresi, così propensi alla malinconia, alle dittature, alle lamentele, e ad altre simili amenità.

László Darvasi

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